Vicinanza del sorriso

di Tommaso di Francesco

Che avrebbe detto Stefano Chiarini che tre anni fa ci ha lasciato, di Berlusconi a Bethlemme, tronfio e bugiardo dalla tribuna accanto all’ improbabile Abu Mazen, che risponde alla domanda se ha visto il Muro d’Israele, «Non l’ho visto»?

Come avrebbe reagito all’appoggio incondizionato alla guerra contro i civili scatenata dall’aviazione israeliana a Gaza un anno fa: «È stata giusta e ingiusto il rapporto Goldstone», il dossier dell’incaricato dei diritti umani dell’Onu che ha ottenuto la condanna d’Israele per «crimini di guerra»? E che parola avrebbe pronunciato sentendo che Goldstone, giudice sudafricano antiapartheid ed ebreo, è stato definito «antisemita» dal governo israeliano?
Stefano sarebbe restato umano, come consiglia Vittorio Arrigoni che sul manifesto ha raccontato per un mese intero quell’inferno. Umano a modo suo, naturalmente. Conservando dentro di sé la doppia contraddizione di chi sa e sa raccontare, ma è anche consapevole di non essere all’altezza della tragedia affluente che cancella il popolo palestinese. Cosciente di non avere quel potere necessario almeno a cambiare l’agenda distratta del mondo. Che non vede l’impetuosa crescita dei muri escludenti e dei nuovi ghetti. Stefano avrebbe sorriso, nervoso come quando era convinto della verità che affermava ma sapeva che l’ascolto non arrivava. Avremmo sorriso insieme, perché la tracotanza della destra al governo in Italia corrisponde al lungo silenzio complice di quella che ci ostiniamo a chiamare «centrosinistra» sul destino dei palestinesi, costretti in una vasta prigione a cielo aperto da Gaza ai Territori occupati, racchiusi senza speranza dentro tre muri. Quanto la realtà corrisponde alla lungimiranza lucida e indelicata di Stefano. L’unica utile ai tempi che ci è dato vivere. Loro hanno due milioni di cluster bomb disseminate tra la Striscia e il Libano del sud, pronte a esplodere in futuro. Noi abbiamo, deflagrante, l’enigmatica risata di Stefano. Ha scritto Mahmud Darwish nella poesia Stato d’assedio: «Quando gli aerei scompaiono, spiccano il volo le colombe/ Bianchissime, lavano la gota del cielo/ Con ali libere, riprendono il bagliore e il possesso/ Dell’etere e del gioco. In alto, ancora più in alto volano via/ Le colombe bianchissime. Ah, se il cielo/ Fosse vero… (mi ha detto un uomo correndo fra due bombe)…/». Senza Stefano siamo più incapaci di capire e di narrare. Ci manca quella durezza interiorizzata e quella dolcezza nascosta solo ai nemici, che pure lasciava intravedere come dote unica. Ci manca il suo dispetto al mondo.

da Il Manifesto del 7/02/2010

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