Gaza non è una prigione a cielo aperto…

Egr. Cardinale

Renato Raffaele Martino

c/o Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

Piazza San Calisto, 16

00153 Roma

fax 0669887205

Egregio Cardinale Martino,

sono un laico che lo scorso anno ha apprezzato il suo intervento sulla martoriata Terra di Gaza; da oltre 20 anni mi reco in Israele e in Palestina e ho a Gaza un bambino in adozione. Vari giornali tra cui il Corriere della sera del 15 gennaio hanno dato ampio risalto al problema posto da alcuni rabbini, se cioè sia giusto ricevere o meno il Papa nella sinagoga di Roma.

Non mi interessa questa polemica e mi limito ad osservare che nessuna altra religione al mondo trova sempre così ampio spazio sui mezzi di comunicazione. Mi interessa invece il fatto che il Corsera richiama la sua affermazione del gennaio 2009 secondo cui “Gaza somiglia sempre più a un grande campo di concentramento”. Intanto osservo che non è fuori luogo il richiamo a Gaza nell’ambito di un articolo che riguarda gli ebrei e non gli israeliani: lo stato di Israele nasce e si accredita come stato ebraico giungendo a pretendere un giuramento di fedeltà anche dai suoi cittadini di altra religione. La qualifica di Israele come stato ebraico torna poi comoda per poter tacciare di antisemitismo qualsiasi critica alla politica israeliana. Se inoltre pensiamo che la stragrande maggioranza della popolazione israeliana ha approvato il massacro a Gaza dello scorso anno appare anche difficile distinguere tra governo e popolazione. Si può solo salvare una minoranza sempre più esigua che con sempre maggiore difficoltà vive in una società ormai imbarbarita.

Torniamo a Gaza. È giusto il suo riferimento a un campo di concentramento, un luogo cioè in cui ogni diritto e ogni rispetto per la persona sono annullati. Certo, i campi di concentramento erano organizzati per dare una morte rapida ed in breve tempo (questo era motivo di orgoglio per i nazisti ed io ho anche la testimonianza diretta di mio suocero deportato a Dachau). A Gaza la morte è invece somministrata lentamente; un noto ebreo israeliano ha parlato di “genocidio al rallentatore”. I Palestinesi sono uccisi pochi ogni giorno; poi 1415 in 20 giorni; poi si torna a pochi ogni giorno. Molti dei feriti muoiono non conteggiati. Molti sono feriti appositamente in modo tale da pesare su famiglia e società. È negato il lavoro, è negata l’istruzione: contadini vengono uccisi nei campi,pescatori nelle barche. I bambini vengono uccisi se, giocando, il pallone va in una zona “sbagliata” o, più benevolmente, ci si limita a togliere loro scuola, libri, carta, penne. Molti Palestinesi moriranno per i residui chimici dei bombardamenti dello scorso anno; molti uomini diventeranno sterili; se qualche bambino riuscirà a nascere sarà probabilmente deforme(in tal senso un recente studio di una commissione scientifica).

La comunità internazionale assiste passiva e complice. Gli uomini e le donne di buona volontà che hanno tentato a fine anno di andare a Gaza sono stati bloccati e picchiati dalla Polizia egiziana. Il valico di Eretz è gestito direttamente dagli israeliani; quello di Rafah dagli israeliani tramite gli egiziani (gli israeliani trovano sempre zelanti servitori cui talvolta delegano il lavoro sporco,vedi Sabra e Chatila). Dal mare non si entra. Ecco il campo di concentramento.

E bene ha fatto lei a non usare il consueto termine errato e riduttivo “prigione a cielo aperto”.

Le prigioni rispettano una serie di regole e garantiscono una serie di diritti:

- il detenuto può ricevere la visita dei familiari, a Gaza no;

- il detenuto può ricevere la visita di un medico,di un sacerdote, di un assistente sociale, a Gaza no;

- il detenuto ha diritto al cibo, a Gaza no;

- il detenuto ha diritto all’istruzione, a Gaza no;

- il detenuto ha diritto ad alcune ore d’aria, a Gaza no, salvo rischiare di essere uccisi per strada;

- il detenuto, espiata la pena, può uscire libero, a Gaza no, non c’è alcun termine;

- il detenuto ha diritto a presentare esposti e denunce ad un giudice, a Gaza no;

- il detenuto è in carcere perché attende un giudizio o perché giudicato colpevole, a Gaza no, sei colpevole si essere Palestinese.

Potrei andare avanti, ma credo di avere reso l’idea: Gaza non è un carcere a cielo aperto, ma è un campo di concentramento. Bene ha fatto a ricordarlo. Il suo non è stato uno scivolone linguistico, come auspica il rabbino Di Segni. Glielo ricordi all’Assemblea rabbinica.

Grazie.

Ugo Giannangeli


Comments are closed.