L’incubo dell’espulsione dei palestinesi
L’espulsione, sotto denominazione di “trasfer”, è già in corso
di Gadi Algazy e Azmi Bdeir*
“L’espulsione non è necessariamente una procedura drammatica che faccia vedere la gente cacciata ed in fuga dai loro paesi o villaggi. Non è necessariamente un atto programmato e ben organizzato, con autobus e camion carichi di persone, com’era successo a Qalqilyia nel 1967. L’espulsione è una procedura più profonda, una procedura strisciante che viene tenuta nascosta dai nostri occhi. Non viene registrata con videocamera e nemmeno lascia molti documenti, mentre si svolge direttamente sotto i nostri occhi. Chiunque stesse in attesa che succeda qualcosa di clamoroso, è destinato a farsi scappare gli eventi mentre si evolvono“.
Mentre scriviamo queste parole, il villaggio di Khirbet Yanun esiste ancora. O forse non più: 15 delle 25 famiglie che abitavano in questo villaggio ci sono ancora. Non è un numero insignificante. Se il lettore si ricorda, il 18 ottobre, soltanto due uomini anziani erano rimasti in paese, essendosi rifiutati di lasciarlo perché anche dopo aver visto partire le ultime famiglie, erano rimasti determinati ad aggrapparsi con le loro mani al villaggio in barba agli abusi subiti dai coloni israeliani. Gli altri avevano deciso di raccogliere le loro cose e trasferirsi nel villaggio vicino, Akrabah.
L’esistenza di Khirbet Yanun è però tuttora fragile ed incompleta. Manca ancora la corrente elettrica e l’acqua corrente, le case sono prive di mobili, i residenti sono ancora pochi e la loro sicurezza non viene garantita. All’inizio della scorsa settimana, volontari israeliani e stranieri – ebrei ed arabi appartenenti al movimento Ta’ayush – erano ancora presenti, ma la loro presenza qui è transitoria. Quando arriverà il prossimo assalto da parte dei coloni, il che è solo questione di tempo, Khirbet Yanun potrebbe svuotarsi per sempre dai suoi residenti.
Molti degli israeliani impegnati a vivere una vita di pace e giustizia in questo paese, sembrano convinti che, nonostante tutti gli orrori dell’occupazione ed il conflitto violento, ci sia ancora una linea rossa che Ariel Sharon ed il suo governo non possano varcare. Cioè, pensano che l’espulsione dei palestinesi non sia possibile e caso mai si dovesse arrivare alla soglia di un tale evento, essi si leverebbero in piedi per fermare tale azione.
Ma l’espulsione non si svolgerà necessariamente con un’azione drammatica, con un evento che faccia vedere la gente cacciata in fuga dai paesi o villaggi. Non è necessariamente un atto programmato e ben organizzato, con autobus e camion carichi di persone, com’era successo a Qalqilyiah nel 1967. L’espulsione è una procedura più profonda, una procedura strisciante che viene tenuta nascosta dai nostri occhi. Non viene registrata con videocamera e nemmeno lascia molti documenti, mentre si svolge direttamente sotto i nostri occhi. Chiunque stesse in attesa che succeda qualcosa di clamoroso, è destinato a farsi scappare gli eventi mentre si evolvono.
La componente principale di questo processo è il disfacimento graduale dell’infrastruttura della vita della popolazione palestinese civile nei Territori Occupati: il continuo strangolamento dell’infrastruttura tramite i blocchi stradali, il coprifuoco e l’assedio militare che impediscono alla popolazione di recarsi al lavoro o frequentare la scuola, di ricevere assistenza medica, di far entrare le autobotti con l’acqua potabile e le ambulanze, rimandando i palestinesi indietro all’età del mulo e del carretto. Nel loro insieme, queste misure deprivano i palestinesi della presa che hanno sul loro territorio.
Quando le autobotti non ce la fanno ad entrare nei villaggi, quando ogni spostamento verso il posto di lavoro si traduce in un’impresa avventurosa dall’esito assolutamente imprevedibile, quando le scuole chiudono e gli ospedali, ubicati nel vicino centro urbano sono sempre più lontani in termini di tempo, il tessuto della vita locale inizia a disgregarsi. Alcuni dei giovani, che erano abituati a lavorare fuori dai rispettivi villaggi come pendolari giornalieri, adesso rimangono assenti per giorni dai loro paesi, perché non osano più imbarcarsi ogni mattina nell’odissea di attraversare una teoria di blocchi stradali. Le famiglie che ne hanno la possibilità, preferiscono trasferirsi in posti più sicuri, più vicini alle loro fonti di reddito, all’interno dei centri d’aggregazione.
