La lettera più lunga del mondo

Secondo sudafricani come il vescovo Desmond Tutù, Israele starebbe esercitando un regime di apartheid più variegato e violento di quello sudafricano. Nell’aprile 2009, Farid Esack, un attivista pacifista sudafricano, anti-apartheid e Commissario per l’uguaglianza di genere al governo di Nelson Mandela, ha scritto una lettera al popolo palestinese. L’organizzazione umanitaria Sendamessage (www.sendamessage.nl) l’ha riportata sul Muro, ad Ar-Ram, 1998 parole per 2,6 km, la «lettera più lunga del mondo». Sul sito di Sendamessage c’è scritto: «Non cerchiamo un record mondiale. Qui si tratta della giustizia per i palestinesi. Dopo 62 anni di oblio, oppressione ed espropriazione, si meritano un messaggio che il mondo non dimenticherà tanto facilmente». Quella che segue è la versione integrale.

lettera sul Muro

dal libro di William Parry Contro il Muro (Isbn Edizioni, 2010)

Lettera aperta di Farid Esack, 2009

Miei cari fratelli e sorelle palestinesi, sono venuto nella vostra terra e ho ritrovato le ombre della mia. Un tempo, nella mia terra, c’erano persone che pensavano di poter costruire la loro sicurezza sull’insicurezza altrui. Sostenevano che la pelle più chiara e le origini europee dessero loro il diritto di spossessare chi aveva la pelle più scura e viveva su quella terra da millenni, lo vengo da una terra dove un gruppo di persone, gli Afrikaner, è stato vittima degli inglesi che li disprezzavano e hanno rinchiuso molti di loro in campi di concentramento. Quasi un sesto della popolazione è morto. Poi gli Afrikaner hanno detto “Mai più!”. E intendevano che mai più verrà inflitto loro altro dolore senza rispetto per come la loro natura umana sia legata a quella di altri. Nel loro dolore hanno sviluppato la consapevolezza di essere stati scelti da Dio per abitare una Terra promessa. E così hanno occupato la terra, la terra di altri, e hanno costruito la loro sicurezza sull’insicurezza del popolo nero. Poi si sono uniti ai figli dei loro vecchi nemici, «gli inglesi». I nuovi alleati, detti semplicemente “bianchi”, si sono messi contro i neri costringendoli a pagare il terribile scotto dell’espropriazione, dello sfruttamento e dell’emarginazione, in nome di un razzismo bianco combinato alle paure e al senso di elezione degli Afrikaner. E, naturalmente, c’era l’atavico peccato della cupidigia pura e semplice.

lo vengo dal Sudafrica dell’apartheid. Quando sono arrivato nella vostra terra, la terra di Palestina, il senso di déjà vu è stato inevitabile. Sono rimasto molto colpito dalle anaogie. In un certo senso, tutti noi siamo il prodotto della nostra storia, ma possiamo scegliere di farci coinvolgere o meno dalle storie degli altri.

Forse è questo che si intende per moralità. Non possiamo reagire sempre davanti a quello che vediamo, ma abbiamo sempre la libertà di farci vedere o di farci toccare.

Vengo da una terra dove, in nome della libertà, la gente ha sfidato l’assalto furioso dei bulldozer, dei proiettili, delle mitragliatrici e dei lacrimogeni. Abbiamo resitito nel momento in cui non era conveniente. E adesso che siamo stati liberati, tutti vanno dicendodi essere sempre stati dalla nostra parte. Un po’ come l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Durante la guerra pochi hanno oppposto resistenza. Dopo la guerra non si trovava un solo sostenitore dei nazisti e la maggioranza proclamava di aver sempre appoggiato la resistenza.

Sono stupefatto di come gente comune, rispettabile, con il cuore “al posto giusto”, tergiversi quando si tratta di Israele e dell’espropiazione e della sofferenza dei palestinesi. E mi interrogo sulla natura della “decenza”. L’ “obiettività”, la “moderazione” e il considerare “i due punti di vista” non hanno limiti? In caso di clamorosa ingiustizia la moderazione è davvero una virtù? Entrambe le parti meritano “lo stesso ascolto” in una situazione di violenza domestica, quando una donna viene picchiata da un uomo – a sua volta vittima in passato di abusi domestici – perché anche lui è una vittima?

