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19
2010
di Gideon Levy
l nostro folle mondo del crimine è stato recentemente messo sotto osservazione. Dalle guardie del corpo del Capo di stato maggiore delle forze armate ai genitori che uccidono i loro figli, tutto è stato messo sotto osservazione (ndt: psichiatrica). E’ venuto il momento, come pare ormai consolidato costume dalle nostre parti, di mettere sotto osservazione anche il paese. Forse è proprio dagli specialisti in psichiatria che potrà venire la diagnosi che ci salverà.
Ci sono numerosi motivi per fare questo. Una lunga serie di atti che non hanno spiegazione razionale, o addirittura che non hanno spiegazione che sia, alimentano il seguente sospetto: una perdita di contatto con la realtà; temporaneo o permanente squilibrio, paranoia, schizofrenia e megalomania; perdita della memoria e della capacità di giudizio. Tutto questo deve essere valutato, dopo attenta osservazione.
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gen
19
2010
Egr. Cardinale
Renato Raffaele Martino
c/o Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace
Piazza San Calisto, 16
00153 Roma
fax 0669887205
Egregio Cardinale Martino,
sono un laico che lo scorso anno ha apprezzato il suo intervento sulla martoriata Terra di Gaza; da oltre 20 anni mi reco in Israele e in Palestina e ho a Gaza un bambino in adozione. Vari giornali tra cui il Corriere della sera del 15 gennaio hanno dato ampio risalto al problema posto da alcuni rabbini, se cioè sia giusto ricevere o meno il Papa nella sinagoga di Roma.
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gen
18
2010
I palestinesi continuano a “pulire” i loro mercati dai prodotti delle colonie, mentre il premio Salam Faiad ha dato fuoco ad una scatola piena di prodotti annunciando: “Se i palestinesi vogliono convincere la unione europea di boicottare il commercio con le colonie israeliane, illegali secondo il diritto internazionale, allora debbano boicottarle loro per primi”.
E mentre un ammasso di merci si stava bruciando vicino alla città di Selfit in cisgiordania, circondata da fabbriche israeliane, Faiad ha commentato il gesto dicendo: “questo è il rifiuto dei palestinesi dell’insediamento israeliano in tutte le sue forme”.
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gen
18
2010
Di Paolo Barnard - Dicembre 2009 – Dedicato ai morti di Gaza del dicembre 2008, gennaio 2009.
“Il Nazismo ha distrutto il giudaismo fisicamente, il Sionismo l’ha distrutto spiritualmente”, Leibele Weisfisch, Rabbino, 1992
Giorgio Napolitano è un ignorante complice morale di crimini contro l’umanità in Palestina. Massimo D’Alema è un consapevole complice diretto di crimini contro l’umanità in Palestina. L’occupazione israeliana dei territori palestinesi è un insulto permanente a sei milioni di morti nei campi di sterminio nazisti.
L’organizzazione umanitaria americana The Middle East Children Alliance ha completato di recente un sopralluogo a Gaza, colpita nel dicembre del 2008 dal peggiore atto di terrorismo indiscriminato compiuto da Israele su quelle terre dal 1948, e ha intervistato decine di bambini palestinesi chiedendogli quali erano i loro bisogni più urgenti. La risposta della maggioranza di quei bimbi è stata questa: “Poter bere un bicchier d’acqua la mattina”.
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gen
17
2010
Il Progressive Labor Action Front (PLAF) chiede il boicottaggio di Histadrut e la difesa dei lavoratori palestinesi
Il Progressive Labor Action Front palestinese ha invitato tutte le organizzazioni sindacali internazionali e arabe, le organizzazioni e le associazioni dei lavoratori, in particolare l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e la Confederazione Internazionale dei Sindacati Indipendenti, a boicottare l’Histadrut [organizzazione sindacale sionista, ndt]. In una dichiarazione del 4 gennaio 2009, il PLAF ha sottolineato che l’Histadrut non è un normale sindacato ma una parte integrante dello Stato di occupazione razzista e della sua macchina militare.
