La chiave di tutto
Relazione dettagliata sull’esproprio territoriale del West Bank
un documento interessante sulle colonie
di Jean Shaoul – da una relazione di B’tselem – 25 maggio 2002
Esproprio del territorio
La politica di colonizzazione eseguita da Israele nei Territori Occupati
Land grab, Israel’s settlement policy in the West Bank, la relazione pubblicata recentemente da B’tselem, il Centro Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati, documenta per la prima volta tutta la dimensione dell’esproprio territoriale illegale compiuto da Israele nella West Bank, occupata militarmente sino dalla guerra del 1967.
I terreni attrezzati delle circa 200 colonie costituiscono l’1,7% del territorio della Cisgiordania, i loro confini municipali si estendono per oltre tre volte tale superficie, occupando cioè il 6,8%, mentre i relativi consigli regionali ne comprendono un altro 35,1% di territorio previsto per una futura espansione dei piani urbanistici. Così, in totale, Israele controlla il 41,9% del West Bank.
Lungi dal restituire territori ai palestinesi, il cosiddetto processo di pace basato sulla formula “territorio per pace” non è servito a far evacuare neanche una delle colonie. Anzi, il numero degli insediamenti è cresciuto, assieme ai loro inquilini ed ai terreni inclusi nelle previste zone d’espansione delle colonie.
Quando il Trattato di Oslo fu firmato nel 1993, la popolazione delle colonie in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est che Israele considera parte integrante, ammontava a 247.000. All’inizio dell’anno 2002 i coloni sono diventati 380.000, quindi il 50% in più.
Grazie al Trattato di Oslo qualche competenza è stata trasferita all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), interessando una dozzina di recinti palestinesi sconnessi tra di loro, composti da città e villaggi dove vive la maggioranza della popolazione della West Bank, ma comprendente soltanto il 42% del territorio.
Come ha spiegato B’tselem, il controllo della restante parte del territorio, assieme al controllo delle strade che mettono in collegamento i vari recinti, oltre a quelle che servono da porte d’uscita verso i paesi arabi confinanti e verso Israele, rimane nelle mani di Israele.
Uno degli stratagemmi preferiti per arrivare all’esproprio delle terre palestinesi, è quello di dichiarare tali terre come parte dei “terreni demaniali“, facendo leva su una vecchia legge ottomana del 19° secolo.
Altri stratagemmi comprendono la prassi di requisire terreni per scopi militari o di dichiarare lo stato di abbandono su determinati terreni per poterli confiscare per presunti obiettivi pubblici.
Inoltre, Israele ha aiutato i suoi cittadini ebrei nell’acquisto di terreni per la costruzione di nuove colonie. Per invogliare i cittadini ebrei e gli ebrei della diaspora ad andare a vivere nelle colonie, lo stato sionista ha sviluppato un elaborato sistema organizzativo, finanziario e progettuale con lo scopo di assimilare sempre maggior terreni palestinesi nello Stato di Israele.
Facendo così, il governo di Israele ha infranto ripetutamente la legge internazionale riguardante l’occupazione militare di territori altrui, ha negato ai palestinesi i loro diritti umani fondamentali ed ha adoperato un sistema di discriminazione basato sulla religione e sulle origini nazionali delle persone.
Yehezkel Lein, l’autore della relazione, dice: “essenzialmente, il processo di assimilazione tende ad oscurare il fatto che l’impresa della colonizzazione dei Territori Occupati ha creato un sistema di separazione, legalmente sanzionato, basato sulla discriminazione” – un sistema che probabilmente, sin dallo smantellamento del regime di apartheid del Sudafrica, non ha nessuna parallelismo da nessuna parte del mondo. Per nascondere qual è la dimensione totale della sua politica di annessione, Israele ha cercato di fare del suo meglio per trattenere le informazioni principali sulle colonie.
Mentre informazioni riguardanti le autorità locali in Israele sono facilmente accessibili, B’tselem ha dovuto lottare per un anno con la “Amministrazione Civile” – un eufemismo per indicare il regime illegale di Israele nei Territori Occupati. Solo dopo che B’tselem aveva minacciato di intraprendere azioni legali, l’Amministrazione Civile ha consegnato delle informazioni che non erano neanche aggiornate.
