Tra Backgammon e narghilè. Silenzi, racconti e discussioni nei caffé della Gerusalemme tardo-ottomana*
di Ada Lonni
Il caffè di Minas l’armeno.
Hakawâtî, ovvero l’arte del raccontare.
I caffè di Gerusalemme: un caffè per ogni cultura o un caffè per tutti?
“Il piacere è il nostro motto”. La nascita dei caffè letterari.
Note
Il caffè di Minas l’armeno.
Minas al-Khawati, figlio di Minas el-Hindi, era proprietario di un piccolo caffè non lontano dalla Porta di Giaffa (1), in un vicolo vicino alla Christ Church, una chiesa che il console Finn (2) aveva tanto caparbiamente voluto e che, in quei tumultuosi anni di metà secolo, il vescovo Gobat (3) stava, tra alti e bassi, cercando di vitalizzare. Minas al-Khawati lo chiamavano appunto, Minas, l’uomo del caffè. Di cognome faceva Minassian, un cognome armeno senza dubbio alcuno, e una storia familiare sviluppata all’insegna dell’endogamia, ma anche dell’appartenenza a Gerusalemme, una storia come di consueto dall’identità multipla (4).
Il vicolo era stretto e piccola la sua bottega, piccola ma più che sufficiente per accogliere gli avventori, occasionali e abituali che fossero, e fornire tè, caffè e narghilè ai negozianti della zona e a quei centri di affari, il cui cuore pulsava lì, proprio alla Porta di Giaffa. Tutti conoscevano i suoi ajir, i giovani apprendisti che portavano le bevande a domicilio, esibendo eleganti vassoi, finemente incisi, sostenuti da tre bracci congiunti da un manico anch’esso decorato con inconsueta raffinatezza. Erano, secondo alcuni, oggetti troppo ricercati per l’uso che se ne faceva, ma Minas era così: gli piacevano le cose belle e nulla per lui era abbastanza raffinato per servire il re delle bevande, il caffè, appunto. Se non si ama il caffè non si può né prepararlo né servirlo; è un’arte antica che richiede perizia e amore: è un’arte non un mestiere, continuava a ripetere, come un vecchio ritornello cui tutti intorno si erano ormai assuefatti. Ma non sempre i giovani ajir gli prestavano attenzione, ben più preoccupati di acquisire un’altra abilità, quella di trasportare integre le piccole tazze colme della scura bevanda tra la folla che si muoveva spesso scompostamente nelle stradine circostanti. Dovevano imparare ad ondeggiare agilmente, governando sempre il loro carico: un attimo di disattenzione e il danno era fatto.
Minas riteneva se stesso insuperabile nell’arte di preparare il caffè. Aveva, a suo dire, i migliori fornitori della materia prima, e d’altra parte non erano stati proprio gli armeni a portare il caffè nientemeno che in Europa, a Vienna, a Parigi, a Oxford (5)? E poi lui ci metteva la passione, perché proprio amava quella bevanda, quell’aroma intenso, in grado da solo di attrarre clienti e visitatori. Provvedeva personalmente a tostare i chicchi, perché questo, diceva, è uno dei segreti dell’eccellenza. Aveva acquistato l’apposito apparecchio da un mercante che veniva da Aleppo; il mortaio invece l’aveva trovato lì a Gerusalemme e l’aveva voluto in pietra, e così il pestello, perché non si fidava di quelli in legno che, sempre a suo dire, ne inquinavano il gusto. E poi lo pestava quel caffè che aveva con tanta cura abbrustolito sul fuoco di legna, proprio come un bravo padrone di casa o un attento capo-villaggio; e quando la polvere diventava così fine da volatilizzarsi al più piccolo soffio, allora, e solo allora, la metteva in uno dei boccali di ottone esposti in bella mostra sul ripiano, appena sopra i narghilè; e poi passava tutto sul fuoco, a bollire. Le tazze che usava erano anch’esse di ottone, anch’esse di Aleppo, piccole tazze cesellate, che naturalmente non riempiva mai fino all’orlo: “Il caffè è per il gusto, non per la sazietà”, usava ripetere, ben sapendo che se avesse offerto una misura colma, qualcuno avrebbe potuto rabbuiarsi e rifiutare di bere: su certe cose i gerosolimitani erano permalosi, e ancor più i fellahin, che proprio lì, alla Porta di Giaffa, arrivavano dai villaggi a vendere i loro prodotti, e poi si fermavano per una sosta ristoratrice, per raccogliere le ultime notizie e aggiornarsi sugli umori del potere.
