In mezzo, passa un muro

Strade dell’Apartheid

di Shahar Ilan

da Haaretz 19 novembre 2007

“È possibile che Israele stia davvero progettando di costruire una strada sul confine di Gerusalemme, che sia per metà israeliana e per metà palestinese, con un muro in mezzo? No, non si limita solo a progettarlo. La verità è che la superstrada, con in mezzo il muro, è già in un uno stato inoltrato di costruzione. Venerdì scorso, l’avvocato Danny Seidman, dell’Associazione Ir Amim¹ , mi ha accompagnato a vedere l’ultima innovazione del Ministero della Difesa: una superstrada bi-nazionale, con un divisorio etnico”.

A volte, leggendo, vien voglia di sfregarsi gli occhi, per accertarsi che quel che si vede esista per davvero, e, specificatamente, nei verbali parlamentari. Fra questi vi è la replica del Vice Ministro alla Difesa, Matan Vilnai, ad una domanda del parlamentare Uri Ariel, dell’Unione Nazionale. Ariel voleva conoscere la ragione per cui tarda l’apertura della circonvallazione est di Gerusalemme, che è, naturalmente, situata in Cisgiordania. La risposta di Vilnai è stata dettagliata:

“La superstrada 45, la circonvallazione est tra Anatot ed A-Zayim, è stata costruita con un ordine di confisca, prima di divenire parte del percorso della barriera di sicurezza che avvolge Gerusalemme. La strada è divisa a metà da un muro, per separare il traffico israeliano da quello palestinese. La superstrada può funzionare solo quando vi è sia traffico israeliano, sia palestinese. Questa soluzione era stata anche proposta dal personale di sicurezza nel comitato dell’Amministrazione Civile² per le superstrade, e durante i procedimenti di confisca dei terreni.

L’ Autorità Nazionale per le Strade ha completato solo la parte israeliana; deve portarla a termine sul lato palestinese, per permettere il traffico, in questa fase, verso i villaggi di Anata, Hizma ed A-Zayim.

Quando sarà completata anche dal lato palestinese, sarà richiesto al personale della Difesa di portare a termine gli apparati di sicurezza dell’incrocio vicino a Medtzudat Adumim, per prendere in esame la questione di come entrare a Gerusalemme. Detto personale dovrà inoltre completare una barriera elettronica ed a fibre ottiche, anche sul muro che separa le due parti, in modo che l’ostacolo divenga operativo. Allora la superstrada potrà essere aperta al traffico, previo trasferimento dei budget richiesti”.

È possibile che Israele stia davvero progettando di costruire una strada sul confine di Gerusalemme, che sia per metà israeliana e per metà palestinese, con un muro in mezzo? No, non si limita solo a progettarlo. La verità è che la superstrada, con in mezzo il muro, è già in un uno stato inoltrato di costruzione. Venerdì scorso, l’avvocato Danny Seidman, dell’Associazione Ir Amim, mi ha accompagnato a vedere l’ultima innovazione del Ministero della Difesa: una superstrada bi-nazionale, con un divisorio etnico.

All’inizio, questa superstrada aveva fatto parte della circonvallazione di Gerusalemme – in altre parole, del piano per ridurre la congestione del traffico nella città. Ma sulla scia dell’intifada ne è stato modificato il fine, ed è divenuta parte integrante del sistema di separazione. Detta superstrada assicura che nessuna auto che devia dalla propria corsia attraversi la barriera di separazione, che si innalza per circa 5 metri.

Il cemento della barriera è stato progettato in uno stile che imita la pietra di Gerusalemme: un’altra innovazione estetica. E questo fa nascere la domanda se sia mai possibile che nessuno, nell’establishment della difesa, abbia compreso che, quando qualcosa è pianificato come apartheid, costruito come apartheid, ed assomiglia all’apartheid, il mondo intero concluda che è apartheid.