Un portavoce dell’Amministrazione Civile ha dichiarato che “attualmente non disponiamo di mappe aggiornate per le Autorità regionali di Giudea e Samaria“, i nomi biblici della West Bank che Israele insiste ad adoperare.
Una violazione della legalità internazionale
L’esproprio di terre palestinesi, praticato da Israele nell’ambito della realizzazione della politica di un Grande Israele, costituisce una violazione flagrante dei due principi basilari della legge internazionale, vincolante per Israele, riguardanti la guerra e l’occupazione territoriale: le Regole di La Hague del 1907 e la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949.
L’uso di terre requisite a beneficio esclusivo dei coloni, escludendone invece i palestinesi, è ugualmente illegale a prescindere dai metodi utilizzati per la confisca.
Le Regole di La Hague sono basate sul principio fondamentale che un’occupazione militare debba essere temporanea. Questo per impedire alla potenza occupante di “creare fatti sul terreno“, atti a pregiudicare una futura soluzione politica.
Da ormai più di dieci anni, Israele sta giustificando l’esproprio di terreni di proprietà privata, a beneficio delle sue colonie per motivi di sicurezza e con la piena cooperazione della Corte Suprema.
Soltanto in seguito a proteste di massa, il gruppo pacifista Peace Now era riuscito a lanciare una sfida legale contro la colonia Elon Moreh, costruita per motivi di sicurezza, vincendo la causa perchè la Corte la dichiarò illegale.
Con Ariel Sharon nel ruolo cruciale di Ministro dell’Agricoltura e responsabile del controllo dell’Amministrazione Demaniale di Israele. il governo cambiò tattica. Senza problemi, il governo firmava le autorizzazioni per nuove colonie su terreni che Sharon dichiarava “terreni demaniali“, cioè terreni che venivano considerati della Giordania. La Corte Suprema si rifiutava di intervenire per dichiarare illegale la nuova procedura. Ma anche nell’ipotesi che fossero davvero terreni demaniali, il che è molto improbabile, l’articolo 55 delle Regole di La Hague prevede chiaramente che la potenza occupante non abbia diritto alla sovranità sulle terre occupate e che le sia concesso usare le “terre demaniali” esclusivamente a scopo di amministrazione del territorio. “Essa è obbligata a salvaguardare la proprietà di questi beni e non ne può cambiare il carattere o la destinazione, tranne che per esigenze di sicurezza e di benessere della popolazione residente“.
Le colonie invece cambiano radicalmente la destinazione delle terre demaniali.
L’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra dispone: “La potenza occupante non può deportare o trasferire una quota della propria popolazione civile nei territori da essa occupati“.
Come ha spiegato la Croce Rossa Internazionale, con questa disposizione si era voluto impedire la ripetizione di atti commessi durante la Seconda Guerra Mondiale, cioè il trasferimento di popolazioni verso territori militarmente occupati o la loro colonizzazione per conseguire obiettivi di politica razziale.
Il presunto trasferimento volontario di cittadini israeliani non sarebbe mai stato possibile se il governo non avesse sollecitato tale trasferimento grazie a massicci appoggi finanziari ed organizzativi. Inoltre, il trasferimento è stato conseguito grazie alla creazione di un sistema di separazione e di discriminazione (sia fisica che legale) tra i coloni ed i palestinesi, con l’intenzione deliberata di annettere i Territori Occupati in tutto o almeno in parte.
Queste violazioni della legge internazionale costituiscono una violazione anche delle leggi internazionali a tutela dei diritti umani – i diritti all’autodeterminazione, all’uguaglianza, alla proprietà, ad un adeguato livello di vita, alla libertà di movimento – tutti diritti sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ed universalmente riconosciuti da due Convenzioni delle Nazioni Unite del 1966 e ratificate peraltro da Israele.
Il primo articolo, uguale in ambedue le Convenzioni, dice: “Ogni popolo ha il diritto all’autodeterminazione. In virtù di tale diritto, ogni popolo ha il diritto di determinare liberamente la propria costituzione politica, di perseguire liberamente il proprio benessere economico, sociale e culturale. Ogni popolo ha il diritto di disporre liberamente, per i propri fini, dei suoi beni naturali …. in nessun caso un popolo può essere privato dei propri mezzi di sussistenza“.