Se quello di Minas era uno dei caffè più conosciuti in quell’area, certamente non era il solo. In tutta la città, protetta e insieme soffocata dalle antiche mura di Solimano (6), le piccole caffetterie, le maqahi sha‟biyyah, infatti pullulavano anche se nessuno era mai riuscito a contarle con sicurezza (7). Erano per lo più locali miseri, al livello della strada, talvolta strategicamente collocati agli incroci, magari semplicemente sotto una volta, sotto una tenda, o sotto qualche altra sorta di riparo. La gente sedeva sul pavimento, su bassi sedili di pietra coperti di tessuto, o, come nel caffè di Minas, su piccoli traballanti sgabelli in legno e corda intrecciate, sgabelli che nelle sere d’estate, nelle notti di Ramadan, e nei momenti di maggior affluenza, riempivano il vicolo, arrivando quasi a ridosso della chiesa. Con 5 pence per un caffè, e un penny per un narghilè si poteva stare ore a parlare, raccontare, inventare. Si discuteva a gruppi, si stringevano patti e si concludevano affari; i gatti osservavano a distanza di sicurezza; gli asini e i cammelli immobili attendevano la ripresa del cammino e le nuove inevitabili fatiche. Molti giocavano, e il backgammon era la sfida favorita (8). L’antico divertimento, già presente nella mesopotamica Ur e nell’Egitto dei faraoni, e poi diffusosi a oriente e a occidente, era infatti il più amato in assoluto: equilibrata sintesi tra abilità e fortuna, superava di gran lunga gli scacchi, peraltro assai popolari fra i turchi. Molte le versioni, variabili le regole, tutti imparavano a conoscerlo e a praticarlo fin da bambini. Il rumore dei dadi che rotolavano sulla tawla (9) era infatti familiare in loco, proprio come familiare era il profumo del tabacco che bruciava nei narghilè o il gorgoglio dell’acqua negli stessi, in quell’ampolla di vetro talvolta essenziale, altre volte dorata o argentata, o ancora con le tipiche decorazioni blu delle antiche vetrerie di Hebron. Ma era anche nella lavorazione del tubo che dal braciere scende fino all’acqua che si cimentavano gli artigiani locali, producendo talvolta oggetti di notevole pregio e valore. Il profumo era intenso, accattivante. Rivelava tabacchi ordinari o miscele più sofisticate, talvolta aromatizzate, talaltra arricchite di sostanze inebrianti. Tabacco e caffè fortemente intrecciati, dunque; aromi che si fondono, percezioni che si intrecciano, impossibile a un certo punto la distinzione. “C’è il pericolo che la storia del caffè ci conduca ad un posacenere”, sosteneva non a caso Braudel, facendo in qualche modo eco ad un poema arabo che recitava: “il tabacco senza il caffè è come il sesso senza passione” (10).
Hakawâtî, ovvero l’arte del raccontare.
Vi erano naturalmente anche altri richiami che rendevano il caffè speciale e che contribuirono a mantenerne alto il successo. Buffoni, saltimbanchi, illusionisti e giocolieri attiravano i clienti con le loro performance e i vari locali se li disputavano apertamente; e ancora gare di lotta (11), musica, e, dulcis in fundo, danze del ventre, che si pretendevano raffinate e con qualche aura di rispettabilità nei ricercati ‘awalen, e che si presentavano invece piuttosto grezze e artigianali nei frastornanti fawazi, per una clientela ovviamente più popolare.
