443: la grande menzogna
Lo scorso 28 maggio, la Corte Suprema israeliana ha riaperto al traffico palestinese la 443, “la strada dell’apartheid”, 14 km di asfalto costruiti su terra esproriata. Ma da allora e’ veramente cambiato qualcosa?
SERVIZIO DI BARBARA ANTONELLI
Ramallah, 22 Settembre 2010 Nena News – 28 chilometri di superstrada a doppia corsia, che collegano Tel Aviv e il blocco di Modi’in a Gerusalemme e alle colonie illegali israeliane: 40.000 veicoli israeliani al giorno sfrecciano su questa arteria, che e’ una comoda alternativa per gli automobilisti provenienti da Tel Aviv, imbottigliati nel caotico traffico della sempre affollata autostrada Numero 1.
Ma la 443, e’ o per meglio dire era, anche una delle principali arterie di comunicazione del distretto sudovest di Ramallah. Un’arteria in passato fondamentale, chiusa da Israele sia al traffico delle automobili che al passaggio pedonale palestinese a partire dal 2002. Off limits anche per le ambulanze e il trasporto di merci; a partire da quando, nel pieno della seconda Intifada, nel corso di diversi attacchi a veicoli israeliani, 6 residenti ebrei furono uccisi.
Da allora decine di migliaia di palestinesi delle comunita’ che si snodano lungo la 443, hanno di fatto usato percorsi alternativi, in alcuni casi la cosiddetta ‘fabric of life’ un sistema di passaggi sotterranei, costruiti dalle stesse autorita’ israeliane, percorsi in genere piu’ lunghi e tortuosi della strada originale. La 443 e’ costellata da un sistema di impedimenti fisici, cancelli di ferro, reticolati, blocchi di cemento, check-point (due per l’esattezza, uno all’entrata con Israele, il checkpoint Maccabim e l’altro all’entrata della zone sotto la giurisdizione di Gerusalemme, Atarot) e da pattuglie della polizia, pronte a punire qualsiasi violazione.
Quella della 443 e’ fin dall’inizio una storia fondata sull’ingiustizia, perche’ la sua costruzione nasce da un esprorio. Negli anni ‘80, infatti le autorita’ israeliane decisero di rinnovare la strada originale, costruita sotto mandato britannico, e ripavimentarla, includendo anche i 14 km che sono al di la’ della Linea Verde, cioe’ territorio occupato palestinese. L’arteria fu ingrandita, con la diretta conseguenza che migliaia di dunum di terra sia pubblica che privata appartenenti alle comunita’ della zona, furono confiscate. Con la promessa di una nuova e piu’ efficiente via di trasporto da e per Ramallah. A nulla valse l’appello presentato alla Corte dall’associazione israeliana ACRI per conto dei residenti palestinesi: la Corte accolse la teoria sostenuta dall’esercito, cioe’ che la strada avrebbe migliorato anche il traffico palestinese. Ai 35.000 residenti palestinesi dei villaggi circostanti non rimase che accettare, con la speranza di riceverne davvero dei benefici.
Ma dalla chiusura dell’arteria nel 2002 a oggi, sono stati devastanti gli effetti economici e sociali sulla vita dei villaggi palestinesi. Oltre alla perdita di parte della terra agricola e alla difficolta’ di comunicazione tra comunita’ prima legate fra di loro. “C’e’ da pensarci due volte prima di fare avanti e indietro da e per Ramallah”, dicono i tassisti della zona. “Un’ ora ad andare e una a tornare, strade strette, senza asfalto. E poi nessuna strada significa anche nessun commercio”. In Beit Ur al Fauqa, la scuola elementare dovrebbe servire anche A-Tira, che pero’ si trova dall’altro lato della 443: i bambini di A-Tira sono costretti a camminare mezz’ora nel mezzo di una grossa tubatura di acqua che corre sotto la 443.
A dicembre del 2009, dopo l’ennesimo appello presentato dall’associazione israeliana ACRI, l’Alta Corte Israeliana ha riconosciuto “l’illegalita’ delle limitazioni della 443”, disponendone la riapertura, entrata in vigore il 28 maggio 2010. Una decisione percepita all’inizio come una vittoria, ma che innescando una serie di meccanismi regolati e supervisionati dall’esercito militare, e’di fatto senza valore. La nuova sistemazione infatti, con solo due rampe di accesso per i palestinesi e 4 svincoli per l’uscita e la costruzione di due nuovi check-point, crea l’illusione di una libera circolazione palestinese, quando di fatto nulla e’ davvero cambiato. Un abile travestimento. Una ben architettata menzogna. Inoltre il check-point di Beitnuya resta chiuso, cosa che nega l’accesso a Ramallah e quindi rende la riapertura della strada inutile. Solo 4 sono i chilometri effettivamente consentiti alle automobile con targa verde, con tanto di blocchi dell’esercito ai lati delle arterie secondarie, ispezione di documenti e bagagliaio. E per chi non abbia voglia di provare sulla propria pelle, con tanto di targa palestinese, quanto sia menzognera la riapertura della 443, ACRI ha realizzato un gioco interattivo, purtroppo al momento solo in ebraico (http://www.acri.org.il/443/main.html).
Tanto vale usare la ‘fabric of life’ dicono i residenti di Beit Sira e Saffa. Ai lati della 443, soldati israeliani rimangono in attesa di sparuti automobilisti palestinesi, nonostante la campagna pubblicitaria orchestrata da alcuni media israeliani, per mettere in luce l’atto caritatevole della Corte, la vittoria della giustizia.
A molti israeliani la riapertura al traffico palestinese e’ parso un atto che mette in pericolo la loro vita. Tanto da creare un dibattito interno in Israele, che ha visto schierato un acceso fronte del no. Secondo le fonti militari (basta leggere le dichiarazioni rilasciate dai portavoce dell’esercito al Jerusalem Post) “sarebbe piu’ sicuro che il traffico palestinese fosse accuratamente evitato”. Tanto che lo Shin Bet (i servizi di sicurezza), ha deciso che la strada e’ troppo rischiosa per il Primo Ministrio Netanyahu, a cui e’ interdetto l’uso. Piu’ di 1000 famiglie di coloni, rappresentate dal centro legale Shurat HadDin, hanno sottoposto alla Corte un’ingiunzione contro la riapertura della 443.
I 30 milioni di shekel spesi per riadattare la circolazione sulla 443, in conformita’ con quanto stabilito dalla Corte, hanno prodotto un sistema alternativo di impedimenti e ostacoli. Senza l’apertura del checkpoint di Beitunya, la riapertura della 443 rimane di fatto una grande menzogna. Una continuazione o un semplice alleggerimento (come l’accesso delle merci nella Striscia di Gaza) della politica segregazionista di Israele.
Cosi l’indicazione stradale che all’altezza della prigione (israeliana) di Ofer (anche questa costruita su territorio occupato) recita in bianco e nero ‘Ramallah’, rimane un miraggio, nonostante dietro quell’indicazione segua una confortevole e pavimentata strada che potrebbe fare arrivare in citta’ in soli 10 minuti. (Nena News)