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gen
17
2010
«La sinistra non c’è più Il nostro Israele si è imbarbarito» – Intervista a Shulamit Aloni
di Umberto De Giovannangeli
La sinistra dovrebbe incarnare una idea progressiva di democrazia. Dovrebbe essere portatrice di una visione aperta della società. Una sinistra degna di questo nome avrebbe dovuto denunciare l’imbarbarimento della società, dicendo chiaro e forte che democrazia e oppressione esercitata contro un altro popolo sono tra loro inconciliabili. E su questa linea avrebbe dovuto rappresentare un’alternativa ideale, politica, etica, alla destra fondamentalista e razzista che oggi governa. Una destra che alimenta l’estremismo fascista dei coloni, la destra che giudica i suoi avversari dei traditori da neutralizzare. Una sinistra, mi riferisco al partito laburista, che non solo non contrasta questa destra ma addirittura ci governa assieme, è una sinistra che non ha ragion d’essere». A sostenerlo è una delle figure storiche della sinistra laica e pacifista d’Israele: Shulamit Aloni. Con l’intervista alla fondatrice di «Peace Now», l’Unità prosegue l’inchiesta su Israele e la crisi della sinistra avviata con un articolo dello storico Zeev Sternhell e un’intervista all’ex segretario generale del Labour, Ophir Pines-Paz. Gli strali di Shulamit Aloni s’indirizzano soprattutto verso il leader laburista e attuale ministro della Difesa, Ehud Barak: «È un politico pericoloso, tronfio», afferma decisa. Come giudica la sinistra israeliana? «La sinistra? Perché esiste una sinistra oggi in Israele? Questa sì che sarebbe una notizia. La verità, amarissima, è che la destra ha due mani sinistre, ma oggi la sinistra semplicemente non esiste. Netanyahu chiude e apre…».
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gen
17
2010
Premesso che tutti i palestinesi attuano la resistenza non violenta per il fatto stesso di vivere sotto occupazione sopportando abusi disumani con dignità e a testa alta ormai da oltre 60 anni, qui di seguito un’intervista a Neve Gordon sulle forme organizzate di resistenza non violenta palestinese e sui mezzi “leciti” con cui Israele le reprimere.
Schiacciare la protesta pacifica dei palestinesi
di Neve Gordon
The Guardian, 23 dicembre 2009
Mi è stato spesso domandato perché i palestinesi non avessero mai sviluppato un movimento pacifista come l’israeliano Peace Now.
È un quesito in sé problematico, fondato su numerose assunzioni erronee, come la nozione che vi sia una simmetria tra le due parti (palestinese e israeliana) e che Peace Now rappresenti un movimento politicamente efficace. Ma la più importante è la falsa supposizione che i palestinesi abbiano fallito a creare un movimento popolare pacifista.
Nel settembre del 1967 – tre mesi dopo la guerra decisiva nella quale la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est furono occupate – i leader palestinesi decisero di lanciare una campagna contro l’introduzione di nuovi libri di testo israeliani nelle scuole palestinesi. Questo movimento non diede vita ad attacchi terroristici, come la letteratura dominante circa l’opposizione palestinese può portare a credere, ma i dissidenti palestinesi adottarono piuttosto delle metodologie ispirate a Mahatma Gandhi e si mobilitarono attraverso uno sciopero generale della scuola: gli insegnanti non andarono a lavorare, i bambini protestarono per le strade contro l’occupazione, e molti commercianti tenettero chiusi i propri negozi.