Ma erano i cantastorie la vera attrazione: con l’accompagnamento del dolce e versatile rabâba, l’antica chitarra beduina, o dall’armonioso e amato liuto, la loro voce faceva tacere il chiacchiericcio degli avventori, captandone ipnoticamente l’attenzione: e giorno dopo giorno erano attesi, loro, i soli capaci di liberare la fantasia, l’immaginazione, il sogno. L’arte del racconto era infatti certamente l’arte più radicata nel mondo arabo-islamico e, tanto ai tempi del profeta quanto nell’Ottocento gerosolimitano, chi aveva il dono di affabulare, di conquistare con la voce era riconosciuto, amato e rispettato. Non importava se fosse o meno un professionista: in una piazza come in una tenda, quando la voce fluiva, intorno si faceva silenzio. Lo evoca efficacemente e con un tocco di magia il diario di Chateaubriand, ben più affidabile in questi spaccati di tipo antropologico che nelle interpretazioni storiche o politiche: “dopo aver molto chiacchierato cadde il silenzio, ad eccezione dello sceicco, che continuò a parlare, e che apparentemente raccontava qualche storia. Vedevo alla luce del fuoco i suoi grandi denti bianchi, la sua barba nera, i suoi gesti espressivi, le diverse forme che dava al suo mantello continuando il racconto; sentivo la sua voce grave e le intonazioni di una lingua fortemente ispirata”. E il pubblico rispondeva, affascinato, ammaliato: “ascoltavano, continua infatti Chateaubriand, con profonda concentrazione, talvolta si protendevano avanti, la figura sul fuoco, talvolta ripetevano con una sorta di enfasi i gesti del narratore” (12). Era un vero hakawâtî quello sceicco, e come un hakawâtî sapeva raccontare.
La parola hakawâtî è di origine siriana, dell’antica bilâd al-shâm, la terra di Damasco. È una parola composta, dalla radice incerta: secondo alcuni deriva da hikâya e significa favola, storia; secondo altri proviene invece dal verbo hakâ, narrare, raccontare; wâtî dal canto suo aggiunge l’idea di esperienza nell’arte di strada. L’hakawâtî non era “né un trovatore, che viaggia[va] da un luogo ad un altro, né un râwî, la cui recita [era] formalizzata e non lascia[va] spazio all’interpretazione” (13). Era colui che lasciava scorrere la voce; colui che con la parola sapeva evocare il passato; colui che aveva il potere di far rivivere le emozioni di fatti o di eventi lontani nel tempo o nello spazio. Sedeva di fronte al suo pubblico, un bastone sulle ginocchia e le mani libere per accompagnare la voce; talvolta recitava a memoria, talaltra elaborava poesie, le trasformava, le commentava, o semplicemente le leggeva, le declamava. Spesso ironico, poteva sembrare irriverente, ma non lo era.
Così Sa’id Abû Sa’id, l’hakawâtî del caffè di Minas. Quando cominciava a raccontare la storia del sultano Baybars (14) parlava in arabo fusha, ma poi scivolava nel dialetto di Aleppo, e ancora nel turco, a seconda dei personaggi e delle scene. E il suo libro, una sorta di guida, un autentico tesoro ricco di cronache preziose, non lo abbandonava mai. Lì aveva raccolto tutto, dal passato glorioso delle antiche dinastie Omayyadi ai racconti de Le mille e una notte. Ma era soprattutto Gerusalemme la sua fonte di ispirazione. Come non cantare il soggiorno di Ibn Battuta nella città santa, o il dramma delle crociate e le gesta del grande Salah ed-Din; o ancora di come Sulaymân, quello che i franchi chiamano “Il Magnifico”, avesse abbellito la città dotandola delle grandi inviolate mura, e di come lo stesso Sulaymân, Dio abbia pietà di lui, avesse fatto punire con la pena capitale i due architetti colpevoli di non aver incluso il Monte di Davide entro i confini della città, e li avesse fatti seppellire all’ingresso della Porta di Giaffa, non lontano dal caffè di Minas: “sono qui, ripeteva non a caso Sa’id al suo pubblico, qui a pochi passi da noi. Riposano di fronte a quella Porta che loro stessi hanno disegnato. Riposano l’uno vicino all’altro, a imperitura testimonianza che nessuno può contraddire il Sultano, il rappresentante di Dio sulla terra” (15). E poi taceva, e, nel silenzio assoluto che seguiva, ristorava la sua voce con un sorso di caffè.
