HANDALA
IL GIORNO DELLE MATITE SPEZZATE
1. SI CHIAMAVA PALESTINA
2. PRENDI NOTA! SONO UN ARABO
3. HANDALA, L’ERBA AMARA
4. LA TERRA DELLE ARANCE TRISTI
5. HALAT HISAR – STATO D’ASSEDIO
6. LA SUA NASCITA E LA SUA MORTE: PALESTINESI
NOTE
1. SI CHIAMAVA PALESTINA
(da Su questa terra, di Mahmoud Darwish)
Sono nato nel 1937 nel villaggio di Al-Shajara, situato fra Tiberiade e Nazareth in Galilea. Nel 1948 sono emigrato ad Ain al-Helwa, uno dei campi profughi nel sud del Libano, vicino a Sidone [...]. La gente degli accampamenti era la gente della terra in Palestina. Non erano commercianti o latifondisti. Erano contadini. Quando hanno perso la loro terra, hanno perso le loro vite. La borghesia non ha mai dovuto vivere nei campi profughi, dove gli abitanti sono esposti alla fame e ad ogni sorta di degradazione e di oppressione. Intere famiglie sono morte nei nostri campi. Quelli sono i Palestinesi che rimangono nella mia mente, anche quando il mio lavoro mi porta via dal campo.
“I Am from Ain al-Helwa” di Naji al-Ali, da Al-Aharam Weekly. http://hanthala.virtualave.net/einhil.html
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Ash Shajara era un villaggio rurale di qualche centinaio di abitanti tra Nazareth e il lago di Tiberiade, in Palestina. Già,… “molti, che pure seguono gli eventi del Medioriente, sono più o meno all’oscuro o non consapevoli della semplice verità che sino al 1948 vi è stata un’entità chiamata Palestina e che lo Stato ebraico deve la sua esistenza alla sua soppressione” (1)
Nell’ultimo decennio dell’Ottocento molti ebrei russi, costretti ad emigrare a causa dei feroci pogrom zaristi, erano approdati in Palestina (2). Un pugno di questi profughi aveva fondato nel 1899 un moshav, una comunità agricola, proprio nei pressi di Ash Shajara. Fu quello uno dei primi insediamenti ebraici in Palestina e anche il primo dove venne costituita, nel 1909, una milizia di autodifesa, quella Ha’ Shomer (La Guardia) che nella retorica celebrativa del pionierismo delle origini è ancora oggi indicata come la diretta progenitrice dell’attuale esercito israeliano (IDF) (3).
Non si hanno notizie di tensioni particolari fra la popolazione araba, musulmana nella quasi totalità, di Ash Shajara e la vicina comunità ebraica, almeno fino all’inizio degli anni ’30. Allora sempre più ebrei cominciarono a raggiungere la Palestina, come conseguenza della persecuzione che dilagava in Europa, ma anche per effetto della brusca accelerazione che il movimento sionista aveva impresso al proprio progetto: cancellare l’assetto preesistente del paese per creare al suo posto un nuovo Stato ebraico (4).
Ai palestinesi divenne chiaro che all’ormai esausto dominatore britannico si sarebbero presto sostituiti dei nuovi padroni; ma a nulla valsero le manifestazioni, le ribellioni armate e gli scioperi che ininterrottamente si susseguirono a partire dal 1936.
Gli inglesi intensificarono la repressione (5) e i gruppi paramilitari ebraici cominciarono a seminare il terrore tra la popolazione araba. E così si arrivò velocemente alla Nakba, la catastrofe: nel 1948 “Israele fu costruito sul 56% della Palestina assegnatogli dall’ONU e su un ulteriore 22% che venne occupato con la forza. La maggior parte dei palestinesi che vivevano sul territorio del nuovo Stato, circa 900.000, furono espulsi con la violenza, i loro villaggi distrutti e i quartieri urbani vennero occupati da immigrati ebrei. La fondazione di Israele, quindi, fu resa possibile dalla forza militare, dalla pulizia etnica e dalla de-arabizzazione del paese” (6).
Anche ad Ash Shajara e nel vicino insediamento ci furono duri scontri, con esiti alterni. Poi a metà luglio gli israeliani piegarono ogni resistenza e la Brigata Golani espugnò il villaggio. La famiglia Al-Ali, come tutti gli oltre 700 abitanti di Ash Shajara, fu costretta alla fuga (7).
Ash Shajara, in arabo “l’albero”, diventò Ilaniya, “l’albero” in ebraico.
Dopo alcuni anni di totale abbandono, nel 1953 il vecchio villaggio arabo fu occupato da coloni e nuovi immigrati ebrei provenienti dalla Polonia, dalla Romania e, più tardi, dal Marocco.
