«Pacifisti, fari nella notte»

di Enrico Campofreda

L’INTERVISTA. Paola Canarutto, della Rete ebrei contro l’occupazione, parla del conflitto in Palestina. «Netanyahu è prigioniero di una maggioranza ancor più estremista e teme che gli alleati l‘abbandonino facendo cadere l’esecutivo».

Sul critico momento nei rapporti diplomatici fra Stati Uniti e Israele abbiamo interpellato Paola Canarutto della Rete ebrei contro l’occupazione. «E’ evidente come Obama si trovi in difficoltà col mondo arabo per i comportamenti del governo d’Israele. Io non ho simpatie per la politica estera statunitense che da anni porta guerre, come in Agfghanistan e Iraq, però più fonti hanno rivelato come Biden senza mezzi termini abbia detto a Netanyahu che la linea del suo governo sugli insediamenti diventa insostenibile per l’amministrazione Obama. Perché non scompaia del tutto la prospettiva dei due stati, in Israele-Palestina, gli USA dovrebbero mantener fede alle proprie parole: se chiudessero i rubinetti, Israele non resisterebbe cinque minuti.

Sul fronte interno Netanyahu, destromane già di suo, è prigioniero d’una maggioranza ancor più estremista e teme che gli alleati l’abbandonino facendo cadere l’Esecutivo. Parlo di Yishai dello Shas e di Lieberman, i fondamentalisti e i fascisti che puntellano il governo del Likud. Questo influenza la sua politica. Purtroppo Obama è messo sotto pressione dall’estrema destra neocon, non ha il coraggio né la forza per spezzare il cerchio e rischia anche lui. È noto che il 79% degli ebrei USA alle ultime elezioni ha votato Democratico, e cioè Obama; ma un neocon importante, tal Podhoretz, ha recentemente invitato di finanziatori di Obama a destinare d’ora in poi i loro assegni ai Repubblicani; e gli eletti al Congresso a votare contro la sua proposta di riforma sanitaria. Tutto questo per contrastare le sue posizioni su Israele. Insomma un problema interno influenza la politica estera anche a Washington».

Cosa pensa del sostegno di Netanyahu alla “riconquista” dei luoghi sacri?

E’ utile ricordare come gli ebrei avessero l’orrore dell’idolatria e quello che sta avvenendo è idolatria allo stato puro. Nessuno rivela come la Tomba di Rachele è una tomba d’uno sceicco islamico del 1700. La rincorsa al sacro serve per riappropriarsi di della zona di Betlemme dove c’è questo sito oppure della Moschea di Abramo a Hebron. Per decenni i governi d’Israele hanno disneyzzato Gerusalemme, stravolto gran parte della Cisgiordania, ora si inventano origini bibliche, quando nessuno sa se un Abramo sia davvero esistito, e nel caso, da dove sia passato. Denominare luoghi di Gerusalemme ‘Città di Davide’ o ‘Porta di Salomone’ serve solo a impadronirsi della città, e ora lo stesso lavoro ‘archeologico’ serve ad impadronirsi della Cisgiordania. Però bisogna prendere sul serio gli israeliani quando parlano dei loro programmi: Weisglass (consigliere di Sharon, ndr) aveva detto che l’uscita da Gaza avrebbe messo in formaldeide il processo di pace. Così è stato.

Ma la nascita dello Stato d’Israele nel 1948 era incentrata sulla stessa tattica, prendere il posto dei palestinesi, e quei padri della patria erano laburisti non fascisti.

E’ vero, è la vittoria del sionismo che proclamava “un popolo senza terra per una terra senza popolo”. Se lì c’è un altro popolo lo butti fuori e fine del discorso. Per farlo ti appropri prima delle case poi dei luoghi santi. E’ ciò che è accaduto e continua ad accadere.

Il processo di pace è diventato davvero impossibile?

Qualche movimento per la pace è rimasto, so di manifestazioni settimanali a Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme est su cui hanno mire i coloni, purtroppo restano pochi fari nella notte. Non dimentichiamo che quasi il 95% degli israeliani ebrei ha approvato l’attacco a Gaza dell’anno scorso. A differenza degli italiani, gli israeliani sanno l’inglese: hanno così accesso anche a fonti mediatiche non del loro Paese. Eppure proseguono ad approvare quel che fa il proprio governo, questo davvero lascia un profondo pessimismo sul futuro.

da TERRA di marzo 2003

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