Lo scopo di questa superstrada è interamente difensivo? Ir Amin sostiene che era stata costruita per ragioni diametralmente opposte: rendere possibile la costruzione del nuovo quartiere di Ma’aleh Adumim, nell’area di E1. Ed in che modo, precisamente, la superstrada renderà ciò possibile? L’area E1 completa un anello ebraico intorno a Gerusalemme, interrompendo la contiguità palestinese tra il nord ed il sud della Cisgiordania. Seidman spiega che la Superstrada 45 ha attuato l’impegno di E1, imponendo una contiguità di trasporti di 16 metri di ampiezza. La superstrada israeliana collegherà le colonie di Mateh Binyamin a Gerusalemme, con svincoli lungo tutto il percorso. Quella palestinese renderà possibile il traffico dal nord (Ramallah) al sud (Bethlehemme), e comprenderà ponti ed incroci sotterranei; non vi sarà però alcuna possibilità di voltare ad ovest, verso Gerusalemme.

Il colonnello riservista Shaul Arieli, in passato un negoziatore di alto livello nel governo Barak, ed uno di coloro alla base dell’Iniziativa di Ginevra, quando si arriva alle mappe delle barriere e delle strade cisgiordane è un esperto. Arieli sostiene che, secondo gli ultimi orientamenti governativi israeliani, la superstrada fa parte della contiguità di trasporti palestinese, come la nuova strada ‘palestinese’ pianificata da Israele, che connetterà Abu Dis, adiacente a Gerusalemme, a Gerico. La strada è stata disegnata per separare il traffico israeliano in direzione del Mar Morto da quello palestinese. “Questa è la contiguità del povero”, afferma. “Non ha senso. Israele chiede per sé contiguità urbana, ma sta dicendo ai palestinesi: ‘Accontentatevi di una contiguità di trasporti’”.

Risposta del Portavoce dell’ IDF³ : “Il recinto di separazione, eretto in questo tratto di strada, è parte della barriera, progettata per proteggere i residenti del luogo da infiltrazioni di terroristi. La costruzione di una strada tra la Giudea e la Samaria fa parte della rete viaria che, si presuppone, permetta ai residenti palestinesi libertà di movimento, migliorandone la mobilità”.

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La passeggiata a sud

Sebbene il Ministro di Pubblica Sicurezza Avi Dichter non sapesse quanti ingressi illegali in Israele siano avvenuti nel 2007 attraverso il confine egiziano, ha riferito che, nel 2005, ve ne sono stati più di 3.000: in altre parole, quasi 10 al giorno. Dichter ha emesso questa dichiarazione in un incontro congiunto del Comitato Parlamentare sull’Abuso di Stupefacenti e della Sottocommissione sul Traffico di Donne, che ha avuto luogo lunedì scorso. La maggior parte degli ingressi illegali nel 2005 erano stati compiuti da contrabbandieri beduini. Da allora, si è aggiunto il problema degli ingressi illegali dall’Africa; ne possiamo dedurre che il numero di infiltrati sia aumentato in modo significativo, e che il nostro confine sud possa essere descritto come una passeggiata.

Dichter non ha lasciato spazio ad illusioni a riguardo delle possibilità di risolvere il problema. “I confini con l’Egitto e la Giordania non sono ai primi posti nella lista delle priorità nazionali. Il completamento della barriera in Giudea e Samaria, e il costituire un involucro per Gerusalemme, hanno una priorità molto più alta”. In una realtà in cui manca il denaro per completare la barriera di separazione nel sud della Cisgiordania, è superfluo dire che neppure la costruzione di una strada per le pattuglie sul confine sud è ancora iniziata.

Dichter non ha lasciato posto ad illusioni neppure a riguardo ai risultati della costruzione della barriera. Ha proposto: “Il comitato non si lasci ingannare da chi sostiene ‘Costruita una barriera, ci riposeremo; la nostra terra sarà in pace per 40 anni’. Possiamo essere presi in trappola. Investiremo miliardi, ed alla fine continuerà il contrabbando”. Ha sostenuto che una barriera non è solo fatta di metallo, ma anche di pattuglie, equipaggiamento, dissuasione, processi, punizioni – in altre parole, che richiede un budget operativo molto ampio”.

Ma Dichter crede che si possa fare di più anche senza una barriera. Ha criticato l’esercito ed i servizi di sicurezza, lo Shin Bet, per essersi focalizzati solo sul prevenire le infiltrazioni correlate ad attività terroristiche, e per aver permesso un vasto contrabbando su entrambi i confini. Afferma: “Comunque la si consideri, la responsabilità dei confini dello Stato di Israele è dell’IDF. Il contrabbando avviene nonostante le forze dell’esercito siano dispiegate lungo il confine”.