I caffè di Gerusalemme: un caffè per ogni cultura o un caffè per tutti?
Il pubblico di Sa’id era un pubblico tutto maschile, perché in quello, come negli altri caffè di Gerusalemme, solo gli uomini erano ammessi, e così sarebbe rimasto fino alla prima guerra mondiale. Bandite fisicamente, le donne erano però protagoniste privilegiate delle vaghe e sconfinate conversazioni che nei caffè avevano luogo: su di loro si raccontavano storie piccanti, di tradimenti e inganni, storie spesso inventate, che rasentavano la diffamazione, che insinuavano dubbi anche sulla reputazione delle più virtuose, e che, come nella miglior tradizione popolare, diffondevano dicerie senza che in esse ci fosse alcun fondamento di verità.
Solo uomini dunque, ma non necessariamente dello stesso ceto sociale: non esistevano, almeno in questo, preclusioni di sorta. Il disappunto per azzardate mescolanze veniva semmai dagli stranieri, che vedevano sempre con diffidenza l’elusione delle gerarchie e delle differenze sociali: “rispettabili mercanti seduti ai caffè come la gentaglia, fumavano, chiacchieravano o ascoltavano cantastorie” (16), registra ad esempio Elizabeth Finn, la moglie del già citato console inglese, con evidente disapprovazione. Ma, che le piacesse o meno, questa era la situazione: una sorta di regola non scritta che stabiliva che, dal pascià all’ultimo mendicante, tutti potevano accedere ai caffè. Anche se, a dire il vero, questo non implicava necessariamente che il pascià sedesse d’abitudine accanto al mendicante e tantomeno che ne condividesse il narghilè!
Forse qualcuno considerava certi locali più seri di altri, ma bastava scegliere; e se è vero che in alcuni periodi, come negli anni di Murad IV (17), addirittura alcuni ritrovi frequentati da giocatori d’azzardo, prostitute e fumatori d’oppio erano stati chiusi, è altrettanto vero che a Gerusalemme raramente la situazione ebbe a degenerare, fatta eccezione per il suo porto, per l’antica Joppa, dove la natura trasgressiva del caffè si manifestava più facilmente. Ma anche qui è d’uopo distinguere. Non tutti i locali di quel lembo di costa erano necessariamente sospetti, al contrario, erano oltremodo utili per marinai, agenti commerciali, ufficiali, mercanti e viaggiatori. Lì era possibile ingaggiare facchini, stivatori e altri lavoratori itineranti in cerca di un impiego. Gli stessi caffè potevano essere usati come recapito postale, soprattutto per coloro che partivano e lasciavano lettere o pacchi che sarebbero stati recuperati più tardi da altri clienti. Certo era facile trovare in questi posti anche l’ampia varietà di sostanze proibite, proprio come succedeva un po’ più in periferia, a Manshiyye, dove col calar della sera l’atmosfera spesso cambiava. Fra tutti era il Baghdadi cafè, in Shabazi street, ad avere il primato di quella fama ambigua che lo non avrebbe abbandonato neppure con l’arrivo degli inglesi: “a tutte le ore del giorno è affollato da tipi sospetti, che si siedono e giocano d’azzardo, a carte e a domino”, annotava la polizia mandataria. E aggiungeva: “molte donne, senza dubbio prostitute, vi si ritrovano, ciondolando e passando da un tavolo ad un altro” (18). Ma questo a Giaffa. Gerusalemme poteva invece dirsi tranquilla; e ancor più lo fu quando a fine Ottocento le vie della città furono illuminate dalle lampade a cherosene (19). La presenza abituale fra i clienti del caffè di sufi e giureconsulti, poi, conferiva alla Città santa quella stessa rispettabilità che al Cairo era garantita dagli studiosi della moschea Al-Azar.
