La richiesta di riconoscimento dello stato di Palestina: un grimaldello per scardinare una porta che sembra essersi incastrata irreparabilmente
Intervento di Maurizio Musolino del 23 settembre 2011 a Palazzo Bastogi a Firenze nell’ambito dell’iniziativa “Risvolti e prospettive del riconoscimento dello stato palestinese“
di Maurizio Musolino
La decisione di portate alle Nazioni Unite il tema della proclamazione di uno stato di Palestina ha sicuramente avuto il merito di rimettere sul tavolo dei governi il tema decennale di un popolo che vive oramai da troppo tempo sotto occupazione. Una iniziativa utile, quindi, ma che deve essere presa e intesa per quello che realmente rappresenta: ovvero una pressione su Israele e sulla comunità internazionale troppe volte silente e distratta quando si tratta di diritti e legalità. Sono infatti decine e decine le risoluzioni dell’Onu che condannano lo stato di Israele per le sue politiche aggressive e neocoloniali, tutte però puntualmente disattese. Un vero e proprio vulnus questo, che più di tante dichiarazioni fanatiche e irresponsabili mette a rischio il futuro dello stato di Israele. Finché i governanti di Tel Aviv riterranno che la legittimità di Israele debba essere affidata esclusivamente alla capacità militare, alla potenza di imporre le sue prevaricazioni e le sue volontà, è chiaro che chiunque si possa sentire in diritto di mettere in discussione uno stato che si pone per sua scelta e volontà fuori della legittimità internazionale.
Paradossalmente, allora, l’iniziativa palestinese non ha solo l’ambizione di rimettere in moto un processo in grado di portare ad una qualche soluzione dell’annosa questione, ma anche il pregio di obbligare Israele al ritorno dentro i confini del diritto sancito proprio dalle risoluzioni delle Nazioni Unite. E tutto questo pur sapendo che ancora una volta ci troveremo di fronte alla sostanziale a-democraticità dell’Onu. Infatti non è difficile pronosticare che l’indicazione di gran parte delle nazioni che compongono l’Assemblea Generale verrà disattesa grazie alla possibilità di veto che gli USA metteranno in campo nei prossimi giorni.
Ma proviamo a fare un passo indietro e capire come si è arrivati a questa iniziativa. Sicuramente un ruolo non secondario deve averlo avuto il terremoto che da circa un anno investe i governi e le società di gran parte dei Paesi Arabi. Il presidente Abu Mazen e il governo dell’ANP non vivono sulla luna e non hanno faticato a comprendere che quella marea di rivolta civile partita da Tunisia ed Egitto poteva spazzare via anche il fragile esecutivo nato dalle ceneri degli accordi di Oslo. Le divisioni dentro la politica palestinese, la più eclatante delle quali, quella che vede Hamas e Fatah fronteggiarsi da anni a Gaza e Cisgiordania, gli scandali economici e di corruzione, e la chiusira del governo Netanyahu a qualsiasi trattativa hanno portato alla disperazione una popolazione che fatica ad intravedere anche solo uno spiraglio alla possibilità di vedersi riconoscere i leggittimi diritti.
La richiesta di riconoscimento diventa in questo contesto un vero e proprio grimaldello per scardinare una porta che sembra essersi incastrata irreparabilmente.
Ma la richiesta alle Nazioni Unite è anche un modo per porre noi tutti, a partire dal civile Occidente, di fronte alle nostre responsabilità.Credo che sia chiaro a tutti che l’origine della questione palestinese risieda nelle cancellerie europee, fra quei Paesi che hanno ritenuto di potersi scaricare le responsabilità in merito ai silenzi e omissioni, quando non vere e proprie complicità, rispetto alla tragedia dell’Olocausto, facendo pagare ai popoli arabi un prezzo altissimo. Oggi quei Paesi devono esporsi, tirar via le maschere che hanno indossato in questi anni, e dire chiaramente se ritengono o no legittimo il diritto dei palestinesi ad avere uno stato. Uno stato fondato sul diritto e sulla giustizia e non sulla sopraffazione e la forza.
Non sorprendono allora le dichiarazioni di fuoco che arrivano da Israele contro questa iniziativa, come non sorprende la presa di posizione di Obama che in questo modo butta anche lui la maschera per riaffermare una mai negata continuità fra la sua politica estera e quella del suo predecessore Bush. Non sorprendono neanche le isterie di chi in Italia, come la deputata italo-israeliana Fiamma Nirestein, getta ogni giorno dalle pagine dei giornali e dagli schermi delle televisioni veri e propri anatemi verso i sostenitori della richiesta palestinese ad essere stato. Uno stato, che secondo il documento presentato all’Assemblea dell’Onu dovrebbe sorgere all’interno dei confini antecedenti la guerra dei Sei giorni del 1967. Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est: appena il 22 percento della Palestina storica e circa la metà di quanto le stesse Nazioni Unite assegnavano alla Palestina con la risoluzione 181 del 1947. Una proposta generosissima, che Israele avrebbe fatto bene ad accettare fin dai giorni delle trattative di Oslo.
Ma tutto questo non può e non deve nascondere i dubbi e le perplessità che pure esistono e sono forti nel campo palestinese. Dal canto mio voglio riportare la mia esperienza appena conclusa con la visita in Libano ai campi dei rifugiati palestinesi per commemorare il massacro di Sabra e Chatila. In Libano fra le file palestinesi non si sente ostilità verso questa iniziativa. Nessun no preconcetto. Ma tanti dubbi e tanta paura si. Paura che si possa ripetere quanto già successo nei giorni delle trattative di Oslo, quando il tema del diritto al ritorno sembrava essere stato sacrificato sull’altare della nascita di quell’embrione di stato rappresentato dall’ANP. Nessuno in Libano vuole che si ripeta quella esperienza, che di fatto oltre a minare seriamente il legittimo diritto a ritornare nelle loro terre e nelle loro case ha seriamente messo in discussione lo stesso OLP svuotandolo di fondi e di rappresentatività. I rifugiati che vivono a Chatila, come quelli di Bourj el Baraj, chiedono che sia l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina il vero e legittimo interlocutore internazionale. Un interlocutore che rappresenta la totalità del popolo di Palestina a partire da quello della diaspora. Fin ora tante le rassicurazioni, ma come giusto i palestinesi aspettano fatti e quelli solo il tempo li potrà consegnare.