Le colonie interrompono la continuità territoriale delle città e dei villaggi palestinesi nella West Bank, impedendo la costituzione di una stato palestinese viabile, occupando non solo una porzione consistente del territorio, ma sottraendo pure la maggior parte delle risorse d’acqua a favore dei coloni.
I coloni dispongono di prati verdeggianti e di numerose piscine, mentre i palestinesi subiscono frequenti, a volte giornaliere, interruzioni delle forniture d’acqua. Il secondo articolo, delle due Convenzioni e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, proclama il diritto all’uguaglianza. Dice: “Ogni persona è titolare dei diritti e delle libertà sanciti dalla presente Dichiarazione, senza distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica, origine nazionale o sociale, proprietà possedute, nascita o condizione. Inoltre, nessuna distinzione può essere fatta sulla base dello stato politico, giurisdizionale od internazionale vigente sul territorio di appartenenza della persona, sia esse sovrana, sotto mandato, in regime di amministrazione autonoma o sottoposta a qualsivoglia limitazione della sovranità“.
Israele adopera le sue leggi, regolamenti ed ordinanze militari in modo sistematico per effettuare un’annessione illegale delle colonie. Israele è l’unico Stato al mondo che non si definisce come Stato dei suoi cittadini, ma invece come Stato del popolo ebreo. Così si sente autorizzato ad invitare non solo gli ebrei israeliani, ma anche quelli della diaspora a trasferirsi per prendere la loro residenza nella West Bank.
Le nuove case attraenti ed i servizi annessi alle colonie non sono a disposizione dei palestinesi dei Territori del ’48 o della West Bank. Mentre i coloni, residenti nella West Bank, sono soggetti alla legislazione di Israele, i palestinesi sono soggetti al regime dell’occupazione.
Anche dopo la firma degli Accordi di Oslo e la costituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese, i coloni sono rimasti soggetti alle disposizioni legislative ed amministrative di Israele. In questa maniera, uno degli effetti diretti dell’esistenza delle colonie è la segregazione tra le popolazioni palestinese ed israeliana residenti sullo stesso territorio, soggette a differenti sistemi legali, a seconda dell’appartenenza religiosa e dell’origine nazionale. Questo costituisce una grossolana violazione del diritto all’uguaglianza.
B’tselem vuole inoltre portare l’attenzione sul fatto che l’articolo 17 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani riconosce il diritto alla proprietà. Israele ha incluso questo riconoscimento nella Sezione 3 della sua Legge Fondamentale (Basic Law). Considerando che le colonie sono state costruite su proprietà privata altrui e quindi risultano illegali sino dall’inizio, una grande quota dell’espropriazione di terre riguarda direttamente il diritto alla proprietà personale dei palestinesi .
Risulta, inoltre, che molte delle procedure impiegate per sottrarre terreni contenevano flagranti ed arbitrarie violazioni al diritto ad un procedimento regolare.
L’articolo 11 della Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali riconosce ad ogni persona il diritto ad un adeguato standard di vita per se stesso e per la sua famiglia, comprendendo il diritto ad alimentazione, vestiario ed abitazione adeguati, così come la possibilità del conseguimento di un continuo miglioramento delle proprie condizioni di vita. L’articolo 6 di detta Convenzione riconosce ad ogni persona il diritto a lavorare ed a procurarsi i mezzi per il proprio mantenimento tramite un lavoro liberamente scelto.
Molte colonie sono state costruite a ridosso di città e villaggi palestinesi, pregiudicando così lo sviluppo urbanistico di quest’ultimi. In alcuni casi, le colonie sono state progettate deliberatamente per impedire l’espansione naturale degli abitati palestinesi. Gli israeliani hanno usato la loro legislazione militare per restringere lo sviluppo fisico degli abitati palestinesi e per intervenire sui piani urbanistici a favore dei coloni israeliani ed a danno dei palestinesi, provocando tra i palestinesi un’emergenza di alloggi ed un sovraffollamento abitativo.