Ed i casi disperati si moltiplicano: il macellaio di Gerusalemme che ha perso la speranza di poter attraversare tutti i giorni il blocco stradale di Qalandia ed ha deciso di chiudere il suo negozio ubicato a nord di quel blocco; il tassista che ha abbandonato la sua casa di Gerusalemme nord per andare a vivere, stringendosi con il resto della famiglia, nella casa dei suoi genitori nella Città Vecchia, solo per non perdere la possiblità di recarsi al posto di lavoro; i residenti dei Territori Occupati i cui figli in attesa di cominciare i suoi studi nella vicina città di Nablus, adesso difficilmente raggiungibile perfino con i mezzi pubblici, hanno deciso di trasferirsi tutti a Nablus. Tutti questi casi mettono in luce come si sta allentando la presa della popolazione palestinese sulla propria terra.
Non solo un caso isolato
Ciò che i blocchi stradali e gli assedi dell’esercito non riescono a conseguire, lo fanno i coloni: ogni nuovo insediamento ed ogni sua estensione, chiamata “outpost“, richiede “naturalmente” garanzie di sicurezza, ed i coloni intendono per “sicurezza” l’espulsione dei palestinesi dalle terre che circondano i loro insediamenti e la trasformazione delle terre agricole palestinesi in terra di nessuno, così chiunque entri in queste aree per raccogliere le olive o per lavorare la terra, ha buone possibilità di pagare un tale atto di coraggio con la propria vita. Per consentire ad un gruppuscolo di coloni di dominare quasi metà della superficie dei Territori Occupati, occorre un’azione organizzata, una conquista di territorio, uno spettacolo fatto di torrette di guardia e di palizzate. Armati, finanziati ed organizzati, i coloni sistematicamente danno l’assalto ai palestinesi, con metodi molto simili a quelli adoperati dalle squadre paramilitari impiegate dai latifondisti in America Latina per infliggere terrore ai contadini. Loro sono al di sopra della legge.
La campagna contro i raccoglitori d’olive è perciò stata una tappa importante nel tentativo dei coloni di strappare di mano ai contadini palestinesi quel poco che loro è rimasto. Inoltre, questa campagna era intesa a far capire ai palestinesi che loro, i coloni, sono i veri titolari della terra, con il diritto di prendersi impunemente tutte le olive del villaggio tenendo alla larga, con i fucili puntati, chiunque si mettesse in mezzo.
Khirbet Yanun non è un caso isolato. Dozzine di villaggi nelle aree di Tulkarem, Qalqilyia, Salfit e Nablus sono stati sottoposti a pressioni esistenziali intense per diversi mesi. Questa pratica non sortisce necessariamente in incidenti drammatici con morti e feriti, ma si compie tramite l’abuso organizzato, il costante deterioramento delle condizioni di vita, lo stringersi della morsa, accompagnato dal crescente isolamento dai centri economici, culturali e politici della società palestinese.
Tutti questi processi strutturali a lungo termine, che mirano a far perdere la sicurezza sul proprio territorio alla popolazione palestinese, sono articolati chiaramente a Khirbet Yanun. Il paese è piccolo ed isolato e si trova a poche centinaia di metri da un “outpost” creato dai coloni dell’insediamento Itamar. Questi “outpost” sono stati costruiti negli anni ’90 in cima alle colline che sovrastano Yanun, sotto gli auspici del “processo di pace”. Akrabeh invece, è situata a distanza di 15 minuti di percorso in macchina, su un sentiero non asfaltato, mantenuto male e facile da bloccare.
Usciamo di notte sulle strade di Yanun. Il piccolo villaggio è buio, il paesaggio pastorale. Ma perfino dentro il villaggio, i residenti non sono soli: sulla collina antistante, si vede da lontano la torre di guardia dei coloni. Qui, nella loro terra patria, la gente di Yanun si trova circondata, come in una specie di riserva che ha i giorni contati. I coloni possono arrivare in qualsiasi momento e lo fanno: i bambini si nascondono appena sentono il rumore dei loro fuoristrada. I residenti si fermano, pietrificati, nei loro uliveti qualora si affaccino i coloni.