Come disse con assoluta chiarezza Moshe Dayan, generale e ministro della Difesa israeliano, in un discorso del 1969: “Arrivammo in questo paese che era già popolato dagli arabi e vi stiamo consolidando uno Stato ebraico, uno Stato per gli ebrei. [...] I villaggi ebrei furono costruiti al posto di quelli arabi. Non conoscete nemmeno il nome di quei villaggi arabi e non vi biasimo perché non vi sono più libri di geografia che ne parlino; non solo non esistono più quei libri, ma neppure quei villaggi. [...] Non c’è un solo luogo in questo paese che non fosse prima abitato da popolazioni arabe” (8).
La popolazione di Ash Shajara si disperse verso nord, in Siria e in Libano.
La famiglia Al-Ali trovò rifugio ad Ain al-Helwa, uno dei campi di accoglienza profughi che l’ONU stava allestendo nei pressi di Sidone.
Naji al-Ali aveva appena dieci anni quando si trovò d’un tratto senza più un tetto sulla testa, costretto a vivere, con i genitori e tre fratelli, in una tenda angusta dove il padre aveva sistemato anche un misero spaccio, per sopravvivere.
Ad Ain al-Helwa la vita era al limite della dignità umana (9).
2. PRENDI NOTA! SONO UN ARABO
(da Carta d’identità, di Mahmoud Darwish)
“Appena fui cosciente di ciò che stava accadendo, della distruzione della nostra regione, mi resi conto che dovevo fare qualcosa. All’inizio provai con la politica, pensando di entrare in un partito. Partecipai anche a delle manifestazioni, ma non mi sentivo realmente me stesso. Le acute grida che sentivo dentro di me avevano bisogno di un mezzo di espressione diverso. A un certo punto, negli anni ’50, cominciai a disegnare sui muri del nostro campo, e imparai a farlo in prigione: mentre altri imparavano a costruire oggetti, a scrivere poesie, ecc., io disegnavo sui muri del carcere. In questo periodo, i rifugiati avevano cominciato a sviluppare una certa coscienza politica come reazione a quello che accadeva nella regione: una rivoluzione in Egitto, una guerra di indipendenza in Algeria, molte cose bollivano in tutto il mondo arabo. Compresi che il mio lavoro era parlare a questa gente, alla mia gente dei campi dei rifugiati, alla gente in Egitto, in Algeria… insomma, a tutti quegli arabi che avevano poche possibilità di esprimere il loro punto di vista. Compresi che il mio lavoro era di incitarli. Secondo me, la funzione del vignettista politico è offrire una nuova visione. È, in un certo senso, un missionario. Ed è un poco più difficile censurare un disegno che un articolo”.
Da “From Lebanon to Kuwait, the Cartoonist Has So Far Survived Attempts to Stop His Work”, intervista pubblicata in Index on Censorship nel 1984
Per fortuna, citando una battuta del film Gli anni in tasca di Truffaut, “i bambini sono resistenti, sbattono dappertutto, contro la vita, ma hanno un angelo custode, e poi hanno la pelle dura“. Ne sanno qualcosa i bambini palestinesi.
Rabbia, tristezza e frustrazione serpeggiavano nel campo. Ai giovani come Naji, privati dell’infanzia, cresciuti troppo in fretta come deve un profugo, le ferite derivanti dallo sradicamento bruciavano come il fuoco. Solo in parte furono alleviate dal gran fermento in atto nel mondo arabo all’inizio degli anni ’50. In Egitto, il corrotto re Farouk, fantoccio degli inglesi, fu rovesciato dagli “Ufficiali Liberi” guidati dal carismatico Gamal Abdel Nasser. Subito dopo gli algerini cominciarono la loro rivolta contro il dominio coloniale francese. Nel 1956 l’abile Nasser osò addirittura sfidare le potenze occidentali, nazionalizzando il canale di Suez. La reazione rabbiosa di Francia e Inghilterra, che sguinzagliarono contro l’Egitto il loro “mastino” israeliano, si infranse contro la manifesta irritazione dei sovietici e la conseguente dissociazione degli americani, che anzi minacciarono sanzioni contro Israele (ed è forse l’unica volta che è accaduto) se non si fosse ritirata dal Sinai e da Gaza (10).
La vittoria politica dell’Egitto si sarebbe rivelata di breve durata, ma intanto rafforzò il nazionalismo arabo, le prospettive della lotta antimperialista e l’odio, particolarmente acceso tra i profughi, verso Israele che, anche durante la guerra di Suez, non aveva perso l’occasione per infliggere nuovi lutti alla popolazione palestinese: a Kafr Kassem (48 morti), a Khan Younis (60 morti), a Gaza (39 morti)… (11)
Anche Naji al-Ali abbracciò l’ideologia panaraba, si impegnò nella militanza, conobbe le prigioni libanesi. E proprio sui muri delle celle cominciò a disegnare, maturando quella che di lì a poco sarebbe divenuta la sua “missione” politico-rivoluzionaria.