Per il resto, come si è detto, la clientela era varia come variegato era il paesaggio umano. Alla Porta di Giaffa si trovava di tutto: lo rivelavano, anche all’occhio più inesperto, i variopinti turbanti, solennemente indossati e ostentati come fieri e irrinunciabili simboli di identità etnica e religiosa. Ma se da quella zona ci si allontanava anche di poco, era possibile trovarsi invece di fronte ad avventori più omogenei, che in gran parte rispecchiavano la composizione e i caratteri sociali del quartiere circostante. Peculiarità evidenti presentavano ad esempio i clienti del quartiere ebraico, dove sia i sefarditi, sia gli askenaziti avevano creato luoghi di incontro numerosi e diffusi, in seminterrati o piccole botteghe. Si trattava quasi esclusivamente di “lavoratori con pochi soldi in tasca” (20), perché i più abbienti preferivano i caffè arabi, che, come si è visto, proponevano altri intrattenimenti oltre alla conversazione e al gioco. Non è un caso che i giovani della famiglia Valero, noto banchiere ebreo che accumulò fortuna e prestigio nella seconda metà del XIX secolo, frequentassero l’aristocratico e rinomato Kahwat al-Ma’araf, ancora una volta nella zona di Giaffa (21), un caffè arabo di gestione, cosmopolita di vocazione.
A volte era invece la posizione nella città a determinare il tipo di clientela del caffè. Il Seraj cafè, ad esempio, situato com’era a ridosso del palazzo del pascià, era frequentato quasi esclusivamente da persone che attendevano dall’autorità turca autorizzazioni, licenze, notizie su familiari arrestati; e che spesso utilizzavano i servizi del katib adiliyyah, lo scrivano pubblico che nel caffè aveva il suo ufficio e nel caffè compilava su commissione formulari, lettere, petizioni. Movimentato com’era nel cuore del Suq al-Attarin (22), con l’ampia vista sull’Aqabat al-Takiyyat (23) e con il grande gelso che lo copriva tutto, il Seraj Cafè era un luogo gradevole, di vero ristoro. Unico inquietante e non secondario particolare: la qafas, la gabbia, dove erano rinchiusi i prigionieri in attesa di sentenza; era una sofferenza e un messaggio insieme, a ribadire agli avventori del caffè che lì era la sede del potere, un potere assoluto, spesso arbitrario e soprattutto esercitato da uno straniero, un turco inviato direttamente da Istanbul e che solo a Istanbul doveva rispondere.
Avevano il loro caffè le persone in attesa, e avevano il loro caffè anche i funzionari, gli ufficiali ottomani: loro prediligevano il Qalonia cafè, un ritrovo piuttosto trasgressivo, che serviva alcolici, e nascondeva sul retro una stanza per il gioco d’azzardo. I giovani scapoli del notabilato locale invece si ritrovavano all’Odah cafè, mentre, i cristiani che volevano ammirare la Vasca dei Patriarchi sedevano all’Arabian cafè (24). E così via: c’erano davvero caffè per tutti, in quella Gerusalemme ottocentesca che vedeva la sua popolazione crescere e diversificarsi, e che, suo malgrado, si stava rapidamente trasformando in un’arena internazionale (25).
“Il piacere è il nostro motto”. La nascita dei caffè letterari.
I cambiamenti urbani e sociali dell’ultimo quarto di secolo generarono anche nuove tipologie di caffè, pur senza per questo rinnegare l’esistente. Molti nuovi locali nacquero non a caso fuori le mura, accompagnando passo passo l’espansione della città, anche se i più ricercati avrebbero continuato a subire l’attrazione dell’antico centro e a concentrarsi soprattutto nelle vicinanze del quartiere russo (26). Questi nuovi nati assunsero subito una connotazione cosmopolita, intellettuale e artistica” (27), e si presentarono come ambienti aperti, in cui la musica si accompagnava felicemente agli alcolici, e dove cristiani, musulmani, ebrei insieme riuscivano in qualche modo a neutralizzare i divieti sociali.