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gen
17
2010
Gennaio 2010
Le continue violazioni da parte di Israele dei diritti umani dei Palestinesi hanno raggiunto limiti intollerabili sia in Israele sia nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) ed a Gaza. Oltre le violazioni del diritto internazionale, sancito da numerose dichiarazioni della Nazioni Unite alle quali Israele ha formalmente aderito, Israele si è reso colpevole di gravissimi crimini contro l’Umanità. Recentemente a Gaza l’esercito israeliano ha compiuto un immane massacro di civili, con oltre 1400 morti tra cui numerosi bambini ed infanti, ben documentato nella relazione della Commissione di inchiesta delle Nazioni Unite, presieduta dal giudice Goldstone. Un simile massacro era stato commesso da Israele nel 2006, in Libano. L’invasione da parte di coloni israeliani, appoggiati dall’esercito, nei TPO di Cisgiordania, è proseguita e prosegue tuttora, accompagnata dalla espulsione dei Palestinesi dalle loro case e dalle loro terre. A nulla sono valse, sinora, le condanne da parte di varie Istituzioni delle Nazioni Unite: Israele non ha ascoltato nessuna delle ingiunzioni, forte dell’appoggio degli Stati Uniti d’America e del colpevole silenzio o comunque mancanza di sanzioni da parte dell’Unione Europea.
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gen
15
2010
CRONACA DI UNA STRAORDINARIA ESPERIENZA DI LOTTA INTERNAZIONALISTA
a cura del Forum Palestina
“Israele controlla soltanto tre lati della Striscia. I confini settentrionale e orientale sono bloccati dall’esercito israeliano, quello occidentale dalla flotta israeliana. Il quarto, quello meridionale, è controllato dall’Egitto. Perciò l’intero blocco sarebbe inefficace senza la partecipazione dell’Egitto”.
Il Muro d’acciaio – di Uri Avnery
Nelle intenzioni degli organizzatori e dei partecipanti, la Gaza Freedom March avrebbe dovuto essere una manifestazione storica, probabilmente la più grande manifestazione internazionale della storia recente. Promossa dalla rete statunitense Code Pink, la Gaza Freedom March, nel primo anniversario dell’operazione “Piombo Fuso”, avrebbe portato quasi 1.500 attivisti, provenienti da tutto il mondo, a spezzare l’assedio cui è sottoposta da più di tre anni la Striscia di Gaza, dove un milione e mezzo di Palestinesi vivono in poco più di 350 km. quadrati, chiusi ad est dal mare, a nord ed ovest dai carri armati israeliani ed a sud dal confine con l’Egitto. E’ proprio attraverso quest’ultimo confine che gli attivisti internazionali intendevano entrare nella Striscia, avendo concordato con il governo del Cairo l’ingresso per il 28 dicembre e l’uscita per il 2 gennaio, con l’opportunità, per chi lo avesse desiderato, di poter rimanere a Gaza fino al 9 gennaio.
Nei mesi precedenti la fine del 2009, decine di organizzazioni di 42 Paesi si sono dunque attivate per partecipare alla Gaza Freedom March, ed a pochi giorni dalla partenza i numeri parlavano di 350 partecipanti dagli U.S.A., 300 dalla Francia, 150 dall’Italia e molti altri da Belgio, Spagna, Svizzera, Germania, Inghilterra, Scozia, Canada, Sud Africa, India, ecc., cui si aggiungevano delegazioni simboliche da molti Paesi arabi, come la Libia e la Siria.
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gen
15
2010
BILANCIO DI UNA STRAORDINARIA ESPERIENZA DI LOTTA INTERNAZIONALISTA
a cura del Forum Palestina
Il bilancio sul risultato dell’adesione e della partecipazione del Forum Palestina alla Gaza Freedom March è più che positivo per almeno due aspetti: il primo è relativo all’obiettivo politico raggiunto nella settimana di mobilitazioni organizzate al Cairo insieme alle altre delegazioni, il secondo riguarda più direttamente la piattaforma politica e i progetti di lavoro su cui insistere nei prossimi mesi.