L’appropriazione di terreni agricoli e per la pastorizia a beneficio dei coloni e per la costruzione di strade ha contribuito a distruggere la vita economica. Quasi tutte le colonie insediate lungo la regione collinosa centrale, sono state insediate vicino alla Strada n° 60, l’arteria nord-sud principale della West Bank, creando seri ostacoli alla libertà di movimento dei palestinesi. L’articolo 12 della Convenzione Internazionale dei Diritti Civili e Politici prevede per ogni persona il diritto alla libertà di movimento, senza restrizioni, nella sua patria.
Infatti le Forze Armate d’Israele hanno installato posti di blocco lungo tutta la strada per garantire la sicurezza e la libertà di movimento ai coloni. Sino dal settembre 2000, l’inizio dell’Intifada, le Forze Armate hanno creato centinaia di posti di blocco con il risultato che i trasporti che prima avvenivano in 15 minuti, adesso richiedono ore, sempre che possano essere portati a termine.
Nonostante sia spaventosa la lista delle offese di Israele contro i 3 milioni e mezzo di palestinesi capitati sotto il suo controllo, nè l’ONU nè nessun’altra delle potenze occidentali, né i regimi arabi, hanno ritenuto doveroso far rispettare la legalità internazionale ad Israele o documentare i crimini di Israele contro i palestinesi.
La politica di colonizzazione
L’obiettivo primario di B’tselem, i cui membri sono avvocati liberali, accademici ed altri professionisti, è quello di sollecitare Israele ad adempiere agli obblighi derivanti dalla legalità internazionale ed a smantellare le sue colonie, che ritiene siano un ostacolo al futuro – visto a lungo termine – dello stato sionista.
La relazione di B’tselem descrive come, nonostante i cambiamenti della politica di Israele verso le colonie durante gli ultimi 35 anni, tuttavia tutti i governi israeliani “hanno contribuito a rinforzare, sviluppare ed espandere l’impresa di colonizzazione“. Ma la relazione di B’tselem vede le scelte della politica del governo come una scelta ideologica, suscettibile di cambiamento, e non invece, come una risposta politica a fattori economici e sociali oggettivi. Così, gli autori non riescono a spiegare perché perfino coloro che dichiaravano di voler rovesciare queste politiche, abbiano regolarmente fallito nel mettere in atto i loro intenti.
Fin dalla guerra del 1967, che tutti i partiti politici hanno accolto come un’opportunità per spostare più in là i confini dello stato, è nata la politica della Grande Israele, producendo anche un nuovo ceto politico, reclutato soprattutto tra i coloni ebrei all’interno dei Territori Occupati e votato ad una politica espansionista.
Subito dopo la guerra, la coalizione di Levi Eshkol che faceva capo ai laburisti, ha annesso Gerusalemme Est e la Città Vecchia, assieme a vaste aree a nord, ad est ed a sud della città, inglobando il tutto nella nuova Municipalità di Gerusalemme. Le annessioni si estendevano molto al di là dei confini della città come erano stati definiti sotto la sovranità giordana, precedentemente alla guerra.
Il governo si è messo poi a costruire colonie nelle aree che circondano la città, “per prevenire qualsiasi sfida alla sovranità di Israele su di essa e per impedire qualsiasi pressione verso un ritiro da questa area“.
La colonizzazione della West Bank ha avuto inizio nel settembre 1967, con la costruzione della prima colonia a Kfar Etzion, nonostante le dichiarazioni del governo laburista di essere disposto a scambiare la West Bank per la pace con i suoi vicini arabi. Sebbene il Piano Alon del governo, che ha preso il nome dal generale cui faceva capo il Comitato Ministeriale per gli Insediamenti, abbia subito numerose variazioni, il suo obiettivo è stato sempre quello di ridisegnare ed espandere i confini di Israele per facilitare la sua difesa militare. A tale scopo, il Piano Alon prevedeva di creare una serie di colonie per garantire una sostanziosa “presenza ebrea” e per preparare l’annessione formale di circa la metà dei restanti territori della West Bank. Nella misura del possibile, l’annessione di aree densamente popolate da palestinesi deve essere evitata.