“Ho cominciato ad usare il disegno come forma di espressione politica mentre mi trovavo nelle prigioni libanesi. Sono stato incarcerato dal Deuxième Bureau (il servizio di intelligence libanese) come conseguenza delle misure che il Bureau stava prendendo per contenere le attività politiche negli accampamenti palestinesi durante gli anni sessanta. Ho disegnato sulle pareti della prigione e successivamente Ghassan Kanafani, un giornalista ed editore della rivista Al-Hurriya, ha visto alcune di quelle illustrazioni e mi disse di continuare e che avrebbe pubblicato alcune delle mie vignette“.
“My Signature, Hanthala: The Symbol of the Child” di Naji al-Ali. http://hanthala.virtualave.net/signat.html”
Nel 1961 Naji conobbe Ghassan Kanafani, anch’egli poco più che ventenne eppure già uno degli intellettuali palestinesi più noti. Militante del movimento panarabo, poi esponente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), giornalista e scrittore, Kanafani stava cominciando, proprio in quei primi anni ’60, a “rifondare” la letteratura palestinese: il racconto “La terra delle arance tristi” (1962) descrive vita e sentimenti nei campi profughi; “Uomini sotto il sole”, del 1963, è la storia (drammaticamente attuale) di tre palestinesi che trovano la morte in una cisterna che li trasporta clandestinamente verso il Kuwait, verso un’illusoria libertà; in “Ritorno ad Haifa” (1969) la condizione del profugo palestinese è posta in confronto/scontro con quella dell’ebreo vittima del nazismo… (12)
Kanafani fu colpito dai disegni di Naji al-Ali e gli propose di pubblicarne qualcuno sulla rivista progressista Al-Hurriya (La Libertà), di cui era redattore.
Dopo quell’incontro, Naji fu definitivamente consapevole che il suo strumento di lotta era la matita con cui dare forma a disegni che avrebbero potuto parlare al popolo palestinese più di tante parole.
Ma in Libano la vita di un profugo era molto difficile: scarsa la possibilità di trovare un lavoro, scarsi gli spazi di libera espressione. Perciò Naji preferì trasferirsi in Kuwait, dove fece ogni sorta di mestiere prima di riuscire a costruirsi un originale e personale stile grafico per dedicarsi totalmente alle vignette.
3. HANDALA, L’ERBA AMARA
“Fu quando nacque il personaggio di Handala. E finalmente ho introdotto Handala ai lettori: “Sono Handala, dall’accampamento di Ain al-Helwa. Do la mia parola d’onore che rimarrò leale alla causa”. Quella era la promessa che avevo fatto a me stesso. Il giovane, scalzo Handala era un simbolo della mia infanzia. Aveva l’età che avevo io quando lasciai la Palestina e, in un certo senso, ho quell’età ancora oggi. Anche se tutto questo è accaduto 35 anni fa, i particolari di quel periodo della mia vita sono ancora assolutamente presenti nella mia mente. Sento di poter ricordare e percepire ogni cespuglio, ogni pietra, ogni casa ed ogni albero che ho incontrato quando ero un bambino in Palestina. Il personaggio di Handala era una specie di icona che ha protetto la mia anima dal cadere ogni volta che rallentavo o stavo ignorando il mio dovere. Quel bambino era come una spruzzata di acqua fresca sulla fronte, mi risvegliava l’attenzione preservandomi dall’errore e dall’indecisione. Era l’ago della bussola, costantemente puntato verso la Palestina. La Palestina non soltanto in termini geografici, ma la Palestina nel suo senso umanitario – il simbolo di una causa giusta, che fosse in Egitto, in Vietnam o in Sud Africa”.
“I Am from Ain al-Helwa” di Naji al-Ali, da Al-Aharam Weekly. http://hanthala.virtualave.net/einhil.html
Naji sapeva bene che allontanandosi dal campo profughi, dal quotidiano vivere della sua gente, avrebbe corso il rischio di fare la fine degli uomini sotto il sole di Kanafani, di perdere la memoria, l’identità, l’urgenza della lotta, di trasformarsi, come tanti, in un “tanabel”, un piccolo uomo ripiegato su sé stesso, tutto intento ai propri affari (13).
Naji non aveva letto Il tamburo di latta di Günther Grass: in quel suo primo romanzo, pubblicato nel 1959, il grande scrittore tedesco racconta vent’anni di storia del proprio paese, da Weimar alla caduta del nazismo, con gli occhi di Oskar, un bambino che a tre anni smette volontariamente di crescere, esprimendo in questo modo insolito tutta la sua ripugnanza verso il mondo degli adulti, il suo disgusto per il perbenismo, la falsità e la grettezza di quella borghesia, codarda e indifferente, che aveva consentito l’avvento del nazismo (14).
Come il piccolo Oskar di Grass, anche il piccolo Handala uscito dalla matita di Naji è voce narrante, è testimone della storia, è la coscienza del suo autore, è l’autore stesso che rifiuta di crescere per conservare quanto più vivido e doloroso il ricordo del giorno in cui, a dieci anni, scacciato dalla sua casa, privato di ogni cosa, fu costretto a vivere in una tenda nel campo profughi di Ain al-Helwa, lontano dalla Palestina.
