E in Palestina arriva il piano Blair

di Michele Giorgio

Anche a Parigi Tony Blair ha recitato un ruolo da protagonista. L’inviato del Quartetto per il Medio Oriente ed ex premier britannico prende sul serio l’incarico di «sviluppare l’economia palestinese» che gli ha affidato il presidente statunitense George W. Bush, suo compagno di tante avventure militari. Talmente sul serio che sforna piani a ripetizione. Sono ben quattro le proposte che l’inviato del Quartetto ha avanzato di recente per la «rigenerazione dell’economia palestinese», tra cui uno dal nome suggestivo: «Corridoio per la pace e la prosperità».

Era già pronto da tempo, perché era stato ideato dall’Agenzia giapponese di cooperazione internazionale (Jica). Prevede la costituzione di un’ampia area agro-industriale nella Valle del Giordano, l’area più fertile dei Territori palestinesi occupati da Israele 40 anni fa. Dietro la retorica buonista il progetto rivela non solo l’obiettivo di ufficializzare la dipendenza dell’economia palestinese da quella israeliana, ma anche l’intenzione di legalizzare indirettamente le colonie israeliane in quella porzione di territorio palestinese.

Il «Corridoio per la Pace e la Prosperità» include anche progetti per il trattamento e lo smaltimento di rifiuti e già non mancano le critiche degli abitanti di Gerico. Le discariche infatti sorgeranno solo nella minuscola area A, quella che secondo i vecchi accordi di Oslo è controllata (almeno formalmente) dall’Autorità nazionale palestinese (Anp).

Il piano infatti non prende in considerazione costruzioni di impianti di smaltimento nell’area C, che comprende gran parte della Cisgiordania occupata ed è sotto la piena autorità delle forze armate israeliane. I giapponesi e Blair sembrano dare per scontato che l’area C in futuro rimarrà sotto il controllo di Israele. Jamal Jumaa, un esponente della società civile palestinese e attivista della campagna «Stop the Wall», sospetta che il programma preveda «lo smaltimento dei rifiuti anche delle colonie israeliane costruite nella zona, ad esempio la gigantesca Ma’ale Adumim, che per la legge internazionali sono illegali».

Contrariamente al modello socio-economico dell’area di Gerico, fatto di agricoltori che lavorano il loro pezzetto di terra, lo sviluppo concepito dai giapponesi e approvato da Blair, prevede la nascita di grosse imprese agro-industriali con una significativa partecipazione di forza lavoro. Se si considera la miseria in cui vivono gran parte degli abitanti della Valle del Giordano, non è difficile immaginare che saranno gli israeliani e la solita élite palestinese a dominare la scena imprenditoriale, mentre i contadini faranno i manovali. Il piano del Jica, alle pagine 8 e 9, fa inoltre riferimento al ruolo di primo piano per lo sviluppo dell’area agro-industriale che dovranno svolgere le «Israeli migrant firms», una espressione che nasconde quelle aziende israeliane che operano nei territori occupati palestinesi e sono coinvolte in attività nelle colonie ebraiche della Valle del Giordano.

«Il Corridoio per la pace e la prosperità – avverte Jamal Jumaa – attraverso la cooperazione economica spinge i palestinesi a riconoscere la presenza degli insediamenti colonici. Non solo, ma con questi presupposti i benefici per i palestinesi saranno minimi, perché i nostri agricoltori non avranno mai i mezzi per poter essere al vertice della piramide manageriale ma dovranno accontentarsi delle briciole».

Nella direzione indicata da Jumaa sembra andare anche la costruzione della «Morajat Road». Ufficialmente questa arteria, prevista dal piano, ha il compito di facilitare i movimenti delle merci e degli agricoltori locali lungo la Valle del Giordano.

Nei fatti permette a Israele di chiudere al traffico palestinese la statale che collega Gerusalemme all’area di Gerico, contribuendo così allo sviluppo del doppio sistema stradale – uno per israeliani e l’altro per palestinesi – che lo stesso relatore dell’Onu per i diritti umani, John Dugard, ha descritto come di semi-apartheid. Senza dimenticare che la «Morajat Road» comincia e termina con posti di blocco israeliani.

Criticare i modelli di «pace» e «sviluppo» enunciati all’incontro di Annapolis del mese scorso e quelli che emergono dai piani di Tony Blair sta diventando un’impresa sempre più ardua. Tuttavia dubbi comincia ad averli anche qualche regime arabo che mantiene stretti rapporti con l’Amministrazione Bush.

Ieri mentre a Parigi venivano decisi ingenti aiuti finanziari all’Anp di Abu Mazen, non pochi si domandavano se gli Stati arabi terranno fede agli impegni che si sono assunti nei riguardi del presidente palestinese il mese scorso ad Annapolis. Egitto e Arabia saudita infatti appaiono riluttanti a schierarsi senza riserve con Abu Mazen e a tenere a distanza Hamas che dallo scorso giugno controlla Gaza.

Proprio dall’entourage del presidente palestinese fanno trapelare che l’Arabia saudita sta frenando rispetto alla promessa di coprire metà del deficit annuale dell’Anp (quest’anno 1,4 miliardi dollari). Non solo ma dei 421 milioni di dollari che i paesi arabi avevano promesso ad Abu Mazen nel 2007 ne sono stati consegnati una ottantina. L’Arabia saudita da un lato sta con Abu Mazen e dall’altro esita a tagliare i rapporti con Hamas che rappresenta una porzione importante della popolazione palestinese. Qualche giorno fa il leader di Hamas in esilio, Khaled Mashaal, è stato accolto a Riyadh con calore dai dirigenti sauditi e non sorprende che l’incontro sia stato duramente criticato da collaboratori del presidente palestinese.

da il manifesto del 18 dicembre 2007
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