Quando si aprono i buchi nella “teoria” del muro israeliano
Ogni giorno migliaia di palestinesi varcano la “barriera difensiva” che separa Isreale dai Territori
Sono lavoratori in nero, ovvero manodopera a basso costo per le compagnie dello Stato ebraico
di Nicola Perugini
Il muro a seconda della sponda in cui ci si trovi assume significati diversi. Da un lato, quello israeliano, il muro viene inteso come «barriera di difesa», lunga oltre seicento chilometri, unica garanzia contro il «terrorismo suicida palestinese». Il muro costa milioni di dollari al chilometro e il suo completamento è ormai giunto alla fine. Presto le recinzioni metalliche che disegnano le ultime parti del folle tracciato saranno sostituite da pilastri di cemento alti otto metri.
Dalla parte palestinese il muro è il soffocamento di una vita già segnata da decenni di sofferenze, di espulsioni, di un lungo errare tra insediamenti di coloni fondamentalisti che hanno devastato la Cisgiordania trasformandola in un campo militare in cui sorgono sempre più numerose isole di case a schiera in stile americano abitate dai coloni.
Il muro e la teoria del muro sono costellati di buchi. La teoria del muro come scudo difensivo è invalidata dall’enorme numero di colonie situate dentro il tracciato di questo serpente di cemento. Centinaia di migliaia di coloni vivono barricati dentro le loro isole, mangiando terra ai vicini villaggi palestinesi, costringendone gli abitanti a vivere ore di coprifuoco per far si che i coloni possano festeggiare “in tutta tranquillità” le festività ebraiche, e dando vita a un “sistema di difesa” all’interno del tracciato costituito da chekpoint fissi o volanti, blocchi di cemento invalicabili che sbarrano la comunicazione tra i villaggi palestinesi, separazione delle strade percorribili dai coloni e dagli abitanti palestinesi.
Insomma tutte pratiche di occupazione volte a scoraggiare la mobilità all’interno di ciò che resta della Cisgiordania. I racconti di palestinesi che sono a conoscenza di recenti partenze in massa di cittadini palestinesi verso l’America o l’Europa si susseguono. In molti lasciano, partono all’estero per poter inviare sostentamento alle famiglie che restano soffocate dall’occupazione, e se le condizioni di vita restano le stesse forse gli emigranti si trasformeranno di fatto in espulsi, a ripetere le esperienze di chi dal 1948 è stato costretto a lasciare la propria terra.
In una delle estremità di Gerusalemme Est il muro ha dei buchi. Sia dei piccoli buchi di diametro di poche decine di centimetri, che parenti o conoscenti palestinesi separati dalla barriera utilizzano per comunicare secondo modalità simili a quelle della comunicazione in carcere, che buchi ancor molto più particolari, costituiti da alcune decine di metri di tracciato alti tre metri circa, dunque ben al di sotto degli otto metri di cemento con cui Israele dichiara di voler difendere la propria sicurezza.
A partire dalle prime ore del mattino i palestinesi che provengono dalla Cisgiordania giungono in taxi, scendono e cominciano ad aggirarsi come spettri attorno a questo tratto di muro, cercando di capire se dall’altra parte si aggirano camionette militari israeliane, in attesa di cogliere il momento buono per scavalcare il muro, un gesto teoricamente liberatorio, ma in realtà poco liberatorio se si comprende la destinazione di questi uomini e donne. Alcuni di essi sono anziani e la “traversata” costa fatica, il loro passo è lento, e il rischio è quello di scavalcare lentamente e di non avere la forza di attraversare velocemente e di fuggire dall’esercito di occupazione pronto ad intervenire, stranamente a intermittenza, per bloccare e poi arrestare senza limiti di tempo precisi i palestinesi che scavalcano.
La destinazione degli abitanti che saltano questo pezzo di muro non è solo Gerusalemme Est, la città che sognano come capitale della Palestina, bensì una destinazione con una valenza molto più mondana. In mano hanno sacchetti di plastica con viveri e vestiti da lavoro, perchè il loro obiettivo reale è Tel Aviv, dove lavorano in nero per compagnie israeliane che tutt’ora utilizzano manodopera palestinese a basso costo dai Territori occupati, compagnie che smontano la teoria israeliana del muro come cerniera difensiva (il muro può essere oltrepassato) e aprono un buco nel muro per poter continuare a sfruttare gli abitanti della Cisgiordania che hanno ancora forza e pazienza per viverci, senza essere espulsi.