E se Oskar esprime la propria rabbiosa protesta picchiando incessantemente sul suo tamburo di latta ed emettendo un urlo lacerante che manda in frantumi ogni vetro, così Handala, scalzo, lacero e spelacchiato, non mostra mai il viso, volta le spalle al lettore e non distoglie invece mai lo sguardo dalle vicissitudini della sua gente.
Nessuno vorrebbe avere tra i piedi dei bambini come Oskar e Handala!
Al-Handal è un’erba selvatica comune in Medioriente, molto spinosa e dai frutti di sapore amaro; e Handala è un bambino che conosce l’amarezza dell’esilio, della negazione, dell’abbandono, del tradimento… Naji lo presentò al suo popolo in un momento in cui, a livello internazionale, i palestinesi non erano ancora riusciti a imporre una propria presenza politica, e d’altra parte nessuno mostrava il minimo interesse al problema dell’espropriazione della Palestina… Naturale che Handala voltasse le spalle al mondo intero! Tuttavia, nemmeno in seguito ebbe alcun buon motivo per mostrarsi: non nel giugno del 1967, quando gli Israeliani, dopo aver annientato al suolo l’aviazione egiziana e sbaragliato quella giordana, inghiottirono quel che restava della Palestina cacciandone quanti più abitanti potevano, arrivando persino a lanciare bombe incendiarie sulle colonne dei profughi in fuga (15); non nel “settembre nero” del 1970, quando il presidente americano Nixon e Hussein di Giordania, sovrano di un paese arabo, si accordarono per farla finita con gli ingombranti fedayin palestinesi che ad Amman avevano il loro quartier generale: la ferocia dei soldati giordani fu tale che alcuni guerriglieri palestinesi, pur di non cadere nelle loro mani, preferirono riparare in… Israele! (16)
Che sguardo avrà avuto Handala in quel momento?
4. LA TERRA DELLE ARANCE TRISTI
(titolo di un racconto di Ghassan Kanafani)
“Trovammo il corpo di Lamis scaraventato qualche metro più in là, ma sulle prime non scorsi Ghassan. Lo chiamai, poi vidi la sua gamba sinistra. Rimasi paralizzata, mentre Fayez urlava battendo la testa sul muro di casa e Layla piangeva, implorando il papà“.
Testimonianza di Anni, moglie dello scrittore Ghassan Kanafani, riportata da Diego Brasioli nell’articolo “Un uomo sotto il sole” (in www.alice.it)
Nel 1972 il governo israeliano decise che per uccidere il serpente occorreva tagliargli la testa. Da quel momento l’obiettivo di annientare la resistenza palestinese fu perseguito ricorrendo apertamente all’assassinio dei suoi leader, dovunque si trovassero. Un metodo ammirato e imitato poi da molti: Pinochet in Cile, Stroessner in Paraguay, Videla in Argentina, Banzer in Bolivia, per citarne solo alcuni.
L’8 luglio a Beirut fu proprio l’amico e mèntore di Naji, Ghassan Kanafani, ad essere ucciso, insieme con una nipote adolescente, dall’esplosione di una bomba collocata nella sua auto. A ottobre fu assassinato a Roma lo scrittore Wael Zwaiter, rappresentante locale dell’OLP; un mese dopo toccò a Mahmoud Hamshari che svolgeva lo stesso incarico a Parigi. L’aprile seguente fu una primavera di sangue: a Beirut un’unità speciale del Mossad fece fuori in un sol colpo lo scrittore Kamal Nasser, portavoce dell’OLP, e due importanti dirigenti, Kamal Edwan e Yusef al-Najar.
Negli anni successivi Israele eliminerà decine di esponenti palestinesi: a Parigi, a Roma, a Varsavia, ad Atene, a Tunisi, nei Territori Occupati… una lista nera che sembra non essersi ancora esaurita.
Nel 1973 i combattenti dell’OLP diedero man forte all’esercito egiziano che aveva attaccato Israele proprio nel giorno della festa ebraica dello Yom Kippur. I palestinesi però capirono presto che a Sadat importava ben poco di loro: l’Egitto puntava soltanto a rimediare alla cocente sconfitta di sei anni prima, ad ingraziarsi gli americani e a porre le basi per una pace separata con Israele. Infatti, dopo qualche anno Sadat sarebbe stato accolto con tutti gli onori a Gerusalemme e a Washington, lasciando i palestinesi al loro destino.
Il piccolo Handala non solo non si voltò mai, ma cominciò a tenere le mani incrociate dietro la schiena, come segno di disprezzo per l’ennesimo tradimento da parte dei governi arabi e per sottolineare il rifiuto di un “processo di pace” che americani e israeliani stavano imbastendo sulla testa del popolo palestinese.