Chiediamo al mondo di fare qualcosa contro la spoliazione dei palestinesi. Dobbiamo mettere fine all’umiliazione quotidiana ai check-piont, alla vergogna del Muro dell’apartheid che divide la gente della prorpia tera, dai propri mezzi di sussistenza, dalla propria storia, e agire contro la tortura, la detenzione arbitraria e le uccsioni mirate di chi osa resistere. La nostra umanità chiede a noi che riconosciamo il male di contrastarlo anche quando questo non è “conveniente”. Una tale azione e un tale riconoscimento arricchiscono il nostro più alto Io. Noi reagiamo davanti all’oppressione, alla spoliazione o all’occupazione in modo che la nostra umanità non venga sminuita dal nostro silenzio quando parte della famiglia umana viene degradata. Quel che sminuisce il tuo valore di essere umano, sminuisce anche il mio. Reagire in tua difesa significa agire in difesa del mio Io, che si tratti del più alto Io presente o del mio vulnerabile Io futuro.

La moralità è la capacità di essere toccati da interessi che vanno oltre il prorpio gruppo etnico o religioso, o la propria nazione. Quando la propria visione del mondo e del relazionarsi agli altri è autoreferenziale – sia essa in nome della religone, della sopravvivenza, della sicurezza o dell’etnicità – allora è solo una questione di tempo prima di diventare vittime a nostra volta. Invocando “la vita vera” o la realpolitik come valori in sè stessi, gli esseri umani agiscono perlopiù in proprio interesse anche quando cercano di ostentare una logica più etica. Così, che si tratti di petrolio o di un vantaggio strategico, puoi invocare il principio della diffusione della democrazia o giustificare lo sfruttamento dello schiavismo con la confortante razionalizzazione che le vittime nere del sistema potevano morire di fame se restavano im Africa. Essere veramente uomini – menschen – è diverso. Vuol dire essere capaci di trascendere i propri interessi e di capire come una maggiore umanità sia legata al bene degli altri. Quando l’esclusione viene elevata a dogma e ideologia, quando viene convalidata dalla legge e dai suoi organismi, ha un nome solo: apartheid. Il privilegio di pochi, solo per essere nati in un certo gruppo etnico, usato per spossessare e discriminare gli altri, ha un nome solo: apartheid. Indipendentemente dalla realtà del trauma che ha provocato tutto questo e dalla profondità religiosa delle credenze esclusiviste che lo supportano, ha un nome solo: apartheid. Il modo di rispondere al nostro trauma e all’indifferenza o alla colpevolezza del mondo, non deve mai giustificare il trauma arrecato ad altri o l’indifferenza nei loro confronti. L’esclusione, così, non diventa solo un fondamento per ignorare l’altro con il quale condividiamo uno spazio comune, ma anche una base per negare la sofferenza e l’umiliazione altrui. Noi non neghiamo il trauma che gli oppressori hanno provato nel corso delle loro vite individuali o collettive. Noi semplicemente rifiutiamo la nozione secondo la quale gli altri dovrebbero diventare vittime di conseguenza. Rifiutiamo la manipolazione di quella sofferenza a fini espansionistici, politici e territoriali. Rifiutiamo di dover pagare il prezzo dell’espropriazione perché una potenza imperialista ha bisogno di un alleato affidabile in questa parte del mondo.

In quanto sudafricani, parlare della vita o della morte del popolo palestinese significa anche salvaguardare il nostro stesso sogno di una società morale che non diventi connivente davanti alla sofferenza altrui. Esistono chiaramente altre forme di oppressione, espropriazione ed emarginazione nel mondo, eppure nessuna di queste è immediatamente riconoscibile per noi che abbiamo vissuto sotto l’apartheid, che vi siamo sopravvissuti, che l’abbiamo sconfitto. Infatti, per quelli di noi che hanno vissuto sotto l’apartheid sudafricano e lottato per liberarsene e per liberarsi da tutto quello che significava, la Palestina rappresenta in molti modi l’incompiutezza di quella lotta, lo, come molti altri che hanno partecipato alla lotta contro l’apartheid, sono venuto qui e ho visto un luogo che per molti aspetti mi ricordava quello che avevamo sofferto noi. L’arcivescovo Desmond Tutù ha ragione quando dice che le condizioni dei palestinesi “mi hanno ricordato tanto quel che è accaduto ai neri in Sudafrica… Perché la nostra memoria è così corta? I nostri fratelli e sorelle ebrei hanno forse dimenticato la loro umiliazione?». E invece, in tanti modi diversi, nella vostra terra assistiamo a qualcosa di ancora più brutale, implacabile e disumano di quanto non abbiamo mai visto noi sotto l’apartheid. Per certi versi, fratelli e sorelle, sono imbarazzato nel vedere che dobbiate ricorrere a una parola che prima definiva la nostra specifica situazione, per attirare l’attenzione sulla vostra.