Anche questo caso non è un caso isolato: se vi trovate soli, nelle colline a sud di Hebron, ai bordi del deserto, a fianco di palestinesi residenti nelle loro tende a Susyia, anche qui farete l’esperienza che non vi è posto per i residenti nativi locali. Alzate gli occhi e vedrete un cielo stellato, ma occorre solo voltare lo sguardo per capire che siete circondati – autovetture militari pattugliano la strada, che ai palestinesi nativi è proibito avvicinare. Dall’altra parte della strada infatti ci sono i coloni di Susyia: guai a chiunque si avvicinasse troppo ai campi agricoli confinanti con l’insediamento ebraico. E l’insediamento di Susyia continua il proprio allargamento. Una strada di sicurezza, illuminata, passa alle vostre spalle, nella vallata, e volgendo lo sguardo a nord, vedrete le luci della vicina base militare ed udirete gli annunci gracchiati da un altoparlante.
Questa realtà trasmette un messaggio inequivocabile: ‘residenti della riserva dei nativi, siete circondati, vi conviene arrendervi’. E queste erano anche le parole esplicite pronunciate dai coloni ai residenti di Khirbet Yanun durante l’assalto al villaggio, quando dopo avere fatto irruzione nelle case, hanno picchiato Abd Al Latif Bani Jaber davanti alla sua famiglia: ‘andatevene, andate ad Akrabeh!’
Dalle denuncie fatte dai residenti di Yanun alla polizia, si ricava una documentazine sulla procedura impiegata per trasformare il loro villaggio in un villaggio spettrale, morto. Il villaggio è ubicato nell’area C, cioè, sotto esclusiva competenza israeliana per l’amministrazione civile e per l’ordine pubblico, ma secondo l’opinione dei residenti locali, tra l’esercito israeliano ed i coloni vigerebbe un tacito accordo. Ogni sviluppo nel villaggio è stato bloccato. In effetti, dal 1992, l’Amministrazione Civile Israeliana ha proibito qualsiasi costruzione. I campi agricoli sono diventati pericolosi per i coltivatori palestinesi. I coloni avevano preso l’abitudine di scendere dai loro insediamenti per entrare nel villaggio come se fosse di loro proprietà. Gli abitanti del villaggio raccontano di uno dei coloni dell’insediamento di Itamar che avrebbe detto di essere lui stesso, e solo lui, l’unico comandante del posto. ‘Rimarrò qui’, avrebbe detto, ‘quando la polizia e la stampa se ne saranno andate’. Secondo i residenti, sarebbe stato lui a comandare gli assalti fatti al villaggio.
Così, ancora prima di incendiare il generatore elettrico nell’aprile 2002, i coloni avevano messo sotto pressione crescente l’infrastruttura della vita di ogni giorno. I bambini di Khirbet Yanun una volta frequentavano la scuola elementare a Yanun Al Tahta (Yanun Inferiore), nelle vicinanze di Akrabeh. Quando gli assalti incominciarono a farsi più minacciosi rendendo la strada pericolosa, una piccola scuola fu aperta nel villaggio, due anni fa. Questa scuola fu chiusa dopo che le ultime famiglie avevano lasciato il paese. La morsa si fece sempre più stretta sulla vita di ogni giorno dei residenti. La scuola superiore più vicina si trova ad Akrabeh, ma Akrabeh ormai è diventata lontana. Di conseguenza, coloro che volessero fare continuare a far frequentare la scuola ai propri figli, si trovano costretti ad abbandonare Yanun ed a trasferirsi in città. Ma anche in assenza di tale esigenza – chi potrebbe decidere di restare in un villaggio nel quale i coloni vanno e vengono come vogliono, di giorno e di notte, irrumpendo nelle case?
Giovedì, 17 ottobre, il preside della piccola scuola di Khirbet Yanun si è congedato dai suoi ultimi alunni. Il giorno seguente, le ultime sei famiglie hanno lasciato il paese. Due giorni dopo, i volontari di Ta’ayush sono arrivati per permettere ai residenti di far ritorno al loro paese. Per ora, quindi, la maggior parte dei residenti è tornata e si trova ancora lì.
