EDWARD SAID, UN INTELLETTUALE PALESTINESE MILITANTE
di Caterina Mollura (Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese di Torino)
Edward Said, intellettuale militante per la liberazione del popolo palestinese dall’occupazione israeliana, è morto il 24 settembre 2003 a New York, dopo più di 10 anni di sofferenze per una rara forma di leucemia.
Era nato a Gerusalemme nel 1935. Figlio di una ricca famiglia palestinese cristiana, frequenta un prestigioso collegio al Cairo per poi compiere gli studi universitari negli Stati Uniti. I suoi studi si concretizzano nell’attività di docente di letteratura inglese e comparata all’Università Columbia di New York.
Il racconto della sua vita è condensato in “Out of place” [edito nel 1999 a Londra e tradotto in it. con il titolo "Sempre nel posto sbagliato" da Feltrinelli nel 2000] in cui ripensa alla sua discutibile identità. Fa corrispondere il suo nome, Edward, inglese, occidentale, alla parte insicura, rinunciataria del suo carattere, e il suo cognome, Said, inequivocabilmente arabo, alla sua parte orgogliosa, combattiva. Nel narrare se stesso, il suo cuore è in Palestina, come la sua infanzia, in cui riconosce la sua patria, mentre il resto della vita ne è l’esilio.
Scrive infatti:
“Faccio fatica ad accettare il fatto che le vie e le piazze della città in cui sono nato, in cui mi sentivo “a casa mia”, siano state occupate da immigrati polacchi, tedeschi e americani, i quali si sono impadroniti con le armi della città e ne hanno fatto il simbolo del loro dominio esclusivo, senza lasciare alcuno spazio vitale ai palestinesi,ora confinati nella zona orientale, che allora quasi non conoscevo. Dopo la totale e definitiva estromissione dei suoi abitanti conclusasi nella primavera-estate del 1948, Gerusalemme Ovest è diventata interamente ebraica“.
La sua scelta di militanza per la Palestina si definisce senza riserve soprattutto nel 1967, con gli eventi della guerra dei 6 giorni.
Nel suo libro “The question of Palestine” [stampato nel 1979 a New York, edito in italiano da Gamberetti nel 1995], Said espone gli interventi politici e militari che hanno sconvolto la vita sociale dei palestinesi. Il progetto sionista di annullamento della Palestina e dei suoi legittimi abitanti viene conosciuto sulla propria pelle da un popolo che, assunta collettivamente la consapevolezza di questa ingiustizia, non si ridurrà ad accordi di vertice che non gli restituiscono il diritto di vivere da liberi nella propria terra. Da palestinese, quale si rivendica, Said intende rivolgersi soprattutto al lettore americano per farlo partecipe di questa consapevolezza, per sottrarlo ai cumuli di menzogne e di ipocrisie che quotidianamente gli vengono buttate addosso per giustificare il sostegno attivo in dollari e in armi da parte dell’amministrazione statunitense al progetto sionista dello Stato di Israele.
Scrive infatti nella prefazione:
“Definirei questo mio libro un saggio politico, perché con esso ho cercato di porre la nostra questione davanti al lettore americano, non come qualcosa di inconfutabile e di compiuto, ma piuttosto come un elemento di riflessione, di verifica, di impegno- in breve, come un argomento da trattare politicamente“.
La tesi di questo libro si basa, tra gli altri, su questo elemento:
“Israele, così come i suoi sostenitori, ha cercato di far sparire i palestinesi sia a livello teorico che pratico, perché lo stato ebraico in gran parte è costruito sulla negazione della loro esistenza, così come di quella della Palestina“.
Informare, far vivere i palestinesi, segnare come grande evento dei nostri tempi la loro Intifada è l’impegno che Said si assume, convinto com’è che tra i sostenitori più persuasivi e potenti del progetto sionista ci sono i mezzi di informazione, soprattutto i servizi televisivi, per troppe persone l’unica fonte di presunta conoscenza.