Nel primo anniversario del massacro di circa 1.400 palestinesi (con oltre 5.000 feriti) compiuto da Israele con l’operazione militare cosiddetta “Piombo Fuso”, il primo obiettivo della Gaza Freedom March era quello di manifestare insieme ai Palestinesi di Gaza nel corteo che il 31 dicembre dal nord di Gaza City avrebbe raggiunto il valico di Eretz, sostenendo il tal modo la loro resistenza e la loro lotta di liberazione, dopo aver concretamente rotto l’assedio cui è sottoposta la Striscia di Gaza dal giugno del 2007. Le nostre intenzioni hanno dovuto scontrarsi contro il muro che, come quello che materialmente l’Egitto sta costruendo al confine con Gaza, Israele – con la complicità della comunità internazionale – da quasi tre anni ha eretto attorno al milione e mezzo di palestinesi della Striscia.
Ci siamo confrontati direttamente con le politiche del regime di Mubarak, che ha dimostrato, ancora una volta, quanto l’Egitto assecondi il sistema dell’oppressione israeliana della Palestina, tenendo chiuso il valico di Rafah, costruendo un muro di acciaio (finanziato dagli U.S.A.) che scenderà per 18 metri sotto il suolo al confine, ma anche impedendo alle delegazioni internazionali di portare solidarietà all’interno della Striscia di Gaza. La mancata autorizzazione delle autorità egiziane all’ingresso della Gaza Freedom March, annunciata pochi giorni prima che tutte le delegazioni raggiungessero l’Egitto, è stata ribadita nei giorni successivi attraverso il divieto a lasciare il Cairo, il costante controllo cui erano sottoposti i delegati da parte della polizia e della sicurezza egiziane e la violenza con cui la polizia egiziana ha tentato di reprimere la manifestazione del 31 gennaio in piazza Taharir, di fronte al Museo Egizio, provocando diversi feriti tra i manifestanti.
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gen
15
2010
di Silvia Cattori
Il 27 dicembre 2008, in tre minuti, ottanta bombardieri F16 dell’aviazione israeliana sganciavano più di cento tonnellate volando da nord a sud, da Beit Hanoun fino a Rafah.
Era l’inizio della barbara aggressione chiamata « Piombo fuso » ; l’inizio di una guerra criminale contro un popolo indifeso che avrebbe provocato, in tre settimane, 1.400 morti dei quali piu di 410 bambini, 5.300 feriti, mutilati, dei quali 2.400 donne e bambini, decine di migliaia di senza tetto, fra una popolazione civile già esangue dopo i lunghi mesi della chiusura di Gaza da parte di Israele ; un blocco totale che l’aveva privata di cibo e di ogni prodotto essenziale, come i farmaci, il gas, il carburante, in violazione di tutte le convenzioni internazionali.
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gen
13
2010
di Umberto De Giovannangeli
Il «Muro di acciaio» è il regalo dei «fratelli egiziani». Fratelli-coltelli. Una vicenda che racchiude in sé una verità, amara, che generazioni di palestinesi hanno conosciuto sulla loro pelle: il tradimento dei Paesi arabi, dei regimi che hanno sempre usato la tragedia palestinese per i loro giochi di potenza: da Saddam Hussein ad Hafez Assad, dalla dinastia Saud a Hosni Mubarak. Il «Muro di acciaio» è quello che gli egiziani stanno costruendo ai confini con la Striscia di Gaza. Nel silenzio complice della Comunità internazionale. Un silenzio che solo i pacifisti della «Gaza Freedom March» hanno provato con coraggio a rompere. Assediati da Israele. «Murati» dall’Egitto. Ostaggi di Hamas. È la tragica condizione della gente di Gaza. Un milione e mezzo di palestinesi, oltre la metà al di sotto dei 18 anni. Quella progettata dalle autorità egiziane è una barriera sotterranea di metallo capace di resistere anche alle esplosioni, lunga 11-12 chilometri e profonda finoa 20-30 metri. Un muro costruito da paletti di acciaio spinti in profondità nel terreno, allo scopo dichiarato di bloccare tutte le gallerie. Gli egiziani sono aiutati da ingegneri militari americani, che hanno disegnato il progetto del muro. Il muro sarà completato entro 18 mesi.
