Economia palestinese. L’occupazione in numeri

Ramallah, 29 settembre 2011 – nena news

Il Ministero dell’Economia dell’Anp (Autorità nazionale palestinese) insieme all’istituto ARIJ, ha pubblicato oggi il primo studio sistematico sui costi annuali dell’occupazione israeliana sui palestinesi.

In sintesi, qualche dato:
Senza l’occupazione israeliana, l’economia palestinese sarebbe cresciuta del doppio .
Le perdite dovute all’occupazione israeliana per l’anno 2010, sono stimabili in una cifra pari a 6,987 miliardi di dollari, equivalenti all’85% del PIL palestinese:

-l’embargo su Gaza: 1,9 miliardi di dollari
-le restrizioni imposte alle risorse idriche: 1,9 miliardi di dollari
-restrizioni imposte all’uso delle risorse naturali: 1,8 miliardi di dollari
-servizi pubblici: 493 milioni di dollari
-restrizioni imposte all’import e all’export: 288 milioni di dollari
-chiusure e restrizione alla libertà di movimento: 184 milioni di dollari
-perdite turismo sul Mar Morto: 143 milioni di dollari
-alberi sradicati: 138 milioni di dollari

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L’occupazione conviene a Israele. Ma la Palestina perde 7 miliardi l’anno

Una perdita pari a sette miliardi di dollari nel 2010 a causa dell’occupazione israeliana dei Territori. A fornire dati tanto allarmanti sono stati ieri il Ministero dell’Economia Nazionale dell’Autorità Palestinese e l’Applied Research Institute of Jerusalem (ARIJ): Israele scippa acqua, miniere, risorse naturali e turismo.

Tradotto: senza l’occupazione militare e il totale controllo esercitato da Tel Aviv su risorse energetiche, esportazioni ed importazioni, vie di collegamento e tasse, l’economia palestinese sarebbe amplia il doppio di quanto è oggi e non avrebbe più bisogno dei finanziamenti dei donatori internazionali. Secondo lo studio congiunto, infatti, le perdite dovute ai mille effetti dell’occupazione sono pari all’85% del PIL: “Senza occupazione, l’economia palestinese avrebbe un bilancio fiscale positivo e in salute e potrebbe dire addio alla dipendenza dagli aiuti dei finanziatori esterni”, si sottolinea nella dichiarazione ufficiale di presentazione del report.

Alcuni esempi: Israele incassa circa 150 milioni all’anno dal commercio dei prodotti per il corpo del Mar Morto, di cui ha il totale controllo, e 143 milioni per la gestione pressoché totale del settore turistico nel distretto di Gerico: gli stabilimenti balneari sono di proprietà israeliana.

Altri 900 milioni vengono scippati da Tel Aviv dallo sfruttamento delle miniere e delle cave presenti in Cisgiordania. La completa sovranità sulle risorse idriche del Mar Morto e del fiume Giordano, invece, permettono ad Israele di accaparrarsi l’acqua, togliendola al settore agricolo palestinese: in Cisgiordania, i coloni utilizzano dieci volte la quantità d’acqua dei palestinesi. I dati parlano chiaro: 500mila coloni coltivano 16mila acri di terra contro i 25mila acri coltivati da quattro milioni di palestinesi. Ecco spiegato perché il settore agricolo palestinese nel 2010 ha registrato una perdita pari a 1,9 miliardi di dollari a causa della minore produzione. In materia di risorse minerali, il buco è stato di 1,2 miliardi.

E infine, la Striscia di Gaza. L’assedio e l’embargo che soffocano Gaza dal 2006 costano all’economia palestinese quasi 2 miliardi di dollari l’anno. Tutti valori sottostimati, come sottolineano il Ministero dell’Economia e l’istituto ARIJ, a causa della mancanza di dati certi. Ma che preoccupano molto, soprattutto se si tiene conto della natura di tali perdite. Come spiegato nello studio, “la maggioranza di questi costi non ha alcuna relazione con le ragioni di sicurezza” che Israele utilizza per mantenere il pugno sui Territori Occupati: si tratta di costi che vanno esclusivamente motivati con la volontà da parte israeliana di bloccare lo sviluppo di un’economia palestinese competitiva.

“Non importa quello che il popolo palestinese riesce ad ottenere con i propri sforzi – ha detto il ministro dell’Economia Nazionale, Hasan Abu Libdeh – L’occupazione ci impedisce di esprimere il nostro potenziale come popolo libero nel nostro Stato. Dovrebbe essere chiaro alla comunità internazionale che una delle ragioni per cui Israele rifiuta di comportarsi come un buon partner nel processo di pace sono i profitti che ottiene dall’occupazione”.

“L’occupazione israeliana è la più economica del mondo”, ha concluso il ministro Abu Libdeh, alla faccia di chi vuol far credere che un’occupazione militare iniziata nel 1967 abbia danneggiato le casse israeliane a causa degli elevati costi per la sicurezza e il controllo dei Territori.

da AIC del 30 settembre 2011

INVESTIMENTI PALESTINESI IN ISRAELE: METÀ DEL PIL VA PERSO – di IKA DANO (Nena News del 28 settembre 2011)

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