Moltissimi i suoi articoli, riportati in italiano sul mensile Le monde diplomatique-Manifesto , sul settimanale Internazionale e nell’opuscolo “Il vicolo cieco di Israele” edito quest’anno da Datanews: una raccolta di testi tratti da Znet, rete telematica internazionale.
Grande attenzione è data alla crisi della società israeliana di fronte ai fallimenti della politica di sicurezza promessa da Sharon ,di fronte al grido di “non in nostro nome” lanciato da ebrei dentro e fuori Israele contro i crimini e il terrorismo dello Stato che pretende di rappresentarli,di fronte al rifiuto di militari a continuare le loro azioni di morte e di repressione sui civili.
Said non ha dubbi che tutti questi segni di riflessione e di rivolta siano in stretta connessione con la forza della resistenza palestinese, che, non ostante l’isolamento, la povertà di mezzi, i tradimenti dei suoi dirigenti, è in grado di trasmettere al mondo intero la sua determinazione a non cedere.
La seconda Intifada, esplosa a 7 anni dagli accordi di Oslo del 1993 è , secondo Said, l’evidente prova di tale determinazione. L’imbroglio, firmato da Arafat, è servito a lui e alla sua cerchia per godere dei privilegi derivanti dalla costituzione dell’Autorità palestinese, nata per garantire sicurezza ad Israele, umiliazioni e miseria per il popolo palestinese.
Una volta subita questa esperienza, i palestinesi non sono più disposti a sentir parlare di “processi di pace“: la pace non può vivere nell’ingiustizia, nell’asimmetria tra aggressore ed aggredito, tra oppressore ed oppresso.
Propongo , su questi argomenti, alcuni passaggi di un lungo articolo scritto da Said negli ultimi giorni del suo pensiero costantemente rivolto alla Palestina. È tratto dal testo “The politics of antisemitism” edito in America e, per quanto ne so, non ancora tradotto in italiano.
Scrive Said:
“La road map non è un piano di pace, ma piuttosto un piano di pacificazione, per mettere fine al problema Palestina. Ecco il perché della ripetizione del termine “performance” nel documento, ossia quale comportamento si pretende dai Palestinesi. Basta con la violenza, basta con le proteste, più democrazia, migliori leaders ed istituzioni, il tutto basato sul principio che il problema che sta all’origine è la ferocia della resistenza palestinese, e non l’occupazione che l’ha generata. Israele non è accusato di nulla di simile, fatta eccezione per pochi piccoli insediamenti, definiti “avamposti illegali” (recentissima classificazione che sta a suggerire che ci sono insediamenti legali in terra palestinese) che devono essere eliminati e, certo,insediamenti più grandi che devono essere ” congelati”, ma sicuramente non smantellati. Non una parola su quanto, a partire dal 1948, e di nuovo dal 1967, i Palestinesi hanno dovuto subire per mano di Israele e degli USA. Non una parola sul soffocamento dell’ economia palestinese, sulla demolizione delle case, lo sradicamento di alberi, i 5000 e più prigionieri ( ogni palestinese è diventato un prigioniero. Gaza è circondata su tre lati da una barriera di filo elettrico: imprigionati come animali, agli abitanti di Gaza è reso impossibile muoversi, andare al lavoro, al mercato, a scuola. Sono esposti dall’alto agli aerei e agli elicotteri israeliani, in terra ai colpi di cannone dei carri armati. La vita a Gaza è un incubo), non una parola sulla politica degli assassinî mirati, non una parola sui posti di blocco insediati a partire dal 1993, sulla totale distruzione delle infrastrutture, l’incredibile numero di morti e mutilati: non una parola su tutto questo.
Non parlo solo della manipolazione delle opinioni da parte di Israele, ma dello sfruttamento da parte sua dell’equivalente americano della campagna contro il terrorismo senza il quale Israele non avrebbe potuto fare quello che ha fatto.
