Nuove colonie, è scontro
di Michele Giorgio
da Il Manifesto
Ashton, in Palestina il 17 marzo, chiede uno stop agli insediamenti Biden critica l’annuncio dei 1600 insediamenti. Voci discordanti nel governo
Uno stato palestinese «funzionale, indipendente, non frammentato». È quello che, a dar credito alle parole pronunciate ieri a Ramallah da Joe Biden, gli Stati uniti intenderebbero aiutare a realizzare in tempi stretti. Le dichiarazioni del vicepresidente Usa si scontrano con la passività che l’amministrazione Obama mostra verso le politiche di colonizzazione ed occupazione di Israele che stanno affondando la soluzione dei «due stati», come la tanta contestata ultima decisione di costruire altre 1.600 case per coloni ebrei nel settore palestinese di Gerusalemme.
«È compito di entrambe le parti creare un’atmosfera di sostegno per i negoziati e non complicare la situazione», ha avvertito Biden che, allo stesso tempo, si è guardato bene dal chiedere la fine della colonizzazione. Si è lamentato solo per la scelta delle autorità israeliane di autorizzare un altro progetto edilizio, illegale per le risoluzioni internazionali, proprio nei giorni della sua visita nello stato ebraico e in Cisgiordania. «Questo annuncio in coincidenza con il rilancio dei negoziati indiretti, costituisce il genere di misura che mina la fiducia necessaria» per il dialogo israelo-palestinese, ha spiegato Biden, preoccupandosi evidentemente solo delle conseguenze per i «proximity talks», i negoziati indiretti mediati dagli Usa che israeliani e palestinesi avranno nei prossimi mesi con scarse possibilità di successo. «La decisione del governo israeliano di procedere con i progetti di costruzione di nuove unità abitative pregiudica la fiducia di cui abbiamo bisogno ora per iniziare negoziati proficui», ha ripetuto a Ramallah il vicepresidente Usa.
In apparenza quella di ieri è stata una giornata difficile per il governo guidato da Benyamin Netanyahu. L’Alto rappresentante della politica estera dell’Ue, Catherine Ashton, ha chiesto a Israele «di frenare decisioni unilaterali e azioni che possano compromettere lo status finale dei negoziati». Ha anche ribadito che «l’Unione europea considera gli insediamenti illegali rispetto al diritto internazionale». Ashton dovrebbe visitare il Medioriente il 17 marzo e per l’occasione sarà autorizzata da Israele, «in via eccezionale», ad entrare a Gaza attraverso il valico di Erez. Anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha condannato la costruzione di 1.600 nuove case a Gerusalemme che mina, ha detto, «tutti gli sforzi per l’attuazione di un processo di pace». Polemiche legate all’annuncio dell’ulteriore sviluppo della colonizzazione sono divampate anche in Israele con critiche sui maggiori media locali e di esponenti dell’opposizione e della stessa coalizione dei partiti al governo. Netanyahu ha detto di essere stato sorpreso dal comunicato sulle nuove abitazioni diffuso martedì dal ministro dell’interno, Eli Ishai, che da parte sua ha ammesso, scusandosi, che il momento «non era quello giusto». Il ministro della difesa e leader laburista, Ehud Barak, ha espresso «collera per un comunicato superfluo che turba i negoziati di pace con i palestinesi».
In casa israeliana però non si contesta la legalità del progetto edilizio, anzi. Le critiche si concentrano su di un annuncio fatto al «momento sbagliato». Senza dimenticare che Ehud Barak protesta ma lui stesso ha approvato progetti imponenti per la realizzazione della «grande Gerusalemme» nei Territori Occupati. E in ogni caso Biden ha subito lanciato un messaggio rassicurante agli alleati israeliani. Nel pieno della polemica sulle colonie si è dichiarato «sionista convinto». «Non occorre essere ebrei per sentirsi sionisti», ha spiegato il vicepresidente Usa mentre deponeva una corona di fiori sulla tomba di Theodor Herzl, il padre del movimento sionista.
I colloqui a Ramallah non hanno toccato la questione del pesante blocco israeliano che soffoca Gaza, lasciata al suo destino dopo la devastante offensiva «Piombo fuso» di un anno fa, assieme al suo milione e mezzo di abitanti. La parola Gaza non è uscita di bocca neppure al presidente palestinese Abu Mazen. Niente di positivo per Gaza anche all’Europarlamento che ieri non ha approvato il rapporto del giudice dell’Onu Richard Goldstone su «Piombo fuso» e, invece, ha adottato – su pressione del Congresso ebraico europeo, riferiva ieri il quotidiano Haaretz – una risoluzione che si limita a chiedere indagini indipendenti a Israele e Hamas sui «presunti crimini di guerra». Proseguono intanto gli arresti di attivisti palestinesi della lotta non violenta contro l’occupazione. L’ultimo è il noto accademico Mazin Qumsiyeh che martedì al suo ritorno a casa nel villaggio di Beit Sahour (Cisgiordania) ha trovato ad aspettarlo l’esercito israeliano.
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