I bianchi sudafricani hanno cercato di controllare i neri, è innegabile, ma non hanno mai cercato di negare la loro esistenza o auspicato che se ne andassero, come succede qui Noi non abbiamo provato l’occupazione militare senza diritti per chi è occupato Non abbiamo dovuto subire le svariate e barbare forme di punizione collettiva sotto forma di demolizione delle case, distruzione dei frutteti appartenenti ai parenti di sospetti che lottano per la libertà, o il trasferimento forzato di quegli stessi parenti. I tribunali dell’apartheid del Sudafrica non hanno mai legittimato la tortura. I sudafricani bianchi non hanno mai avuto il via libera per umiliare i sudafricani neri a differenza dei coloni ebraici. I più fanatici degli zeloti dell’apartheid non si sarebbero mai sognati qualcosa di così macabro come questo Muro. La polizia dell’apartheid non ha mai usato i bambini come scudi umani in alcuna delle sue operazioni né l’esercito dell’apartheid ha mai usato elicotteri da combattimento e bombe contro obiettivi perlopiù civili. In Sudafrica i bianchi erano una comunità stabile e dopo secoli hanno dovuto scendere a patti con i neri (anche se era solo perché dipendevano economicamente dal popolo nero). L’idea sionista d’Israele come luogo di raccolta di tutti gli ebrei, vecchi e nuovi, convertiti ritornati e rinati, è molto complessa Non c’è l’idea di tendere la mano al proprio vicino ma sembra, di volersi sbarazzare dei vecchi vicini – pulizia etnica – e di far arrivare persone nuove.

Noi sudafricani che abbiamo resistito all’apartheid, abbiamo compreso il ruolo inestimabile della solidarietà internazionale per mettere fine a secoli di oppressione. Oggi non ci resta altra scelta se non quella di dare il nostro contributo alla lotta dei palestinesi per la libertà E lo facciamo nella totale consapevolezza che la vostra libertà contribuirà alla libertà di molti ebrei di essere veramente umani, come la fine dell’apartheid ha segnato la liberazione del popolo bianco in Sudafrica. Al culmine della lotta per la liberazione non abbiamo mai smesso di ricordare al nostro popolo che quella nostra lotta era anche la lotta per la liberazione del popolo bianco. L’apartheid ha sminuito l’umanità del popolo bianco proprio come l’ingiustizia di genere sminuisce l’umanità dei maschi. L’umanità dell’oppressore viene rivendicata attraverso la liberazione e Israele non fa eccezione. Nei comizi durante la liberazione sudafricana, l’oratore del caso spesso gridava: «Ferire uno?» e la gente rispondeva: «È ferire tutti!». All’epoca l’avevamo capito, ma solo in parte. Forse siamo destinati a comprenderlo solo in parte. Quel che sappiamo è che una ferita al popolo palestinese è una ferita a tutti. Una ferita inflitta agli altri ritorna puntualmente a chi l’ha inflitta. Non è possibile far male a qualcuno e non perdere la propria umanità. Davanti a una mostruosità come il Muro dell’apartheid, noi offriamo un’alternativa: la solidarietà con il popolo palestinese. E ribadiamo la nostra determinazione ad accompagnarvi nella lotta per superare la separazione, conquistare l’ingiustizia e mettere fine alla bramosia, alla divisione e allo sfruttamento.

Abbiamo visto come chi è stato oppresso – nell’apartheid sudafricano come oggi in Israele – possa diventare a sua volta oppressore. Per questo noi condividiamo la vostra idea di creare una società dove tutti, indipendentemente dalla propria etnia o religione, saranno uguali e vivranno liberi.

Noi continuiamo a ispirarci alle parole di Nelson Mandela, padre della nostra nazione ed eroe del popolo palestinese. Accusato di tradimento e condannato alla pena di morte nel 1964, si rivolse ai giudici e disse: «Ho combattuto contro il dominio bianco e ho combattuto contro il dominio nero. Ho inseguito l’ideale di unasocietà democratica e libera in cui tutti vivono in armonia e godono delle stesse opportunità. È un ideale per il quale voglio
vivere e che spero di raggiungere. Ma è un ideale per cui sarei pronto a sacrificare la vita se necessario”.

dal libro:
CONTRO IL MURO – L’arte della Resistenza in Palestina di William Parry
Isbn Edizioni – Milano, giugno 2010

vedi anche su Electronic Intifada di maggio 2009

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