Rabawi, la città del futuro nascerà sotto occupazione
di Michele Giorgio
Bashar Masri costruirà il primo agglomerato palestinese dalla Guerra dei sei giorni. Nel progetto anche hotel e parchi-gioco. E se il boom dell’edilizia «made in Ramallah» servisse a «sistemare» i profughi?
La sede della «Massar» è in una bella villa con giardino, in un’area residenziale di Ramallah non lontano dal comando delle forze di occupazione israeliane di Bet El. È un giorno di riposo nel resto della città palestinese, ma qui gli impiegati vanno avanti e indietro con in mano documenti per l’amministratore e proprietario, Bashar Masri, arrivato in ufficio puntuale come sempre.
«La Massar – ci dice Masri accogliendoci nel suo elegante ufficio – è una holding impegnata su più fronti, dalle consulenze finanziare alle costruzioni, dal mercato azionario all’agricoltura». Nato e cresciuto a Nablus, membro di una famiglia che possiede una fetta consistente della ricchezza nazionale palestinese, cugino di Munib Masri (un imprenditore di fama mondiale), Bashar si è laureato in ingegneria chimica alla Virginia Tech e ha lavorato negli Stati Uniti e in Arabia Saudita per quasi venti anni. «Poi qualche anno fa – racconta – ho scoperto le potenzialità del settore edilizio nel mondo arabo e ho costruito in Marocco, Giordania ed Egitto decine di migliaia di case».
E visto che nei Territori occupati c’è un fabbisogno immenso di abitazioni (200mila secondo alcune fonti), la Massar ha fiutato l’affare, grazie anche, dice qualcuno, ai «preziosi» suggerimenti ricevuti dal primo ministro Salam Fayyad, punto di riferimento privilegiato dei grandi imprenditori palestinesi. «Se le cose andranno bene, entro il 2008 avvieremo la costruzione di Rabawi: sarà la prima città palestinese a vedere la luce in Cisgiordania dal 1967», spiega Masri con orgoglio, illustrandoci le bozze del progetto.
Rabawi sarà costruita dalla «Bayti», una delle tante componenti della Massar, e sarà una cittadina concepita per la borghesia palestinese: 5.000 appartamenti a circa 10 km da Ramallah, nei pressi dell’ateneo di Bir Zeit, dotati di un centro commerciale, banche, ristoranti, parchi-gioco per bambini, un ospedale, scuole, hotel e, assicura Masri, anche un cinema.
Le abitazioni, tra i 90 e i 170 metri quadrati, avranno un costo tra i 40mila e gli 70mila dollari, ampiamente accessibile alla classe media – professionisti, commercianti e funzionari pubblici e privati – che si concentra tra Ramallah e Nablus.
Occorreranno 300 milioni di dollari per completare Rabawi, ma ad investirli non sarà solo la Massar. Il progetto prevede l’intervento di partner stranieri e di istituzioni internazionali che dovranno provvedere alle infrastrutture: strade, rete idrica ed elettrica.
Rabawi ha peraltro ottenuto il via libera delle autorità di occupazione israeliane. «La città – precisa Masri – sorgerà per il 95% nella zona A della Cisgiordania (sotto controllo dell’Anp, ndr) ma Israele non si opporrà alla costruzione delle sue infrastrutture nella zona C (sotto controllo israeliano, ndr)». L’imprenditore palestinese riferisce che lo stesso ministro della difesa Ehud Barak ha dato la sua approvazione durante un incontro con Salam Fayyad e il Segretario di stato Usa Condoleezza Rice.
Un progetto benedetto da Israele, Anp e Usa, nello «spirito di Annapolis», ma sempre in linea con la politica di occupazione. La disponibilità di Barak si spiega anche con il fatto che Rabawi non vedrà la luce nell’area C, che rappresenta circa il 60% della Cisgiordania e dove si concentrano i 150 insediamenti ebraici (tutti illegali secondo la legge internazionale) e gli oltre 100 avamposti colonici (illegali anche per la legge israeliana), sul cui futuro grava un grosso punto interrogativo poiché Israele non nasconde le sue mire annessionistiche su questi territori palestinesi, già in parte delimitati dal muro di separazione.