Prigioniero sulla propria terra, scacciato dalla Giordania, tradito dall’Egitto, al popolo palestinese non restava che il Libano dove poter vivere in relativa libertà. Ma se negli anni ’50 e ’60 l’élite libanese, di credo cristiano, aveva guardato ai profughi soltanto come a un ghiotto serbatoio di manodopera a buon mercato, il radicarsi della resistenza palestinese, specie nei campi di Beirut e del sud-ovest, cominciò a innervosire il governo. In particolare, i fascisti della Falange cristiano-maronita dichiaravano apertamente di voler spazzare via i palestinesi perché, secondo loro, tramavano nell’ombra con le forze progressiste per sovvertire lo status quo in Libano. Si stava riproducendo, insomma, la situazione che aveva preceduto il “settembre nero” in Giordania. Inoltre Israele, condividendo in pieno l’obiettivo della destra libanese, sembrava non aver altro da fare che bombardare i campi profughi, spesso ricorrendo al napalm.
Naji al-Ali e Handala, il suo alter ego, decisero di tornare ad Ain al-Helwa, per essere vicini alla loro gente in un momento in cui parlare di speranza era molto difficile: “Lavorare per il giornale As-Safir a Beirut dal 1974 è stata la parte migliore della mia vita e la più produttiva. Laggiù, circondato dalla violenza di molti gruppi armati ed infine dall’invasione israeliana, ho affrontato tutto a viso aperto con la mia penna, ogni giorno. Non ho mai provato paura, senso di fallimento o disperazione, e non mi sono arreso. Ho affrontato eserciti con vignette e disegni di fiori, speranza e pallottole. Sì, la speranza è essenziale, sempre. Il mio lavoro a Beirut mi ha reso ancora una volta più vicino ai rifugiati nei campi, al povero ed al perseguitato“.
“With His Blood Naji al-Ali Drew for Palestine”. http://hanthala.virtualave.net/ali2.html
Una mattina di aprile del 1975, un gruppo di lavoratori pendolari palestinesi, che attraversava in autobus il quartiere cristiano di Ain Rummaneh a Beirut, fu massacrato dalle milizie falangiste. Scoppiava la guerra civile libanese.
Dalle pagine di As-Safir, giorno dopo giorno, Handala raccontò il devastante conflitto, non come simpatizzante di qualcuna delle tante fazioni in lotta, ma esortando i lettori a non farsi ingannare dalle varie bandiere: nemici della causa palestinese erano certo il sionismo e il fascismo, ma anche i paesi arabi che la sostenevano o la tradivano secondo convenienza, e la stessa burocrazia dell’OLP, dove allignavano ormai affaristi e parassiti corrotti e privi di scrupoli che avevano messo da parte gli ideali della lotta di liberazione e dimenticato le condizioni di vita della gente nei campi profughi e nei Territori Occupati.
“Io milito per la causa palestinese e non per le singole fazioni palestinesi. Non disegno per conto di qualcuno, disegno solo per la Palestina, che per me si estende dall’Oceano Atlantico fino al Golfo [tutto il mondo arabo, n.d.r.]” (17). La verità, talvolta scomoda, di Handala era quella degli oppressi: come loro, Handala non aveva altro che la povertà e la rabbia, la parola e la speranza.
Nella primavera del 1976, proprio quando le forze progressiste libano-palestinesi stavano per prendere il sopravvento, la Siria, preoccupata di veder ridotta la propria influenza in Libano, intervenne al fianco dei cristiano-maroniti capovolgendo le sorti del conflitto. I siriani assistettero, senza muovere un dito, all’assedio del campo profughi di Tall el-Zaatar: furono 3000 persone, in gran parte civili, a trovarvi la morte per mano dei falangisti. Ai palestinesi fu poi imposta una “pace” umiliante.
5. HALAT HISAR – STATO D’ASSEDIO
(titolo di un poema di Mahmoud Darwish)
“Quando gli israeliani hanno invaso Sidone, ero lì. Con gli altri abbiamo affrontato il terrore e la paura. Per giorni e giorni siamo stati il bersaglio delle artiglierie e dei raid aerei. Con i miei occhi ho visto la distruzione, la morte… Sotto la minaccia dei fucili israeliani siamo rimasti senz’acqua e senza cibo per due giorni sulla spiaggia, sotto il sole cocente. […] Quando gli invasori hanno assediato Beirut, mi sono trasferito lì, nella capitale“.
Da Al-Arabi n. 297, agosto l983
Eppure il peggio doveva ancora arrivare.