Dichter non è solito esprimersi in modo così diretto. Quando la presidente della Sottocommissione sul Traffico di Donne, Zahava Gal-On (Meretz-Yahad), ha sostenuto che la sua critica dell’IDF era solo sottintesa, ha replicato: ‘Se fosse solo sottintesa, avrei dei problemi”. Ma anche nel suo secondo tentativo non è stato capace di essere molto più diretto; ha proposto di trasferire la responsabilità di presidiare i confini di Israele con l’Egitto e la Giordania alla Polizia di Frontiera. Il problema è che, per farlo, si dovrà aggiungere alla Polizia di Frontiera molta più manodopera, che questa dovrà ricevere una gran quantità di equipaggiamento sofisticato, e che chi ne fa parte dovrà essere addestrato ad usarlo. E questo apparentemente non accadrà, dato che il confine meridionale non costituisce una priorità.

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Immunità dalle intercettazioni?

Per le intercettazioni telefoniche a carico di un avvocato o di qualunque altro professionista che goda di immunità, la polizia deve pubblicare un ordine del tribunale, che indichi che il soggetto fa parte di questi professionisti.

Ma cosa avviene quando la polizia intercetta le conversazioni telefoniche di un altro sospetto, e questo sta parlando con un legale o uno psicologo? In base alle procedure della polizia, nel momento in cui chi intercetta comprende di ascoltare qualcuno che gode di immunità, deve smettere di intercettare (ma non di registrare).

Se la polizia ha interesse ad ascoltare queste conversazioni, si suppone che si rivolga a un giudice, che questi oda le registrazioni e decida se questa possa ascoltarle tutte o solo in parte, o se non possa ascoltarle affatto. Ma cosa avviene in realtà? In 19 su 20 casi in cui l’Unità Investigativa Internazionale della Polizia Israeliana ha chiesto un permesso del tribunale per intercettare conversazioni con professionisti che godono di immunità, i giudici hanno approvato la richiesta, senza nemmeno udirle. Nell’unico caso in cui un giudice le ha ascoltate, ha proibito alla polizia di fare lo stesso.

Questi dati sorprendenti sono stati comunicati domenica scorsa dal capo della divisione per le intercettazioni all’Unità Investigativa Internazionale, Sovrintendente Tali Rubin, a un Comitato di Inchiesta Parlamentare sulle Intercettazioni. Rubin ha sostenuto che, in almeno tre casi, le intercettazioni hanno portato a porre sotto accusa persone con l’immunità. Mentre questo è degno di nota, significa anche che è possibile che in 16 altri casi la polizia abbia intercettato conversazioni protette, che non aveva alcun motivo di ascoltare.

In risposta, il vicedirettore dell’Amministrazione dei Tribunali, il Giudice Alon Gillon, ha sostenuto che i giudici si basano soltanto su prove esterne e dei servizi segreti, che possono costituire una base sufficiente per decidere di permettere l’ascolto delle registrazioni. Ha anche asserito che la polizia non può sapere se il giudice, nel suo ufficio, ha ascoltato i nastri.

Il presidente del comitato di inchiesta, il parlamentare Menahem Ben-Sasson (Kadima), ha osservato che lo stato aveva trasferito la supervisione delle intercettazioni ai tribunali, e che, durante tutto il lavoro del comitato, “la corte ci ha deluso”.

Faceva riferimento, tra l’altro, a dati resi noti nei precedenti incontri del comitato: ne risulta che, nel 2006, le corti hanno assentito al 99% delle richieste di intercettazione presentate dalla polizia.

Un altro dato reso noto nel comitato dal prof. Yoram Shahar, del Centro Interdiscipinare a Herzliya: in Israele (7 milioni di abitanti), nel 2006 sono state approvate 1.250 intercettazioni. In tutti gli Stati Uniti (circa 300 milioni di abitanti) ne sono state approvate, per contro, 1.839.

traduzione di Santa Di Prima e Paola Canarutto
note:
1) In ebraico: Città dei popoli (n.d.T)
2) Ramo dell’esercito israeliano che si occupa dei civili palestinesi (n.d.T)
3) L’esercito israeliano (n.d.T.)
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