Case all’asta anche in sinagoga, a Londra è febbre delle colonie
Corsa all’acquisto per i futuri settler illegali – Il sabotaggio alla pace parte anche dall’Europa
di Michele Giorgio -Gerusalemme
Lo stesso George W. Bush due giorni fa non si è potuto sottrarre all’obbligo di esortare Israele a congelare la costruzione delle colonie e smantellare le decine di avamposti selvaggi. Una sollecitazione alla quale Olmert ha dovuto rispondere «Obbedisco», anche per dare un contentino ai negoziatori palestinesi che nel frattempo stavano cedendo su tutta la linea. Ma le fanfare dell’incontro di Annapolis serviranno davvero a tirare il freno a mano alla colonizzazione ebraica?
Nulla indica che ciò avverrà realmente, peraltro in un momento in cui, come ha evidenziato una recente ricerca del movimento Peace now, la popolazione delle colonie ebraiche (oltre 250mila abitanti in Cisgiordania e almeno 200mila a Gerusalemme est), aumenta a un livello tre volte superiore rispetto a quella in Israele.
Ed è ben nota la posizione portata avanti da tutti i premier israeliani negli ultimi 15 anni, incluso il «martire della pace» Yitzhak Rabin, ovvero che le costruzioni negli insediamenti già esistenti non possono essere fermate perché coprono la «naturale crescita demografica». Così non sorprende che nonostante la loro totale illegalità per la legge internazionale, le abitazioni delle colonie ebraiche in Cisgiordania vengano messe in vendita in molti paesi. A cominciare dagli Stati Uniti, dove vanno a ruba, ma anche nella democratica Europa.
La stampa britannica ha riferito qualche giorno fa che ville e appartamenti delle colonie ebraiche rientrano nelle proposte di importanti agenzie immobiliari del Regno Unito. La Anglo-Saxon Real Estate, ad esempio, vende 67 abitazioni in edifici di nuova costruzione a Maale Adumim (30mila abitanti), il più grande degli insediamenti ebraici a est di Gerusalemme, al centro di progetti imponenti nella cosiddetta zona «E1» dove verranno costruite migliaia di abitazioni e strade che taglieranno in due la Cisgiordania e lo staterello palestinese magnificato ad Annapolis.
A promuovere nel Regno Unito vendite a prezzi contenuti delle case nelle colonie ebraiche, è Gavin Gross, responsabile delle pubbliche relazioni per la Federazione sionista che, con una certa soddisfazione, ha notato che l’acquisto di abitazioni negli insediamenti «genera controversie in Israele ma non a Londra» e precisato che la Anglo-Saxon è solo una delle tante agenzie immobiliari britanniche che si sono rese disponibili. Un mese fa diverse abitazioni sono state vendute anche a un’asta organizzata dalla agenzia Beyt BeYisrael che si è tenuta alla sinagoga di Finchley, vicino Londra.
Un manifesto all’ingresso della sala esortava i potenziali acquirenti a «rafforzare il futuro di Israele». I visitatori hanno ricevuto una guida dettagliata, «The Key to Israel», contenente una cartina della Cisgiordania priva della Linea verde, tra Israele e Territori occupati, e dove nomi biblici erano scritti accanto a centri abitati e località palestinesi. Star della giornata è stata la «Yair Building Corporation and Digital Investments and Holdings» che vende appartamenti a Nof Zion.
Ai presenti sono stati illustrati gli «ottimi» acquisti fatti qualche tempo prima da cittadini britannici a Maale Adumim, Har Homa e Beitar Illit. La Beyt BeYisrael ha organizzato vendite di ville degli insediamenti anche in Belgio. Tutto ciò mentre, negli stessi giorni, Kim Howells, ministro per gli affari esteri e del Commonwealth, in una risposta ad un’interrogazione parlamentare, descriveva la colonizzazione israeliana della Cisgiordania un «ostacolo alla pace».
«Siamo preoccupati per le notizie sulle costruzioni negli insediamenti che stanno circondando Gerusalemme est (la parte araba della città occupata nel 1967) e interrompendo l’omogeneità del territorio palestinese», aveva detto con tono allarmato. Bisogna costruire la pace e creare le basi della convivenza, hanno spiegato i protagonisti di Annapolis. E quando si tratta del bene supremo della pace non può mancare il contributo della «colomba» Ehud Barak, leader laburista e ministro della difesa.
Una settimana fa, durante una riunione di governo riferita dal quotidiano Yediot Ahronot, ha dato una mano al successo del negoziato bilaterale con i palestinesi, affermando di «rispettare ed ammirare i coloni nei Territori (occupati), inclusi quelli che vivono negli avamposti illegali…dobbiamo darci da fare per aiutarli nelle loro necessità quotidiane».
«È impossibile fermare le costruzioni negli insediamenti – ha aggiunto Barak -: migliaia di appartamenti sono già stati venduti e non sarò certo io a costringere i coloni a vivere come sardine nei blocchi di insediamenti (già esistenti, ndr)». Parole che, ha commentato il giornale, ricordano i discorsi del ministro di estrema destra Avigdor Lieberman. Eppure, nonostante la centralità della questione degli insediamenti colonici, Abu Mazen non alza la voce.
Un atteggiamento che non è sfuggito persino alla stampa israeliana. L’Anp, ha scritto Ha’aretz, sugli insediamenti già in partenza aveva accettato di inserire nella bozza della dichiarazione congiunta, testi contenuti in accordi precedenti, che non hanno impedito di allargare le colonie esistenti.
E infatti da Annapolis non è venuta fuori una richiesta esplicita di congelamento della colonizzazione e della fine delle confische dei terreni, della costruzione di un doppio sistema di strade (per i coloni e per i palestinesi) e della rimozione dei blocchi stradali. Con negoziatori dell’Anp così attenti e «colombe» tanto impegnate per la pace come Barak, i palestinesi possono stare tranquilli.