Nel 1977, le elezioni in Israele furono vinte dal Likud, la coalizione di destra guidata da uno dei più acerrimi nemici dei palestinesi: Menahem Begin. Il nuovo primo ministro, negli anni precedenti la proclamazione dello Stato di Israele, aveva militato nel gruppo terrorista ebraico Irgun e si era sempre vantato di essere il responsabile del massacro, avvenuto nell’aprile del 1948, di 250 fra uomini, donne e bambini nel villaggio arabo di Deir Yassin (18). Trent’anni dopo, rifattasi la verginità, il boia di Deir Yassin concludeva una pace vantaggiosa con l’Egitto, veniva salutato dall’Occidente come un grande uomo di stato e insignito di lauree ad honorem, e addirittura del Premio Nobel per la… Pace!
Tuttavia, si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio…
Nel 1982, Begin e il suo ministro della Difesa, Ariel Sharon, decisero che era venuto il momento di distruggere definitivamente l’OLP: con l’operazione denominata “Pace in Galilea” Israele portò l’inferno a Beirut e in tutto il sud del Libano. I bombardamenti indiscriminati, ordinati da Sharon, fecero in tre mesi oltre 15.000 vittime tra la popolazione civile: “Un giorno, sulla strada di casa, ho visto un uomo che vagava, completamente nudo. Dopo un po’ di domande, compresi che era di Sidone. Dopo giorni e giorni di incessanti bombardamenti, si era deciso a lasciare la sua casa per cercare un po’ di pane, qualcosa da mangiare per i suoi bambini. Gli sforzi di quell’uomo furono inutili. Non c’erano negozi aperti. Quando tornò sui suoi passi, scoprì che la sua casa era stata distrutta, sua moglie e sette o otto bambini uccisi. Quando gli israeliani ci trasferirono sulla costa, passammo davanti a quella casa. Vidi un piccolo cartello scritto con un pezzo di carbone: “Fate attenzione! Qui giace la famiglia di…. “. Era quell’uomo ad averlo scritto, perché i corpi dei suoi erano ancora sepolti sotto le macerie“.
“I Am from Ain al-Helwa” di Naji al-Ali, da Al-Aharam Weekly. http://hanthala.virtualave.net/einhil.html
Armato soltanto delle sue matite, Naji non smise un momento di fronteggiare l’occupante e di incitare la sua gente alla resistenza. Nella concitazione di quei mesi intrisi di rabbia e di morte, anche Handala non poté restare immobile: pur continuando a nascondere il viso al lettore, cominciò a tradire l’ansia di partecipare in prima persona a ciò che accadeva. Lo si vide muovere le mani, agitarle con rabbia; sventolò più volte la bandiera palestinese; arrivò persino a lanciare – profeticamente – qualche pietra contro l’invasore.
Le bombe israeliane (a frammentazione, a implosione, al fosforo… ) smisero di cadere solo il 12 agosto, quando finalmente il presidente USA Ronald Reagan intimò a Begin di “fermare l’olocausto” (19). Beirut era un cumulo di macerie. Sotto la supervisione di un contingente internazionale, i combattenti palestinesi furono evacuati e dispersi nei paesi arabi. Anche Naji e Handala provarono a denunciare il pericolo che correvano i civili nei campi profughi rimasti senza alcuna difesa. Ciò che avvenne poi è fin troppo noto: israeliani e falangisti entrarono nei campi di Sabra e Chatila e, durante 36 ore consecutive di inumana barbarie, fecero letteralmente a pezzi all’incirca 2000 persone, in maggioranza vecchi, donne e bambini.
Le squadre speciali israeliane scorrazzavano per Beirut alla caccia degli attivisti libanesi e palestinesi. Naji, come molti altri, dovette nascondersi e trascorse molti mesi nei sotterranei della capitale (20). Quando ne uscì era talmente attonito che la maggior parte delle vignette pubblicate in seguito non recavano alcun commento. La parola non poteva più servire ad esprimere il dolore e la rabbia:
“Intorno a noi è grigio, però è in condizioni come queste che il mio ruolo diventa più chiaro [...] In queste condizioni i miei sentimenti sono più limpidi [...] dovrei smascherare coloro che si riempiono la bocca con le parole [...] nel buio c’è tutto [...] per ripristinare i nostri diritti, la lotta è l’unico linguaggio. Il fulcro di tutto è la democrazia. Le nostre frecce vanno lanciate contro le catene, le maschere, le carceri e le leggi truffa [...] la repressione non ha mai regalato la democrazia [...] la repressione non cede spontaneamente [...] la repressione non si suicida [...] VA UCCISA. Per poterla uccidere, bisogna lottare. Nessuno ha la soluzione pronta. La soluzione nasce dal conflitto [...] per questo, il conflitto deve essere mantenuto vivo“.
Da Al-Qabas, l2 maggio 1984
6. LA SUA NASCITA E LA SUA MORTE: PALESTINESI
(da L’amante, di Mahmoud Darwish)
“Ho lasciato Beirut per motivi politici e non per la mia sicurezza personale. Chi deve morire muore ovunque. Il Centro di Ricerche Palestinesi è stato chiuso. Sul quotidiano As-Safir è stata imposta una censura opprimente. Così mi sono sentito pronto per tornare all’altro fronte [...] in Kuwait [...] dove, attraverso la stampa, relativamente libera, potevo portare avanti il mio impegno e la mia lotta“.