Il successo di Israele nella guerra del 1967, aveva fatto nascere una ventata di fervore nazionalista tra alcuni dei gruppi della destra religiosa, che salutavano la vittoria come “l’inizio della Redenzione” che avrebbe offerto l’opportunità di realizzare la “visione” di “tutta la terra di Israele“. Questi gruppi formarono il Gush Emunim, il “Blocco dei Fedeli“, che sotto la guida di un fanatico religioso si propose di forzare la mano al governo laburista e creare quanto più colonie possibile nella terra biblica di Israele, anche nelle aree densamente popolate da palestinesi. Questi gruppi si misero a creare insediamenti prescindendo dai permessi governativi, o perfino in contrasto con le disposizioni politiche vigenti, oppure semplicemente per creare una realtà di fatto sul territorio. Ad esempio, dopo sette tentativi andati a vuoto negli anni 1974-75 di creare colonie nell’area di Nablus, i coloni raggiunsero un compromesso con il Ministro della Difesa, Shimon Peres, che permise loro di rimanere in una base militare denominata Qadum, ubicata ad occidente di Nablus. Due anni dopo, la base fu ufficialmente trasformata nella colonia di Qedumim.
Nel 1977, nella West Bank c’erano già quasi 30 colonie con circa 4.500 inquilini, sopratutto nelle aree già previste dal Piano Allon. Altri 50.000 israeliani risiedevano entro i nuovi, estesi confini della città di Gerusalemme. Applicando il Piano Alon, il governo laburista aveva cercato di sigillare ermeticamente le città ed i villaggi palestinesi dentro una muraglia di colonie ebree.
Nel 1977 il governo del Likud, ancora più a destra ha abbandonato il Piano Allon ed ha deciso di insediare i nuovi coloni direttamente all’interno delle aree palestinesi – con l’intenzione di rendere la vita dei palestinesi più miserabile possibile e spingendoli così all’emigrazione.
Nel settembre 1977, Sharon ha presentato il suo grande progetto chiamato “Una visione di Israele per la fine del secolo“, che prevedeva una nuova ondata di immigrazione in Israele, con l’introduzione entro la fine del 20° secolo di due milioni di coloni nei Territori Occupati. Sharon ed i suoi seguaci credevano che l’importante fosse creare una maggioranza ebrea nella West Bank, così come hanno fatto i pionieri del sionismo negli anni 1920 e 1930 lungo la costa mediterranea. Queste nuove colonie volevano imporre una maggioranza ebrea in tutta la Cisgiordania che avrebbero messo Israele nell’impossibilità di rinunciarvi, se non a costo di espellere centinaia di migliaia di ebrei e precipitare in una guerra civile.
Un articolo su Sharon apparso sul quotidiano Financial Times il 6 aprile cita la sua autobiografia: Sharon si lamenta dell’avvenuta trasformazione di Israele da nazione di pionieri in una non così tanto eccezionale. Con parole ancor più rivelatrici, il giornale riporta che “loro (i genitori di Sharon) credevano senza ombra di dubbio che solo loro (gli ebrei) avessero diritti sulla terra. E che nessuno li avrebbe mai costretti a sloggiare, né col terrore né con qualsiasi altra cosa. Quando la terra ti appartiene fisicamente, quando tu conosci ogni rilievo, ogni vallata ed ogni orto, quando la tua famiglia vi risiede, è allora che tu cominci ad avere potere, non solo potere fisico, ma anche potere spirituale“. Sebbene non sia mai stato adottato ufficialmente dal governo, il progetto di Sharon è servito da asse strategico al Ministero dell’Agricoltura, responsabile del controllo dell’Amministrazione del Territorio di Israele e quindi, dell’Amministrazione delle “terre demaniali“.
Un altro Piano ancora, quello redatto dal capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale (WZO) e capo del Reparto per le Colonie, Matitiyahu Drobless, è servito da documento-guida per il governo. Questo piano spiega come “la presenza di civili sotto forma di colonie ebree è di importanza vitale per la sicurezza dello stato … Non vi dev’essere il minimo dubbio circa la nostra intenzione di occupare per sempre aeree della Giudea e della Samaria … Il modo migliore e più efficace per rimuovere qualsiasi traccia di dubbio circa le nostre intenzioni di tenerci Giudea e Samaria per sempre, è una rapida espansione delle colonie in queste aree“.