La nuova atmosfera, che era anche o forse soprattutto politica, si era avvertita fin dalla costituzione del primo parlamento ottomano nel 1878, per intensificarsi poi a seguito degli eventi del 1908: si manifestava nel rinnovamento scolastico, nella formazione di gruppi di varia natura, nella fondazione di centri culturali e, per quel che più direttamente ci interessa, nella diffusione di quel nuovo versatile strumento che fu il giornale. E il giornale a sua volta trovò nel caffè il suo terreno naturale per raggiungere “la coscienza pubblica”. Era una sorta di omaggio alla modernità, e in qualche modo una sorta di trasformazione della tradizione dell’hakawâtî, solo che ora i messaggi e le riflessioni non arrivavano dalla letteratura classica ma dai nuovi fogli di carta stampata: “La pagina delle notizie, scrive a questo proposito Ami Ayalon, diventò un aspetto quotidiano del caffè, soprattutto con l’annunciarsi della prima guerra mondiale, e ancor più durante la guerra stessa, quando essa rappresentava una fonte essenziale degli eventi che si verificavano rapidamente al fronte” (28).
Con queste caratteristiche si affermò ad esempio il Jawarieh cafè, aperto subito dopo la guerra, che serviva cibo libanese, meza e araq con acqua e con il ghiaccio, la grande innovazione resa possibile dalla recente introduzione cittadina dell’elettricità. O il Postal cafè, accanto alla Barclay Bank, gestito da un ebreo russo, che esprimeva a pieno titolo quell’atmosfera radicale che avrebbe caratterizzato molti locali durante il mandato inglese. “Andavo in questo caffè ogni pomeriggio, racconta lo scrittore socialista Najati Sidqi, dove incontravo una clientela cosmopolita. Fra loro c’erano un ufficiale zarista con una barba bianca, che pretendeva di essere stato il capitano della flotta russa prima che i bolscevichi catturassero la sua nave ad Odessa, un giovane impiegato del municipio, il padre era russo e la madre araba, e un pittore immigrato che soleva ritrarre i clienti del caffè per pochi qurush, una elegante signora che parlava sempre delle sue proprietà in Ucraina, e molti giovani e donne immigrate, che volevano semplicemente chiacchierare e bere” (29). Ma forse, tra tutti i nuovi nati, fu il caffè di Khalil Sakakini (30), il Caffè Vagabondo, quello che meglio riuscì a coniugare la tradizione con le esigenze che il nuovo secolo stava imponendo.
Era nato con un altro nome, come Qahwat al-Mukhtar, il Caffè del Mukhtar (31), ancora una volta alla Porta di Giaffa, a pochi passi dall’Imperial hotel, un’altra importante espressione dei cambiamenti in corso (32). Lo aveva aperto proprio il mukhtar della comunità ortodossa gerosolimitana, Issa Michael al Tubbeh, grande amico di Khalil, anche lui scrittore, anche lui fautore dell’arabizzazione della chiesa greco-ortodossa. Il caffè di Issa si rivelò immediatamente essere un punto di riferimento e di ristoro per greci, ciprioti e pellegrini russi che venivano per la
Pasqua; ma fungeva anche da ufficio di consulenza per la comunità che nel quartiere viveva. L’atmosfera era particolare: “una sorta di luogo di incontro per gli intellettuali e gli umoristi più famosi”, come ricorda, con un misto di nostalgia ed affetto, il figlio stesso di Issa, Jamil al-Tubbeh. Fu naturale trasformarlo in caffè letterario, visto che già vi si davano appuntamento anche i nomi più prestigiosi dell’intellighenzia locale, da Adal Jaber a Is’af al Nashashibi, da Issa al-Issa a Ishaq Musa al Husseini, da Khalil Nakhleh ad Ahmad Zaki Pascià e Khalil Mutran (33), e così via. “La Città vecchia dava loro l’insostituibile legame con il passato, la cultura, la religione e la storia”. Lì i “loro discorsi, spesso ravvivati dai narghilè e da sorsi della famosa acquavite del Libano” (34) trovavano lo spazio e il respiro di cui avevano bisogno.