L’area C della Cisgiordania è diventata «non edificabile» per gli «arabi» mentre Israele vi ha costruito tra il 2000 e il 2007 ben 18.472 case per coloni ebrei contro i 91 permessi edilizi concessi ai palestinesi, ha denunciato di recente Peace Now, lanciando l’allarme sul «transfer silenzioso» (la pulizia etnica) dei circa 70mila palestinesi che vivono nell’area sotto il pieno controllo militare israeliano.
Quest’anno sono anche aumentate le demolizioni di case palestinesi «abusive» nell’area C – 138 tra gennaio e marzo contro le 29 nello stesso periodo del 2007 – mentre procede a tutto vapore la costruzione di abitazioni negli insediamenti israeliani.
Sempre Peace Now ha riferito che da quando si è chiuso l’incontro di Annapolis, lo scorso novembre, il governo Olmert ha approvato la costruzione di 500 case nelle colonie in Cisgiordania e di altre 750 nella zona occupata (Est) di Gerusalemme e recenti indiscrezioni hanno rivelato che sono in progetto altri 1.400 appartamenti per coloni.
Nelle strade palestinesi Rabawi perciò non suscita solo speranze e interesse, ma anche qualche timore. Bashar Masri e i suoi collaboratori fanno leva sul nazionalismo, ma appaiono animati soprattutto dalla logica del profitto e già annunciano la costruzione di altre cittadine, tutte però nell’area A, stavolta per fasce più povere della popolazione. Peraltro non sembrano interessati ad insistere con Fayyad e soprattutto gli israeliani affinché i nuovi progetti edilizi vedano la luce nell’area C. «Rabawi è un test, un esperimento e se tutto andrà per il verso giusto costruiremo nuovi centri abitati vicino Jenin, Nablus, Hebron», assicura Masri mostrandoci gli articoli pubblicati da vari giornali sulla Massar.
E pian piano cresce anche il sospetto che l’imprenditore palestinese stia inconsapevolmente progettando cittadine che serviranno in futuro ad accogliere anche i profughi palestinesi della guerra del 1948 che vivono nei campi sparsi in vari paesi arabi e ai quali Israele non intende concedere il diritto al ritorno alle loro case e villaggi, oggi nello Stato ebraico, che pure è affermato dalla risoluzione 194 dell’Onu. In particolare per i 400mila profughi in Libano di cui il Paese dei Cedri esclude l’assorbimento e l’integrazione.
Un atteggiamento ben diverso da quello della Giordania, alleato di ferro di Washington e che ha ottimi rapporti con Israele, specie nelle politiche döi sicurezza. I palestinesi residenti nei campi profughi vicini ad Amman e altre due città giordane, Irbid e Zarqa, da alcune settimane fanno la fila per accedere ai finanziamenti messi a disposizione del progetto, da 7 miliardi di dollari (di provenienza internazionale), avviato dalla Housing and Urban Development Corporation, «per assicurare una casa alle fasce sociali più deboli». Ventimila appartamenti all’anno per un totale di 120mila, ufficialmente disponibili per tutti i giordani ma rivolto in realtà ai profughi palestinesi in possesso di passaporto del regno Hashemita (circa 1,6 milioni).
È in corso, lontano dagli obiettivi delle telecamere, una politica volta a mettere in soffitta la risoluzione 194 dell’Onu? «Stiamo cercando di capirlo – dice Ingrid Jaradat di “Badil”, una delle principali Ong palestinesi che sostengono i rifugiati del 1948 – quello che sappiamo per certo è che i palestinesi non rinunceranno ai loro diritti sanciti dalle risoluzioni internazionali e continueranno a chiedere di poter liberamente scegliere se tornare oppure no nella loro terra d’origine».