Non esiste un esercito palestinese di occupazione, non esistono carri armati palestinesi né soldati né portaerei né artiglieria , ma ci sono i “terroristi” e la “violenza” che Israele ha inventato in modo che le sue neurosi possano essere inscritte sui corpi dei palestinesi senza un’effettiva protesta da parte della maggioranza di filosofi, intellettuali, artisti, pacifisti israeliani.
Le scuole palestinesi, le librerie e le università hanno interrotto il normale funzionamento per mesi, e noi stiamo ancora aspettando dal libero Occidente una levata di voci di protesta.
Insomma , i Palestinesi devono morire di morte lenta perché Israele possa avere la sua sicurezza. Tutto il mondo deve simpatizzare con Israele, mentre le lacrime degli orfani palestinesi, i lutti senza fine di intere comunità, i prigionieri torturati restano ignorati e inascoltati.
Dopo tutto, ” le due parti” sono impegnate in un ” ciclo di violenze” che deve essere arrestato prima o poi in qualche maniera.
Una volta tanto dovremmo fermarci e dichiarare con sdegno che c’è una sola parte con un esercito e un paese: l’altra è una popolazione senza stato , privata di ogni possesso, senza diritti e senza possibilità di darsi sicurezza. Questa è la verità di quanto viene sofferto dai Palestinesi.
Ma, in ogni caso, la politica di Israele è destinata al fallimento“.
Questo è il messaggio più umanamente forte che Said ci ha lasciato in eredità.
Lo troviamo ribadito nel suo ultimo articolo pubblicato da Le monde diplomatique-Manifesto di questo settembre 2003.
Il titolo è “L’umanesimo, ultimo argine contro la barbarie“.
Said, rifacendosi alla postfazione scritta nel 1994 in occasione della riedizione di Orientalismo pubblicato per la prima volta nel 1978, ribadisce la sua avversità profonda contro le ricostruzioni dell’Oriente ad uso di giustificazioni inaccettabili degli interventi coloniali e neo-coloniali dell’Occidente.
Scrive Said:
“C‘è una profonda differenza tra il desiderio di comprendere altre culture per convivere con esse e allargare i propri orizzonti, e la volontà di dominarle e controllarle. Oggi stiamo sicuramente vivendo una delle catastrofi intellettuali della storia. La guerra in Iraq, una guerra imperialista architettata da un ristretto gruppo di esponenti americani non eletti, condotta contro una disastrosa dittatura del terzo mondo, risponde a ragioni puramente ideologiche quali la volontà di dominio mondiale e il desiderio di impossessarsi di risorse rare. Ma l’intera operazione è stata travisata per dissimulare i veri obiettivi , e accelerata con giustificazioni e pseudo-ragionamenti da parte di orientalisti che hanno tradito la loro vocazione di ricercatori, aiutando il Pentagono e il Consiglio di sicurezza di Bush a costruire i loro ragionamenti in base a concetti grotteschi quali ” la mentalità araba” o ” il secolare declino dell’islam“.
E, più avanti :
“In questi ultimi 35 anni , ho trascorso buona parte della mia vita a difendere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, ma ho sempre tentato di farlo prendendo pienamente in considerazione anche la realtà del popolo ebraico, le sofferenze e le persecuzioni che gli sono state inflitte. Ciò che conta ai miei occhi è che la lotta per l’uguaglianza nei rapporti tra Israele e Palestina sia rivolta verso un obiettivo umano, o, in altri termini, verso la convivenza e la fine delle preclusioni e delle persecuzioni“.
Evidentemente Said non crede nel sanzionamento del conflitto Palestina/Israele attraverso la divisione in due stati.
Sharon vuole il terrore, non la pace, perciò erige un muro di separazione, sotto il pretesto della sicurezza.
La soluzione della separazione è destinata a fallire, se l’obiettivo vero è la pace.
Bisogna battere il progetto coloniale e razzista del sionismo per ricostruire la Palestina storica in cui palestinesi ed ebrei vivano in condizioni di parità di diritti, in cui credenti in una od altra fede religiosa e non credenti vivano in armonia le loro scelte individuali, in una organizzazione sociale basata sul principio di laicità.

