È possibile uno Stato unico?
Intervento di Amzi Bishara* alla Conferenza sulla possibilità di un unico stato
Haifa, 18 e 19 marzo 2004
“La proposta di costituire uno stato unico non è ancora entrata nel programma ufficiale di nessun partito o di nessuna organizzazione in Israele/Palestina. L’idea dello stato unico è tutt’oggi materia per intellettuali, non costituisce la rivendicazione di blocchi sociali o politici esistenti. Sino ad ora, l’idea dello stato unico è stata introdotta nel discorso rettoricamente, come minaccia (per fare leva sulla paura israeliana dello sviluppo demografico) da parte di esponenti palestinesi per forzare la mano ad Israele. Ma questa mossa era controproducente in termini di creazione di simpatie in Israele, in quanto la prospettiva dello stato unico, come visione politica, dovrebbe interessare ugualmente sia gli israeliani che i palestinesi.
L’ostacolo più grande nella prospettiva di un unico stato, è rappresentato dall’idea di una separazione demografica (che non è equivalente all’apartheid, nel quale una minoranza di colonizzatori controlla la maggioranza indigena di un paese, invece prevede il trasferimento della maggioranza indigena e la sua sostituzione con una nuova maggioranza di colonizzatori).
L’insieme della storia di Israele può essere vista in termini di separazione demografica, partendo dal Piano di Spartizione, nel 1948 e così via.
Però, gli eventi del 1967 sembrano smentire questa logica, in quanto l’estensione del controllo israeliano su un numero così grande di palestinesi, non era nei piani originali di Israele, che essenzialmente voleva annettere Gerusalemme. L’idea di Sharon era di concentrare i palestinesi e di passare il controllo sulle regioni densamente popolate alla Giordania oppure, dopo il 1988, ai palestinesi stessi (sotto quest’aspetto, l’unica differenza tra Labour e Likud riguardava la risposta alla domanda di “quanti palestinesi su quanta terra“).
Oslo era in linea con questo progetto: importare dall’esilio una classe dirigente palestinese per amministrare gli affari palestinesi nelle aree densamente popolate. Israele non ha mai pensato di risolvere a Oslo altri problemi come quello dei profughi, dei confini del 1967, delle colonie e della città di Gerusalemme.
L’attuale piano di disimpegno unilaterale di Ariel Sharon – che avrebbe come contropartita l’annessione delle colonie costruite nei Territori Occupati – rappresenta la versione più recente di questa separazione demografica. Israele in questo momento è in trattativa con gli USA per ottenere luce verde per questo suo progetto. I palestinesi verrebbero lasciati ad amministrare i loro affari, mentre Israele farà il possibile per rendere impossibile il funzionamento del nuovo stato e per mantenersi aperte le possibilità di portare avanti il suo progetto in futuro.
Dato che in Israele col passare del tempo si sta rafforzando lo spirito tribale, l’unità nazionale è diventata un imperativo. Per la classe dirigente sociale e politica, la soluzione deve basarsi su uno stato ebraico separato. Ciononostante, i primi a formulare l’idea del binazionalismo sono stati i gruppi sionisti di sinistra, che però non intendevano uno stato democratico laico, che era invece un’idea palestinese. Per molti sionisti della prima ora, era sufficiente che gli ebrei diventassero una nazione e questo era il loro obiettivo. Uno stato binazionale veniva visto come sfondo ideale per sviluppare la cultura ebraica salvaguardando, contemporaneamente, i diritti della popolazione indigena. I sionisti ‘culturali’ costituivano organizzazioni quali Brit Shalom, per tenere testa ai ‘revisionisti’ che pensavano che l’unico modo per sviluppare una nazione fosse la costituzione di uno stato e di un potere militare. Ma intanto, si era trattato di un programma politico che è finito senza lasciare nulla in eredità in termini di programmi sociali e politici, per cui oggi la maggior parte degli ebrei non sanno nulla di quest’aspetto della loro storia. Oggi, ad invocare uno stato unico sono innanzitutto intellettuali palestinesi, ma l’argomento rimane confinato entro la dimensione dei discorsi tra intellettuali.
Noi dobbiamo pensare di sviluppare una strategia. Prima di tutto, la demografia non è un’arma che possa essere usata dai palestinesi per rivendicare, in via tattica, lo stato unico in modo da ottenere uno stato palestinese separato accanto a quello israeliano. Occorre però riconoscere che l’unico movimento di massa contro l’occupazione è l’Intifada – che è una lotta anti-colonialista che chiede a Israele di farsi da parte ottenendo così la liberazione nazionale e l’indipendenza. Se si volesse creare una lotta per la coesistenza e per il diritto al voto, allora occorrerebbe un altro tipo di movimento di massa. Bisogna tener presente che prima della prima Intifada, Israele era inconsapevolmente riuscita a riunificare la Palestina originale, in quanto esisteva una certa libertà di movimento ed era in corso un lento processo di integrazione economica. Gaza era in effetti, un sobborgo di Tel Aviv, niente di più che uno slum che offriva manodopera a basso prezzo. L’Intifada, in qualità di lotta autentica del popolo palestinese, aveva interrotto questo processo rivendicando l’autodeterminazione nell’ambito di uno stato separato. Non vi è mai stata una lotta palestinese a livello popolare per uno stato unico.
Noi dobbiamo anche riflettere su che fare per sfidare la reale natura della politica israeliana particolare che fonda l’identità nazionale sulla colonizzazione. Dobbiamo tener presente che si tratta di una fattispecie peggiore dell’apartheid, nel quale i bianchi, quantomeno, erano preparati a convivere con i neri nel Sudafrica nell’ambito una formula, altamente pervertita, di multiculturalismo. La formula israeliana è peggiore anche del colonialismo francese in Algeria, che voleva lasciare sulla popolazione indigena un’impronta francese intrisa della visione dei francesi del progresso e dello sviluppo ed alla fine avrebbe trasformato tutti in francesi. Nelle aree abitate da palestinesi, non si trova un solo edificio coloniale o altre impronte del genere lasciate dagli ebrei. Gli israeliani non hanno portato avanti nessuna forma di interazione con la popolazione indigena che potesse portare ad un’integrazione. Alcune aree sono state sottoposte ad un processo di “giudaizzazione“, ma questo non allo scopo di sostituire la cultura degli indigeni, ma per sostituire gli indigeni stessi con la popolazione ebraica. Noi stiamo affrontando la forma peggiore di una politica identitaria”.