Da Al-Yamamat, rivista saudita, maggio l984
Fortemente indebolita dall’ennesima disfatta, la leadership palestinese sembrava aver tirato i remi in barca e si baloccava in interminabili discussioni su come recuperare la mediazione americana per riavviare il “processo di pace”. Pareva quasi che ingraziarsi gli USA fosse diventato un fine in sé. Intanto la Siria e la Libia tramavano per attrarre l’OLP nella loro sfera d’influenza. Malcontento e intrighi portarono all’accendersi di una vera e propria guerra fratricida tra le fazioni palestinesi.
Dalle pagine del quotidiano kuwaitiano Al-Qabas, Naji cominciò a lanciare i suoi strali all’indirizzo della corrotta burocrazia che di fatto controllava dispoticamente le strutture dell’OLP, e nel contempo invitò tutti a porre fine alle lotte intestine per concentrarsi sul vero obiettivo: la lotta contro Israele.
La borghesia palestinese questa volta non digerì la consueta franchezza di Naji e provò a fargli il vuoto intorno, scatenando in tutto il mondo arabo una pesante campagna di diffamazione nei suoi confronti: “Naji al-Ali è un fenomeno umano [...] un fenomeno Arabo-Palestinese figlio della Palestina, figlio della Terra, figlio del Popolo Arabo. Nessuno meglio di lui riporta i sentimenti, le aspettative, le depressioni, gli umori di milioni e milioni di Arabi [...] dall’Oceano al Golfo [...] In altri paesi un fenomeno così raro come è Naji al-Ali viene protetto, stimolato. Da noi, invece, per curare i propri interessi, alcuni dei nostri leader non esitano a distruggerlo [...] ad eliminarlo [...]“.
Da Al-Watan, 15 aprile 1984
Nel 1985 Naji finì con l’essere addirittura espulso dal Kuwait e, non trovando nessun paese arabo disposto ad accoglierlo, si trasferì in Gran Bretagna dove, per nulla turbato, continuò a lavorare presso la redazione londinese di Al-Qabas. Naji vinse da solo la sua battaglia contro la censura perché mai come allora le sue vignette circolarono su quotidiani e riviste in lingua araba, in ogni parte del mondo.
Il piccolo Handala, l’enfant terrible che avrebbe ripreso a crescere soltanto al ritorno in una patria liberata, ormai da 25 anni accompagnava, incitava, consolava il popolo palestinese nella sua interminabile lotta di liberazione. Ma la sua vicinanza agli oppressi e diseredati e il suo free speech gli avevano sicuramente procurato molti nemici.
Nel pomeriggio del 22 luglio del 1987, mentre si trovava nei pressi degli uffici di Al-Qabas, Naji al-Ali fu colpito alla nuca da un proiettile sparatogli da distanza ravvicinata. Sarebbe morto più di un mese dopo, senza riprendere conoscenza.
Su esecutori, mandanti e moventi dell’assassinio si possono solo fare delle ipotesi.
La polizia inglese ritenne probabile che a ucciderlo fosse stato un membro di Forza 17, la guardia del corpo del leader dell’OLP Yasser Arafat; in effetti, sembra che poco tempo prima Naji fosse stato avvisato da un amico che il premier non aveva gradito un paio di vignette piuttosto “feroci”, quelle in cui si faceva riferimento ai presunti rapporti tra Arafat e la sua biografa ufficiale, l’egiziana Rashida Mahran. O forse qualcuno nell’entourage di Arafat s’era risentito delle veementi critiche che Naji continuava a rivolgere agli “alti papaveri” dell’OLP, arricchitisi alle spalle del popolo… Tuttavia, le indagini rivelarono anche che del commando incaricato di eliminare Naji al-Ali facevano parte “doppi agenti”, cioè militanti dell’OLP assoldati dal Mossad israeliano con il compito di fornire informazioni sugli ambienti palestinesi a Londra (21).
Un “omicidio mirato”, dunque, come quello dell’amico Kanafani? Oppure un modo per depistare il controspionaggio palestinese, o per intralciare le indagini degli inglesi sulla presenza di cellule dei servizi segreti israeliani in Gran Bretagna? D’altra parte non era nemmeno da scartare l’ipotesi di un omicidio commissionato da qualche governo arabo, irritato dalle bordate che Naji quotidianamente sparava contro il dispotismo, la corruzione, la mancanza di democrazia…
Gli spararono alle spalle, e forse se lo aspettava: proprio come il piccolo Handala che, in una delle ultime vignette, cadde trafitto da una freccia.
