L’annessione di Sharon
L’amministrazione Bush rinuncia a premere su Israele per fermare la costruzione del muro dell’apartheid dando così via libera a Sharon. Il governo israeliano decide di dare il via alla seconda fase della costruzione della grande muraglia che porterà all’annessione del 60% della West Bank e alla “pulizia etnica” ai danni di oltre 100.000 palestinesi. Un milione e settecentomila palestinesi racchiusi in grandi ghetti circondati dal muro.
di STEFANO CHIARINI
Il governo statunitense ha rinviato a data da destinarsi la decisione sull’ammontare della cifra da detrarre dalle garanzie su prestiti ad Israele per nove miliardi di dollari come forma di pressione sul governo Sharon perché modifichi il percorso del “muro”. Lo modifichi limitando la nuova annessione ad Israele di significativi pezzi della West Bank e limitando la “pulizia etnica” ai danni di un numero di palestinesi tra i 90.000 e i 210.000 che saranno costretti a spostarsi ancora una volta verso oriente. In base alle leggi vigenti il governo di George Bush e dei neoconservatori “Likudnik”, stretti alleati di Sharon, avrebbe dovuto decidere entro il 30 settembre l’ammontare delle simboliche penalizzazioni da realizzare tramite una riduzione delle garanzie sui prestiti ad Israele ma ieri in serata il portavoce della Casa Bianca, Richard Boucher, ha annunciato che per il momento non se ne farà nulla. In pratica si è trattato di una nuova luce verde dell’amministrazione Usa all’operazione di Sharon tesa ad annettere ad Israele un buon 60% della West Bank ed un terzo della striscia di Gaza (oltre naturalmente al Golan siriano e a Gerusalemme est araba).
Sharon, come sempre, forte del via libera di Bush, ha “raddoppiato” ieri il muro dell’apartheid a poche ore dalla dura presa di posizione delle Nazioni Unite che hanno definito la nuova barriera del tutto “illegale” “equivalente ad un atto di annessione”: il governo israeliano, tutto proteso a minare alle fondamenta qualsiasi possibilità di scambio “pace contro territori”, ha così approvato ieri la seconda fase della costruzione della grande muraglia che, una volta completata, sarà di tre volte più lunga e di due volte più alta del muro di Berlino.
I lavori di costruzione del muro sono iniziati nell’estate del 2002 e il primo tratto, ormai completato ha una lunghezza di circa 150 chilometri. Le fasi di costruzione della muraglia sono tre e quando saranno ultimate avrà una lunghezza di circa 350 chilometri racchiudendo in se la gran parte degli insediamenti ebraici in Cisgiordania.
Il muro non segue l’andamento del confine del `67 tra Israele e territori occupati ma si addentra come un serpente, in alcuni casi per oltre una ventina di chilometri, dentro la West Bank.
Un altro muro, ad Oriente, separerà la valle del Giordano (e quindi il confine con la Giordania) dal resto della West Bank. Quest’ultima, da parte sua, sarà divisa in due sotto-bantustan la cui superficie non supererà il 40% del totale della superficie della Cisgiordania (che a sua volta è appena il 23% della Palestina mandataria). In tal modo ai palestinesi andrebbe non più del 9% della loro terra e Sharon riuscirebbe ad annettersi il 60% delle terre della Cisgiordania concentrando tutti gli abitanti arabi, circa 1,7 milioni, all’interno di grandi bantustan “autonomi”, a loro volta inframmezzati da colonie, strade per i coloni, e istallazioni militari.
Gravissime le ripercussioni economiche e sociali della costruzione del muro che separerà molte comunità palestinesi dalle loro terre fertili e le priverà delle fonti d’acqua destinate anch’esse a rimanere dalla parte israeliana della grande barriera. Per costruire il primo tratto della muraglia, nel nord della Cisgiordania, sono stati già requisiti migliaia di acri di terre palestinesi, 100.000 alberi e piante sono stati sradicati (e spesso portati in Israele dove sono stati rivenduti), 35 pozzi sono stati requisiti e altri 14 demoliti.
Obiettivo ultimo del muro è quello di impedire la nascita di uno stato palestinese con una sua continuità territoriale, con Gerusalemme Est, con uno sbocco verso la Giordania e l’Egitto, e di annettere ad Israele le terre e le acque ma non gli abitanti che saranno costretti ad andarsene a vivere in veri e propri ghetti con tanto di cancello che sarà aperto e chiuso dall’esercito israeliano. Come avveniva con i ghetti ebraici nei tempi più bui della vecchia Europa e della Roma papalina. Le città palestinesi “autonome” o “indipendenti” diventeranno così null’altro che una sorta di prigioni a cielo aperto.
La sezione del muro approvata ieri dal governo israeliano sarà lunga circa 45 chilometri, dalla colonia di Elkana nel nord della Cisgiordania sino alla base militare di Ofer vicino a Gerusalemme e si addentrerà ancor più nella Cisgiordania di quanto non abbia fatto il primo tratto.
Per non imbarazzare troppo l’amministrazione Bush il governo israeliano ha deciso di costruire il muro lasciando una “finestra” all’altezza dell’insediamento di Ariel, oltre 20 chilometri all’interno della West Bank. In una seconda fase la “finestra” sarà chiusa e il muro completato.
Il processo di annessione dei territori occupati, in realtà, non si è mai fermato: basti pensare che dal 1994 al 2000, in pieno clima di Oslo, i governi israeliani riuscirono a raddoppiare il numero dei coloni senza che USA o UE prendessero alcuna iniziativa in proposito. Intanto continuano gli omicidi politici, due sono le vittime di ieri a Tulkarem, gli arresti, ieri è toccato ad un leader della Jihad a Jenin e la demolizione delle case nella Striscia di Gaza.