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gen
13
2010
di Michele Giorgio
Il premier Netanyahu annuncia la creazione d’una nuova barriera, tra Israele e l’Egitto: per garantire il carattere ebraico della nazione e bloccare terroristi e lavoratori irregolari.
Israele sarà come Sparta non come Atene, spiegava ieri il politologo Eitan Haber sulle pagine di Yediot Ahronot commentando la mossa del primo ministro Benyamin Netanyahu che ha annunciato la costruzione di una barriera lungo il confine con l’Egitto, per impedire l’ingresso ai migranti provenienti dall’Africa.
«Ho preso la decisione di chiudere la frontiera meridionale agli infiltrati e ai terroristi. Si tratta di una scelta strategica, per garantire il carattere democratico ed ebraico di Israele» ha proclamato Netanyahu con tono solenne. «Non possiamo lasciare che decine di migliaia di lavoratori irregolari s’infiltrino in Israele attraverso il confine meridionale e che il nostro paese sia inondato da stranieri illegali», ha aggiunto il premier. Dopo il muro israeliano in Cisgiordania per ingabbiare i palestinesi, nei prossimi anni ne sorgerà un altro lungo molti dei 266 km della frontiera con l’Egitto, «paese fratello» nella lotta ai palestinesi, agli attivisti politici e ai migranti. Costerà un miliardo di shekel (poco più di 180 milioni di euro), e dovrebbe essere completato tra due anni. Un sofisticato sistema di sorveglianza inoltre aiuterà la polizia di frontiera a bloccare gli «infiltrati».
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gen
10
2010

Ad un anno dal massacro di Gaza, realizzato con la sigla israeliana di “operazione Piombo Fuso”, nel quale oltre 1400 palestinesi sono stati uccisi, più di 6000 feriti e i sopravvissuti costretti a condizioni disumane, circa 1400 attivisti da 42 Paesi si sono incontrati al Cairo per la Gaza Freedom March che avrebbe dovuto tenersi a Gaza il 31 dicembre 2009. L’Egitto ha però impedito, anche violentemente, agli attivisti di manifestare la solidarietà a Gaza.
Maggiori informazioni: Forumpalestina, Associazione Zaatar, Associzione di Amicizia Italo-Palestinese
Leggi anche: La dichiarazione dal Cairo contro l’Apartheid israeliano
Un video di Europalestine sulla Gaza Freedom March:
Que viva Palestina
di Annalena di Giovanni su Terra del 7 gennaio 2010
Un assedio è un assedio è un assedio. Non ha tempo e non ha voce. E non è soltanto morire senza medicine al buio di una tenda, che un tempo era la tua casa, sperando che questa settimana aprano il confine per farti avere il tuo sacco di farina. Che poi è la misura della dignità a cui hanno ridotto la tua vita, le tue aspirazioni e i tuoi affetti.
Un assedio vuol dire anche 55 feriti e sette arresti. È stata questa l’accoglienza egiziana per il convoglio “Viva Palestina”: 198 veicoli e 580 volontari che con le migliori intenzioni erano partiti dall’Inghilterra oltre un mese fa, carichi di medicine, sedie a rotelle, libri scolastici, giocattoli e vestiti. Forse perché non basta ridurre un uomo a una vittima in attesa di aiuti: bisogna anche negarglieli, poi, gli aiuti. E così il convoglio arrivato in Egitto grazie solo all’intercessione turca, è stato attaccato ieri mentre aspettava il permesso di poter uscire dal porto. Da El Arish doveva coprire gli ultimi 40 km verso Gaza. I volontari si sono ritrovati in trappola tra le sassaiole dei locali e le cariche della polizia. Chiedevano solo di andare a Gaza. I feriti non hanno avuto neanche diritto ad andare in ospedale. In sette si sono ritrovati al posto di polizia, malmenati tutta la notte. Tutto questo mentre alla stampa straniera, anche a Terra, veniva impedito di raggiungerli per poter testimoniare quello che stava accadendo.
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