“Quando la gente potrà vedere il viso di Handala? Quando la dignità araba non sarà più minacciata ed avrà recuperato la sua libertà e umanità. Tuttavia, la lotta più grande è andare avanti nonostante tutte le contraddizioni. Egli testimonia ad un’intera generazione che non è morto e non morirà mai. Lui è eterno. Handala, che ho creato, non finirà con la mia fine. Spero che non sia un’esagerazione quando dico che io continuerò a vivere con Handala, anche dopo la mia morte“.
Da “Naji al-Ali al-hadiye lam tasal ba’d” (Dar al-Karmel Lilnasher wal tawzieh, Amman, 1997)
Pochi giorni dopo la morte di Naji, il campo profughi di Ain al-Helwa (un “nido di calabroni” secondo Sharon) fu bombardato dai jet israeliani. Morirono 31 persone e 41 rimasero ferite. Altri 34 civili furono deliberatamente uccisi mentre evacuavano il campo (22).
A dicembre dello stesso anno, nei Territori Occupati, scoppiava la rivolta popolare, la Prima Intifada.
“La gente è turbata dal mio aspetto. A cosa sto pensando? Sono arrabbiato? Sono triste? Sono intento ad osservare profondamente? Oppure sono semplicemente un altro vigliacco che sta a guardare senza avere il coraggio di opporsi all’oppressione? Qui sta il trucco, perché tu [lettore] sei Handala: il tuo modo di guardarlo riflette come sei tu in realtà“.
Da “The Life and Death of Naji al-Ali. Al-Salam Alikom”, firmato da ‘Un altro Handala che osò parlare’, nella sezione Islamic Society sulla pagina web dell’University College di Dublino (www.ucd.ie/~islamic/)
Sono passati 15 anni e l’Intifada continua.
Il “processo di pace” guidato dagli USA si è rivelato essere piuttosto un lungo processo verso la spoliazione e l’annullamento del popolo palestinese; un processo farsa dove imputati sono i perseguitati e non i persecutori, gli oppressi e non gli oppressori, le vittime e non i carnefici.
Mentre la “pace americana” si abbatte sull’Iraq…
Sandro Nevache
marzo 2003
NOTE
(1) Edward W. Said, La questione palestinese, Roma, Gamberetti, 1995
(2) A. Moscato, G. Taut, M. Warshawsky, Sionismo e questione ebraica, Roma, Sapere 2000, 1983
(3) http://www.gemsinisrael.com
(4) E.W. Said, op. cit.
(5) http://www.bbc.co.uk/radio4/today/reports/international/jenin.shtml “The British in Jenin, 1938″, di Gordon Corera, BBC News GB
(6) Ilan Pappe, “Déjà vu”, in Rivista del manifesto n. 28, Roma, maggio 2002
(7)Walid Khalidi, “All That Remains”, in http://www.palestineremembered.com/index.html
(8)Da Ha’aretz (quotidiano israeliano), 4 aprile 1969, cit. in Robin Miller, “Il diritto dei Palestinesi al ritorno in patria”, tratto da Znet (http://www.zmag.org/Italy/miller-diritto.htm)
(9)Così Naji, in un’intervista riportata dal quotidiano libanese As-Safir, 11 giugno 1983
(10)Andrew e Leslie Cockburn, Amicizie pericolose: Storia segreta dei rapporti tre Stati Uniti e Israele, Roma, Gamberetti, 1993, cap. III, p. 73-99
(11) Dossier Palestina. Nakba. L’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, a cura di Guido Valabrega e Fondazione Lelio Basso, 1987
(12) “Trent’anni fa moriva Ghassan Kanafani”, da Al-Quds Al-Arabi (Gerusalemme araba, Londra), 10 luglio 2002, tradotto su www.aljazira.it
(13) “Naji al-Ali al-hadiye lam tasal ba’d” (Dar al-Karmel Lilnasher wal tawzieh, Amman, 1997)
(14) G. Schiavoni, Günther Grass, Scandicci (FI), La Nuova Italia, 1980
(15) Andrew e Leslie Cockburn, op. cit., p. 188
(16) A. Gowers, T. Walker, Yasser Arafat e la rivoluzione palestinese, Roma, Gamberetti, 1994
(17) Comitato Al-Ard, Naji al-Ali: No al silenziatore, prefazione di Saad Kiwan, introduzione di Vauro Senesi, Piombino (Livorno), Traccedizioni, 1994
(18) E.W. Said, op. cit., p. 59
(19) A. Gowers, T. Walker, op. cit., p. 247
(20) Al-Fajr (quotidiano degli Emirati Arabi), 11 luglio 1983
(21) Così sul quotidiano israeliano Ha’aretz, 15 giugno 1999: “From an Ongoing Crisis of Confidence: The British Spy Agency Is Refraining from Warning Israel of Planned Attacks”, tratto da http://hanthala.virtualave.net/ali3.html (Conferma digitando “Naji” sui database www.namebase.org o www.pir.org)
(22) Da http://www.arabcomint.com/imassacr.htm