Ma perché chiamarlo proprio Caffè Vagabondo? Certo l’espressione è suggestiva, intrigante. Evoca la mobilità, l’erranza del pensiero e delle idee, l’arricchimento continuo, il rifiuto del radicamento e della stabilizzazione. E tutti questi elementi erano presenti certamente in quella filosofia che Sakakini cercava di far uscire dalle secche delle dichiarazioni e degli intenti, sperimentando forme di realizzazione e di condivisione non convenzionali e soprattutto non strutturate. Ma era anche qualcosa di più. Quello dei Vagabondi era in realtà un gruppo letterario, costituito da persone che condividevano aspirazioni politiche e ideali culturali, e che trovarono nel caffè la loro sede più consona: lì continuamente si incrociavano, scivolavano una sull’altra, la dimensione letteraria e quella politica; lì si stava formando la nuova identità palestinese e se ne cominciavano a delineare i tratti; lì si condivideva l’aspirazione a un benessere che era innanzitutto libertà da vincoli e da sopraffazioni; lì si cercavano forme di espressione collettiva scevre da costrizioni e luoghi comuni. Era tutto questo insieme. Era una filosofia di vita, un approccio al
mondo e ai rapporti interpersonali che non permetteva compartimenti separati. Una filosofia di vita che i suoi adepti chiamavano “Partito”, l’ironia è evidente: “tutti uomini e donne sono membri di questo partito, che piaccia o non piaccia, a meno che non violino i suoi principi; il partito non ha presidente, non ha cariche, non ha un tesoriere né un quartier generale. I suoi membri si incontrano per la strada, dove tutti i vagabondi sono fratelli. Non riconoscono titoli, eccellenze o onori, non padroni né servi: il piacere è il nostro motto” (35).
Note
Estratto da: P. De Gennaro (a cura di), La ricerca della verità, Università degli Studi di Torino, Trauben 2010
*Questo articolo è parte di un lavoro più ampio sulla società gerosolimitana in epoca tardo-ottomana. Il caffè, sebbene trascurato da storici e antropologi, è stato ed è un luogo fondamentale di incontro e di scambio, di discussione e di elaborazione di idee e conoscenze. In questo saggio, non potendo per ragioni di spazio esaurire l’ampia tematica relativa dei caffè di Gerusalemme, si è scelto di limitarsi a riproporre l’atmosfera dell’epoca, di quei locali in cui sarebbero germogliate percezioni e consapevolezze identitarie e dove si sarebbe sviluppato il dibattito sull’invasione
sionista, sul nazionalismo e sui grandi temi della Palestina dell’epoca. Le traduzioni delle citazioni da opere straniere sono opera dell’autore di questo saggio.
(1) La porta di Giaffa è una delle porte della Città vecchia di Gerusalemme, la porta più frequentata, quella dove giunge la strada di Giaffa, la strada del porto; ma anche quelle di Betlemme e di Hebron. Alla porta di Giaffa stazionava la guarnigione turca e avevano sede i consolati. Era zona di commercio e di mercato. Sulla città e sulle sue trasformazioni nell’Ottocento cfr. A. LONNI, Alle radici della colonizzazione. Viaggio nella Gerusalemme tardo-ottomana, Il Ponte, Bologna, 2008.
(2) Secondo console inglese a Gerusalemme (1846-1863).
(3) Nominato nel 1846 secondo vescovo protestante di Gerusalemme.
(4) La storia della famiglia di Minas è pubblicata nel volume J.H.M. ROSE, Armenians of Jerusalem. Memories of Life in Palestine, The Radcliffe Press, London New York, 1993.
(5) C. KAFADAR, A History of Coffee, Harvard University, U.S.A, sd http://eh.net/XIIICongress/cd/papers/64Kafadar16. Originario dell’Etiopia, il caffè era giunto nello Yemen alla fine del XIV secolo e si era diffuso in tutto il mondo arabo già nella prima metà del Cinquecento. Ma fu solo nel secolo successivo che il mercato si estese all’Europa e che anche le più importanti città del vecchio continente videro aperte le prime caffetterie (R. S. HATTOX, Coffee and Coffeehouses: the Origins of a Social Beverage in the Medieval Near East, University of Washington Press, Seattle
London, 1996).
(6) Un carnaio circondato da mura, la definì Flaubert.
