A Rafah, la frontiera dei disperati

di Michele Giorgio

Tra l’Egitto e la striscia di Gaza, i palestinesi aspettano anche giorni prima di poter tornare a casa
Sospesi al confine Appena 150 metri dividono il check point egiziano da quella israeliano, ma non è concesso attraversarli a piedi. Bisogna salire su un autobus, che non sempre parte. Il tempo di attesa medio è di 3-4 giorni

Il valico di Rafah, al confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, apre alle 8. A quell’ora è già sveglia da tempo la folla di padri ammalati, madri in pena per bambini convalescenti e anziani stanchi all’interno del capannone fatiscente e sporco che ospita gli uffici delle autorità di frontiera egiziane. Tutti si svegliano presto, dopo una notte trascorsa su cartoni stesi sul pavimento, al freddo d’inverno, al caldo d’estate. Sono mattinieri anche perché la speranza è quella di far ritorno a casa, dopo attese che talvolta durano giorni. Dall’altra parte del valico non ci sono gli agenti dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma la polizia e la guardie di sicurezza israeliane. Rafah non è territorio di Israele, ma lo stato ebraico mantiene il controllo del confine con l’Egitto, così come accade al valico di Allenby, tra la Cisgiordania palestinese e la Giordania. Gli agenti del mukhabarat (il servizio segreto) egiziano in pochi attimi si rendono conto della presenza di uno straniero. “Giornalista?”, chiede un agente. Alla nostra risposta affermativa ci invita a seguirlo. Non per controllare il bagaglio, ma per darci istruzioni. “Vedi – esordisce l’agente egiziano – qui la situazione è difficile, questa gente è infuriata con Israele. Quindi stai alla larga dagli sconosciuti e soprattutto non scattare foto”.

Un paio di minuti dopo veniamo avvicinati da alcuni anziani e da donne con figli in braccio desiderosi di parlare. “Sono di Khan Yunis – dice Nidal Mughrabi, una giovane madre con due bimbi al collo – sono bloccata qui da tre giorni. Gli israeliani continuano a chiudere improvvisamente la frontiera. Gli egiziani non fanno nulla per aiutarci”. Interviene Saud Abu Samadan, un uomo di 74 anni. “Ogni tre mesi devono recarmi in Egitto per controlli medici e tutte le volte sono costretto a trascorrere tre o quattro giorni alla frontiera. Gli egiziani non badano a noi e non ci offrono alcuna assistenza. Gli israeliani invece ci rimandano sempre indietro”, racconta l’anziano palestinese. In pochi attimi interviene il mukhabarat. “Ti avevo chiesto di non parlare con questa gente”, ci dice seccato l’agente che ci aveva accolto all’arrivo e che ora ci ordina di rimanere in una zona dove ai palestinesi non è consentito passare.

È l’ora, si alza la sbarra

È ora di partire, finalmente gli egiziani alzano la sbarra. Una folla di circa 300 palestinesi si precipita verso i due autobus autorizzati a raggiungere il lato della frontiera sotto controllo israeliano. Circa metà dei sedili, nella parte posteriore dei due veicoli, sono stati rimossi per fare spazio ai bagagli. Ci sono non più di 30 posti disponibili ma sull’autobus salgono non meno di 80 persone. Tutti hanno fretta di ritentare il passaggio nella speranza che quel giorno le autorità israeliane siano clementi e non chiudano improvvisamente il valico. Alle 8 e 45 l’autobus si avvia per percorrere i circa 150 metri fino agli sbarramenti israeliani. Si potrebbe procedere a piedi, ma non è consentito. A bordo manca l’aria e fa caldo. Non c’è modo di avere riguardi per le persone ammalate e le donne con bimbi piccoli. Resistiamo tutti; in fondo la frontiera è lì, vicinissima, in pochi minuti potremmo essere tutti al controllo passaporti. Invece siamo soltanto all’inizio dell’odissea. L’autobus procede lentamente. Giunto davanti al primo controllo israeliano si ferma, fa marcia indietro e parcheggia, in attesa che il semaforo passi dal rosso al verde. Alle 10 siamo ancora fermi, a bordo fa sempre più caldo. Rabiya Yijazi, 56 anni di Deir Al-Balah, sottoposta un mese prima ad un by-pass in Egitto comincia a sentirsi mancare il respiro. È seduta, a differenza di gran parte dei passeggeri, ma l’afa è terribile. Sua figlia l’aiuta passandole un fazzoletto imbevuto d’acqua sul viso.

Lo scatto del semaforo sul verde scatena urla di approvazione. “Finalmente si torna a casa”, dice sorridente Yiad Khalut, un uomo d’affari fermo da due giorni al confine. La speranza muore presto. Le guardie di sicurezza, armate di mitra, non permettono all’autista di aprire le porte. Dopo una attesa di circa 20 minuti, si fa ritorno indietro. Le autorità israeliane comunicano che il passaggio quel giorno è consentito a gruppi di 50, non di più. La disperazione è totale, molti piangono. “Sono stanco, voglio tornare a casa”, ripete Ashraf Abu Samadana, 65 anni, ex manovale. Cominciano le selezioni: coloro che aspettano da più giorni saliranno per primi sull’autobus, gli altri si metteranno in fila per il turno successivo. Alle 11 e 15 si riparte ma nei metri successivi coloro che sono rimasti a terra salgono nuovamente sull’autobus urlando di non poter rinunciare alla possibilità di passare quel giorno. Giunti agli sbarramenti israeliani siamo di nuovo in una ottantina di persone. L’autobus rimane fermo una quarantina di minuti, i passeggeri-sardine esasperati chiedono di poter passare.

“Da persone civili”

Niente da fare. Scendiamo dall’autobus e, mostrando il passaporto e l’accredito stampa israeliano, ci avviciniamo alla postazione militare. Una guardia di sicurezza scuote la testa. “Quei palestinesi devono arrivare qui da persone civili non come bestie”, dice senza scomporsi. Descriviamo le condizioni sull’autobus, le donne stremate, gli anziani sul punto di svenire, i bambini che piangono. Fiato sprecato, i palestinesi devono comportarsi da “persone civili”, altrimenti non passeranno.

La risposta data dalla guardia israeliana, getta nel panico e nel caos i passeggeri. Al ritorno sul lato egiziano, gli uomini del mukhabarat intimato a tutti di scendere. Alcuni si rifiutano, altri cominciano a litigare e dalle parole passano ai pugni. Vengono scaricati i bagagli. Nella polvere si ritrovano uomini, donne e bambini. Alle 13 e 30, nel caldo afoso di Rafah, l’autobus riparte con sole 30 persone a bordo, le più deboli e ammalate. Molti pregano che la frontiera rimanga aperta e che gli israeliani consentano quel giorno il passaggio ad almeno un’altra cinquantina di persone. Gli agenti egiziani osservano con indifferenza. In lontananza si scorgono le ruspe israeliane che lavorano alla costruzione della barriera di cemento armato che sta sorgendo lungo il confine e che fa di Gaza sempre più una prigione senza tetto.

da il manifesto del 11 aprile 2004
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