Al-Numan, un giorno di lotta per le famiglie divise dal muro
Pacifisti israeliani e internazionali manifestano nel villaggio alle porte della Città santa per permettere ai palestinesi di esercitare un diritto negato dalla barriera: comunicare con i propri parenti che, come le loro terre, sono stati tagliati fuori dalla recinzione
MI. GIO. – Gerusalemme
«Tua moglie come sta? I bambini, sono cresciuti? Peccato che oggi non siano qui con te», dice Amira Darawe appoggiando la mano sulla rete di metallo. «Stiamo tutti bene, avrei voluto portare i tuoi nipoti con me, ma è pericoloso qui, i soldati potrebbero lanciare i lacrimogeni», risponde dall’altra parte del recinzione il fratello Jamal accarezzandole affettuosamente una mano.
E mentre parlano, decine di attivisti israeliani di Taayush, pacifisti giunti da molti paesi e palestinesi del posto trasformano quel pezzetto di muro in una ragnatela colorata, lanciando da una parte all’altra gomitoli di lana e rotoli di nastro. C’è Nick, capelli lunghi, piglio deciso e maglietta rossa, arrivato da Londra «per vedere di persona i problemi causati dal muro ai civili palestinesi», accanto alla ragazza velata con il naso all’insù che ammira i nastri colorati che volano oltre la rete.
Un po’ più indietro Cristina, una volontaria del «Consiglio delle Chiese Cristiane», osserva preoccupata i movimenti delle guardie di frontiera israeliane che urlano ai dimostranti di allontanarsi. Due attiviste italiane, armate di macchina fotografica e telecamera, sono intente a riprendere quanto accade. Poi i militari israeliani si rassegnano e lasciano termine la manifestazione, non mancano però di lanciare qualche lacrimogeno e granate assordanti, una delle quali ferisce leggermente ad un piede una giovane uruguaiana. È stato un giorno speciale per Amira e Jamal Darawe. Dopo mesi sono riusciti a rivedersi e persino a sfiorarsi le mani. Ma solo grazie alla presenza di tanti stranieri e pacifisti israeliani, perché ai palestinesi è proibito severamente avvicinarsi alle recinzioni. Da quando il «muro» è stato ultimato (15 km) in questa zona a sud-est di Gerusalemme, a ridosso di Betlemme e Beit Sahur, le 25 famiglie del villaggio di al-Numan e le centinaia di abitanti di al-Khass sono stati bruscamente divisi.
Su di loro è calata una barriera insuperabile che, come in molti altri casi in Cisgiordania, ha separato fratelli, spezzato coppie, tagliato campi coltivati, costretto bambini a recarsi a scuola passando per uno dei cancelli della recinzione che i soldati aprono solo in certi orari e per pochissimi minuti.
La vicenda di al-Numan è una delle più drammatiche tra le tante causate dalla costruzione del «muro» israeliano in Cisgiordania. I suoi abitanti, dopo la guerra del 1967 scoprirono di non rientrare – per un errore commesso durante il censimento – tra gli abitanti di Gerusalemme, pur vivendo alla periferia della Città santa. Per questo hanno sempre vissuto una situazione ibrida, a cavallo tra la Gerusalemme araba annessa illegalmente a Israele e il resto dei Territori occupati.
Che è diventata paradossale quando Israele ha completato la barriera davanti alle loro case. Al-Numan ora si trova all’interno della zona controllata da Israele ma le autorità dello Stato ebraico si rifiutano di concedere ai suoi abitanti la residenza. Così la popolazione di al-Numan per ricevere i servizi più elementari – assistenza sociale, prestazioni ospedaliere, scuole – deve recarsi, esclusivamente a piedi, fino al gate, mostrare il permesso ai soldati israeliani che, sulla base di rigidi ordini militari, possono aprire o lasciare chiuso il punto di passaggio verso il vicino villaggio di al-Khass.
Circa il 16% della Cisgiordania è schiacciato fra la «linea verde» armistiziale e il muro. Oltre 200mila palestinesi già vivono in questa zona. Quando la barriera sarà costruita integralmente, altri 160mila vivranno «agglomerati» indefiniti. A ciò si accompagna l’instaurazione di un regime amministrativo «particolare».
Nell’ottobre 2003 l’esercito israeliano ha emanato delle ordinanze che dichiarano «area chiusa» questo 16% della Cisgiordania e i non residenti non possono accedervi se non sono in possesso di un permesso speciale rilasciato dalle autorità. I circa 320mila coloni israeliani (178.mila dei quali a Gerusalemme Est) invece possono rimanere nell’«area chiusa», circolarvi liberamente ed uscirne senza avere bisogno di permessi.
«Questa situazione è peggiore dell’apartheid che abbiamo vissuto noi», ha commentato due giorni fa il ministro sudafricano Ronnie Kasrils, in visita nella zona di Betlemme e Beit Sahur. Si può credergli.