(7) Y. BEN-ARIEH, Jerusalem in the 19th Century, Yad Itzhak Ben-Zvi, Jerusalem, 1984, p. 26.
(8) R. E. WILSON, Pictoresque Palestine, Sinai and Egypt, D. Appleton & Co. Publisher, New York, 1881, p. 36
(9) La scacchiera di legno.
(10) KAFADAR, A History of Coffee, cit.
(11) R. KARK & J. B. GLASS, The Valero Family. Sephardi-Arab Relations in Ottoman and Mandatory Jerusalem, in “Jerusalem Quarterly File”, 21 (2004), p. 31.
(12) R. CHATEAUBRIAND,Itineraire de Paris à Jérusalem, Les Belles Lettres, Paris, 1946, p. 65.
(13) B. NIMRI AZIZ, The last hakawâtî, in “Aramco World magazine”, January – February, 1996, http://almashriq.hiof.no/syria/700/790/the_last_hakawati/
(14) Il sultano Baybars (1260-1277) fu il sultano che fermò l’avanzata dei mongoli e combatté i crociati, impadronendosi della Siria musulmana.
(15) Si tratta ovviamente di una leggenda senza alcun fondamento di verità, e del tutto sconosciuta permane l’identità delle due tombe all’ingresso della Porta di Giaffa. Cfr in proposito: Y. S. AL-NATSHEH, Un-inventing the Bab al-Khalil tombs. Between the Magic of Legend and Historical Fact, in “Jerusalem Quarterly File”, 22 (2005), p. 25.
(16) E. FINN, Home in the Holy Land, James Nisbet & Co, London, 1866, p. 268.
(17) Il sultano Murad IV regnò tra il 1623 e il 1640.
(18) Citato da S. TAMARI, The Vagabond Café and Jerusalem’s Prince of Idleness, in “Jerusalem Quarterly File”, 19 (2003), p. 26.
(19) R. DAVIS, Ottoman Jerusalem: the Growth of the City outside the Walls, in S Tamari, Jerusalem 1948. The Arab Neighboroods and their Fate in the War, The Institute of Jerusalem Studies, Jerusalem, 2002, p. 10.
(20) R. KARK & J. B. GLASS, The Valero Family, cit. p. 31
(21) Ivi
(22) Il mercato dei profumieri.
(23) Strada di Gerusalemme a ridosso dei luoghi sacri dell’Haram
(24) Una cisterna artificiale particolarmente suggestiva; cfr. K. BAEDEKER, Jerusalem and Its Surroundings. Handbook for Travellers, London, Dulau and Co., 1876, p. 124.
(25) A. LONNI, Alle radici della colonizzazione, cit. pp. 77.
(26) Quartiere che si trova fuori le mura, a ridosso della cosiddetta Porta Nuova, che conduce nell’area cristiana della Gerusalemme vecchia.
(27) S. TAMARI, The Vagabond Cafè, cit. p. 31.
(28) A. AYALON, Modern texts and their Readers in Late Ottoman Palestine, in “Middle East Studies”, 39, (2002), p. 27.
(29) S. TAMARI, The Vagabond Café, cit. p. 32.
(30) Nato a Gerusalemme nel 1878 nella comunità greco-ortodossa, Khalil Sakakini viaggiò a lungo, insegnò arabo e lavorò come giornalista presso alcune testate locali. Fondò scuole con avanzati modelli di insegnamento e lavorò nella direzione dell’arabizzazione della chiesa greco-ortodossa, e tra le altre cose diede vita al Caffè Vagabondo, appunto.
(31) Il mukthar era una sorta di responsabile di una comunità, una figura di riferimento spirituale ma anche un appoggio pratico nelle questioni organizzative, legali, amministrative.
(32) Fu il secondo hotel aperto a Gerusalemme per far fronte alle profonde trasformazioni che si stavano verificando in ambito turistico.
(33) S. TAMARI, The Vagabond Café, cit. p. 32.
(34) Ivi, p. 30.
(35) K. SAKAKINI, Faraman al-Sa’aleek, 1925, citato da S. TAMARI, The Vagabond Café, cit. p. 32.

