Marwan parla, in ebraico e a braccio
di Luisa Morgantini
Gli occhi e la voce di Barghuti accusano Israele: “Dall’Intifada, libertà e pace”
Guardo Marwan Barghouti mentre con tono pacato parla, in ebraico e a braccio, ai giudici del Tribunale, a noi osservatori internazionali; del parlamentari europeo, francese e italiano (Graziella Mascia del Prc), e poi avvocati, di cui cinque italiani, tra i francesi, Gisele Halimi figura storica della lotta di liberazione algerina nominata difensore di Marwan, e Mireille Mendes – France, figlia di un ebrea russa e di Franz Fanon, l’autore de “I dannati della terra”.
È presente anche Latif Dori un israeliano dirigente del Meretz con il parlamentare arabo israeliano, Mohamed Barake. Pochi i palestinesi, dai territori non possono arrivare a Tel Aviv. Non ci sono i famigliari delle vittime israeliane, che in altre udienze avevano aggredito brutalmente uno dei difensori israeliani di Marwan, nipote del rabbino Leibowitch. Marwan è circondato da alcuni agenti che avevano cercato con modi bruschi di impedirgli, mentre entrava in aula ancora ammanettato, di salutarci.
Vedo i suoi occhi stanchi, ma sempre vivacissimi, che si posano su tutto e tutti. Temo in ogni momento di sentire la sua voce incrinarsi, Fadwa sua moglie mi ha chiesto di stare molto attenta a segni di sofferenza; la settimana scorsa le hanno riferito che un giornalista israeliano sosteneva di essere venuto a conoscenza che Marwan Barghouti aveva un cancro alla gola. Fadwa si era disperata: al telefono di sera molto tardi, piangendo, mi diceva di essere terrorizzata perché prima di essere sequestrato Marwan aveva problemi alla laringe. Ho tentato di rassicurarla, sostenevo che non era possibile, infatti Marwan, malgrado le richieste dei difensori, non è ancora stato visitato da un medico, forse cercavano di indebolirla o forse, si mettevano in giro queste voci per dare la giustificazione del rilascio di Marwan attraverso lo scambio di prigionieri che Israele e gli Hezbollah stanno trattando.
No, vedo che Marwan sta bene, la sua voce è sicura. Le condizioni del carcere sono disumane, ma lui resiste. Da quando è stato trasferito nella prigione di Beersheba vive in totale isolamento, non ci sono altre celle vicino alla sua, non può neppure urlare, come faceva nella prigione precedente, sapendo che qualcuno nella cella vicino potrà ascoltare e rispondere. Lo guardo e mentre ascolto il suo “j accuse” contro l’occupazione militare israeliana, penso che tra qualche ora noi andremo a pranzare, magari a Jaffa, sul mare, mentre lui tornerà nella sua cella, in attesa di un verdetto emesso da una corte e da giudici ai quali non riconosce il diritto penale o morale di giudicarlo e ne sostiene la complicità nel crimine dell’occupazione militare che depreda vite, dignità, natura. Giudici ai quali chiede “rifiutare di obbedire“, di fare come stanno facendo i 29 piloti israeliani che si rifiutano di bombardare e uccidere civili palestinesi, considerando quelle azioni un “crimine“.
Tornerà Marwan nella sua cella di un metro e ottanta di altezza e un metro e quaranta di larghezza, con una piccola finestra che non si apre e che pare sia diventata il rifugio di una nidiata di topi che sibilano tutta la notte e gli impediscono di dormire. Per quattro volte ho chiesto a Jawad Boulos uno dei suoi avvocati se è sicuro di quello che mi ha detto, non posso credere che Marwan da mesi e mesi sia rinchiuso in una cella così angusta. Sì, mi ripete Jawad un po’ piccato della mia insistenza, e aggiunge: “E non può leggere libri, e lo fanno uscire a prender aria solo un’ora al giorno e non ha mai potuto incontrare la moglie o i figli o chiunque altro se non il suo avvocato, e qualche volta neppure l’avvocato, la settimana scorsa mi hanno fatto aspettare tre ore e alla fine in malo modo mi hanno mandato via senza che potessi incontrarlo“.
L’arringa di Marwan Barghouti porta un forte messaggio di pace, due popoli e due stati, forse tra quattro anni e forse persino uno stato unico per tutti i suoi cittadini, l’occupazione militare non può continuare, parla di suo padre e delle umiliazioni subite da palestinesi, delle donne costrette a partorire ai check point del diritto alla libertà e alla dignità per ogni essere umano, difende l’Intifada e dice di esser contrario alla morte di civili innocenti, dice che questa corte che lo sta giudicando ha già deciso la sua colpevolezza, parla delle speranze del processo di Oslo e la loro dissoluzione nella pratica di Israele nella costruzione degli insediamenti, dei prigionieri politici, della sofferenza quotidiana delle generazioni e generazioni di palestinesi che hanno conosciuto le violenze dell’occupazione e non hanno mai gioito della libertà. E trova sempre la forza di scherzare e di essere ironico, di sorridere e giocare con i suoi carcerieri e con i giudici.
Termina il suo discorso Marwan, i giudici si alzano. Mentre i poliziotti lo portano via tutti noi ci alziamo e sentiamo le nostre voci dire “Marwan, siamo con te, stai bene” e le nostre mani lo applaudono. Fuori una giornalista israeliana mi chiede: “Pensa che sia sincero, che davvero voglia la pace?“. Sì le rispondo, penso che sia sincero, vuole la pace, nella libertà, fuori dall’occupazione militare israeliana. Telefono a Fadwa, sua moglie, è in piazza a Ramallah per l’anniversario della seconda Intifada: “L’ho visto, sta bene, la sua difesa è stata grande“.