Segnali di pericolo imminente
Khirbet Yanun ci manda un messaggio che non dovremmo ignorare: decine di migliaia di persone sono in pericolo di diventare sfollati e profughi. Inoltre, le “fonti della sicurezza” israeliane fanno continuamente trapelare articoli secondo i quali in tempi di guerra o in caso di un surriscaldamento del conflitto, il governo Sharon potrebbe essere tentato di espellerne molti altri, con una operazione pianificata. L’incubo dell’espulsione non si placa con il passare del tempo. Per molti anni a venire, la società israeliana dovrà confrontarsi con il costo violento di queste espulsioni che si aggiungeranno alle precedenti campagne di deportazione.
Yanun è un monito – non solo per gli israeliani, ma anche per i palestinesi. Il pericolo dell’espulsione è tangibile. Per scongiurare una tale sciagura, occorre un lavoro serio, sul campo, nonché il rafforzamento dell’economia locale. Innanzitutto, occorre mirare ad un ringiovanimento del tessuto sociale ed a un consolidamento della coesione interna della società palestinese. In assenza di questi requisiti, si affaccia il pericolo di una nuova ondata di profughi che si aggiungerebbe alle precedenti, affollando i vecchi campi profughi ed i centri urbani esistenti.
La base sulla quale si fonda il sumud (la determinazione a restare aggrappati alla propria terra, a prescindere dall’occupazione militare) non può essere basata solo su azioni simboliche a benefiscio dell’opinione pubblica internazionale senza preoccuparsi per le sofferenze in patria, oppure solo su manifestazioni di protesta, esibendo le armi. Per poter tenere testa allo strisciante processo di espulsione, la società palestinese deve raccogliere tutte le sue risorse umane lottando per ogni metro quadrato e per ogni capra. Potrà questo sforzo della popolazione civile reggere una lotta contro l’esproprio, contare su alleati leali provenienti da Israele?
I volontari di Ta’ayush sono rimasti a Khirbet Yanun per due settimane per lottare con i residenti, per facilitare il loro ritorno nelle loro case e per svegliare l’opinione pubblica dal suo torpore. Quindici famiglie hanno fatto ritorno alle loro case, seppur riluttanti e timorosi ed il ritorno è ancora parziale.
Mentre noi eravamo presenti sulla scena, l’esercito era costretto a non manifestare la sua presenza. Ma le esperienze del passato hanno insegnato ai residenti che le angherie non saranno interrotte dall’amplificazione delle loro grida d’aiuto. Infatti durante la nostra presenza sul posto, i coloni di Itamar erano riusciti a fare un’incursione nel villaggio ed a picchiare selvaggiamente due dei residenti nonché quattro dei volontari. Nessuno degli assalitori è stato arrestato. Un segno di ciò che è in agguato.
La nostra presenza a Khirbet Yanun era temporanea. Non è possibile, e sarebbe anche sbagliato, che una presenza di cittadini israeliani diventi l’unica garanzia per la sopravvivenza e l’esistenza in vita di un villaggio palestinese. Finché l’opinione pubblica in Israele non si mobiliti contro l’ingiustizia ed in supporto alla gente dei villaggi, questi rimarranno alla mercé dei coloni. Quando faranno il prossimo assalto? avrà luogo dopo che i residenti saranno partiti? faranno saltare le case del villaggio? o prenderanno possesso delle case? e dov’è che si fermeranno?
Le scene viste tre settimane fa ci rimarranno sempre impresse nella mente. Nella notte illuminata dalla luna, al nostro arrivo a Yanun, avevamo fatto il giro per il villaggio arabo abbandonato. I residenti avevano avuto il tempo di prepararsi, di prendere le loro cose, di disattivare gli impianti elettrici. Non avevamo sentito nemmeno un solo cane abbaiare nel villaggio. Eppure, dovunque guardavamo, si vedevano porte spalancate, porte buttate giù, vuoti neri, sbadiglianti. E sulle colline circostanti, le torri di guardia dei coloni di Itamar. Più o meno così erano i villaggi palestinesi dopo il 1948.
Cinquant’anni e passa dopo, siamo di nuovo, israeliani e palestinesi, prigionieri di una storia di cui abbiamo dimenticato le amare lezioni.

