Israele. Rapporto dell’Onu e non solo: accuse anche alla Turchia
di Michele Giorgio
«L’era del prostrarsi davanti a tutti è finita», aveva proclamato, perentorio, il ministro degli esteri e leader dell’estrema destra, Avigdor Lieberman annunciando nelle scorse settimane a 150 ambasciatori riuniti a Gerusalemme le linee della «nuova diplomazia» israeliana. Una dimostrazione della «svolta» si è avuta ieri con le dure critiche al rapporto del giudice dell’Onu, Richard Goldstone, sull’offensiva «Piombo fuso» di un anno fa a Gaza, lanciate dai leader israeliani da diverse capitali in occasione della giornata internazionale della Memoria. Un attacco che proseguirà oggi al Palazzo di Vetro, dove Israele presenterà i risultati di una sua inchiesta su «Piombo fuso» volta a confutare le accuse di «crimini di guerra» allo stato ebraico formulate da Goldstone.
L’altro fronte della «nuova diplomazia» di Lieberman rimane la Turchia – nel mirino c’è in particolare il premier Recep Tayyip Erdogan – accusata di «fomentare l’antisemitismo» con le sue critiche alle politiche israeliane contro i palestinesi. Il vice ministro degli esteri Danny Ayalon, dopo aver pesantemente umiliato all’inizio di gennaio l’ambasciatore turco a Tel Aviv, ha fatto una parziale marcia indietro. Ma le ragioni del confronto in atto con Ankara permangono. L’ufficio analisi del ministero degli esteri israeliano ha preparato un documento in cui si afferma che la lezione data all’ambasciatore turco è valsa a far capire al governo di Ankara che aveva superato la «linea rossa» nei suoi attacchi alla politica di Tel Aviv verso la Striscia di Gaza, e che in futuro le contromosse del governo di Benyamin Netanyahu potrebbero essere ben più dolorose.
Non tutti ai vertici della diplomazia e della politica di Israele sembrano però condividere questa offensiva a colpi di sciabola varata da Lieberman e dal suo vice Ayalon che non risparmia fendenti a nessuno, ai nemici e pure a qualche «amico». Il quotidiano Haaretz ha rivelato ieri che l’ambasciata israeliana ad Ankara ha reagito con indignazione al rapporto dell’ufficio analisi del ministero, nel quale si accusa Erdogan di incoraggiare l’antisemitismo nel suo paese. La sede diplomatica ha respinto le conclusioni degli analisti perché «non sono a contatto con la realtà» e sottolinea che le gravi accuse rivolte alla Turchia «non sono in armonia con i fatti». Non è vero, ha scritto in un messaggio l’ambasciatore israeliano, che l’establishment turco sia contro gli ebrei, perché i termini usati da Erdogan per attaccare Israele non sono antisemiti. Il diplomatico ha anche ricordato che in passato il premier turco aveva mantenuto stretti rapporti con Israele. L’indignazione espressa, secondo Haaretz, da i rappresentanti israeliani ad Ankara, conferma le voci di dissensi nel ministero degli esteri verso la linea di Lieberman. A contestarla, almeno nel caso della Turchia, sarebbe anche il ministro della difesa Ehud Barak che vede nel governo Erdogan un alleato prezioso per gli interessi strategici israeliani. Non a caso Ankara nei giorni scorsi aveva accolto con il tappeto rosso Barak, affermando in questo modo che le potenti gerarchie militari turche vogliono mantenere e rafforzare i rapporti con Israele.
Cresce nel frattempo la curiosità per la presentazione all’Onu da parte dei rappresentanti israeliani, di filmati che proverebbero la «casualità» delle uccisioni di civili palestinesi un anno fa a Gaza, smentendo le accuse di «crimini di guerra» contenute nel rapporto presentato lo scorso settembre dal giudice (ebreo sudafricano) Goldstone. Il ministro dell’informazione israeliano, Yuli Edelstein, nei giorni scorsi aveva definito l’inchiesta svolta dalle Nazioni unite un «incitamento all’antisemitismo». I documenti che presenterà Israele non sono, comunque, il risultato di indagini svolte da una commissione indipendente, come richiede il rapporto Goldstone, ma dallo stesso esercito israeliano, messo sotto accusa dal giudice dell’Onu.
da Il Manifesto del 28/01/2010