Questi progetti erano completamente in linea con quelli di Gush Emunim. Membri e sostenitori di Gush Emunim arrivavano in gran numero a popolare le nuove colonie, iniziate sotto il governo Likud, mentre il governo fece un tentativo di attrarre israeliani di estrazione laica verso queste colonie. A tal scopo, offriva consistenti sussidi per permettere ai nuovi coloni abitazioni di buon livello ed elargiva copiose sovvenzioni alle Autorità Municipali e alle Giunte Comunali per permettere loro di offrire servizi pubblici, scuole e assistenza sociale migliori rispetto a quanto offerto in Israele al di qua della Linea Verde. In effetti, la West Bank doveva offrire uno standard di vita migliore e case migliori – e tutto ubicato a distanze praticabili dalle principali città e dai centri della costa mediterranea.
Secondo B’tselem, entro l’anno 2000 le Municipalità Sioniste e le Giunte Regionali della West Bank hanno incassato sussidi governativi del 165% superiori a quanto concesso agli Enti analoghi situati in Israele stessa. Nel novembre 1981, i Territori Occupati erano nei fatti incorporati nella Grande Israele. Il governo progettava di sviluppare in Cisgiordania infrastrutture per fabbriche ed industrie d’avanguardia e di insediare delle nuove colonie. In questo modo, il governo Likud si è creato una piccola, ma articolata, fascia sociale che nel 1986 aveva raggiunto le 51.000 unità.
Negli anni 1988-92 il governo Likud più che progettare la costruzione di nuove colonie, ha condotto una politica di espansione della popolazione delle colonie già esistenti, aumentando del 60% il numero dei coloni.
Contrariamente alle attese del 1992, il nuovo governo laburista di Yitzhak Rabin, che si era impegnato per la pace con i palestinesi ed aveca firmato nel 1993 gli Accordi di Oslo, non ha portato ad un inversione della politica di Israele, continuando a sviluppare le colonie. Il governo laburista si trovò nell’impossibilità di tradurre in realtà la formula “terra in cambio di pace“, perché tale formula incontrò l’opposizione accanita delle stesse forze sociali che la politica del Grande Israele aveva generato. Come aveva calcolato Sharon, la politica della colonizzazione con i relativi interventi economici e sociali, nonché le centinaia di migliaia di immigranti giunti in Israele in seguito al crollo dell’Unione Sovietica, avevano creato una fascia sociale che non aveva alcun interesse per l’offerta di “terra in cambio di pace“. Questa nuova realtà sociale si è rifiutata di prendere in considerazione qualsiasi abbandono delle colonie, ed è stata capace di ottenere concessioni dal governo e di far deragliare le trattive di pace con l’assassinio del loro principale architetto, Yitzhak Rabin, nel 1995. In questo modo, ha messo le basi per la crisi politica che ha portato il Likud al governo nel 1996, chiudendo per tre anni le trattative di pace.
Nel 1999, il partito laburista di Ehud Barak ha formato il governo con una coalizione che comprendeva partiti della destra e di orientamento religioso che non si sentivano impegnati in nessun modo verso un trattato con i palestinesi. Costretto a fare ulteriori concessioni ai coloni della destra, l’offerta migliore e definitiva che Barak ha fatto ai palestinesi prevedeva il controllo palestinese su recinti di popolazione indigena, scollegati tra di loro e che, nel loro insieme, non comprendevano nemmeno il 42% della West Bank.
Tra la firma degli Accordi di Oslo e lo scoppio dell’Intifada nel settembre 2000, il numero di case costruite nella West Bank, esclusa Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza, è aumentato da 20.400 a 31.480 – un incremento del 54% in soli sette anni. L’incremento più marcato si è registrato durante il governo laburista di Barak, quando nel 2000 si è iniziato a costruire quasi 4.800 edifici nuovi. Alla fine del 1993, la popolazione di coloni nella West Bank è arrivata a 100.500. Alla fine del 2000, il numero è aumentato del 90%, a 191.600. A Gerusalemme Est la popolazione è aumentata da 146.800 nel 1993 a 173.300 nel 2000. In altre parole, l’aumento più consistente della popolazione di coloni si è manifestato nell’era e sotto la guida di un governo che ne avrebbe dovuto guidare il ritiro.
Sebbene gli autori della relazione non lo dicano in modo esplicito, la loro relazione mette in luce il cinismo del processo di pace inaugurato ad Oslo e chiarisce i motivi che stanno alla base della rivolta palestinese scatenatasi nel settembre 2000.

