Chi è Ariel Sharon? Un killer di professione

Una biografia che non tutti conoscono…

Ariel Sharon, la cui incursione del 28 settembre 2000 sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme, con almeno 1.000 soldati e ufficiali armati, scatenando l’inizio dell’attuale crisi che ha finora condotto alla morte diverse centinaia di palestinesi ed al ferimento di almeno altri 15.000, è stato eletto Primo Ministro di Israele con una schiacciante maggioranza. Allora, rivolgendosi ai suoi sostenitori, dichiarò: “Il paese ha intrapreso un nuovo cammino, un cammino di pace e di unità interna ed ha assunto un impegno per una pace autentica con gli arabi“. Ed invitò il Partito Laburista ad entrare nel suo governo “in un’autentica alleanza per la sicurezza e la pace“.

L’appello alla ‘pace’ di Sharon, da molti descritto come un brutale guerrafondaio, responsabile della morte di decine di migliaia di civili palestinesi e libanesi, può apparire ironico!
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La biografia

Ariel Shneirman, poi Ariel Sharon, “Arik” per i suoi sostenitori, è nato il 27 settembre 1928 da una famiglia d’immigrati russi e ha trascorso tutta la sua vita nell’esercito israeliano, sino a raggiungere il grado di generale, trampolino di lancio, come spesso accade in Israele, per la sua tristemente brillante carriera politica.

In realtà per Sharon la politica è sempre stata una politica armata, una politica di colpi di mano che poggia sulla bruta forza militare. Una politica di blitz, di eccidi e di fatti compiuti, che si è inserita nella consolidata tradizione del movimento sionista e che ha sempre approfittato al massimo delle complicità di cui ha sempre goduto Israele a livello internazionale. A cominciare dagli Stati Uniti, dove Sharon può contare sul sostegno di importanti e potenti settori delle lobby filo-israeliane.

In questo senso Ariel Sharon non è mai stato, in realtà, un isolato, ma piuttosto un uomo di confine, prodotto delle spinte più aggressive, brutali e razziste presenti e spesso egemoni nel paese. Da questo punto di vista egli rappresenta l’ultima, pericolosissima illusione alla quale si affidano i suoi concittadini di fronte alla scoperta che la Palestina non è “una terra senza popolo per un popolo senza terra” e che, prima o poi, Israele dovrà ritirarsi almeno da quel misero 23% della Palestina, costituito dai Territori Occupati.

Da giovane Sharon intraprese la carriera militare, partecipando ai combattimenti di Israeli Haganah, alla testa di unità speciali specializzate in raids oltre le linee nemiche per costringere i palestinesi ad una fuga di massa dalle loro case.

Nell’agosto del 1953 diresse la neonata ed ‘infame Unità 101, che si macchiò di una serie di spedizioni del terrore lungo il confine israeliano e nei campi profughi, nei villaggi e negli accampamenti beduini.

Nello settembre dello stesso anno guidò personalmente l’Unità 101 in un attacco contro i beduini nella zona smilitarizzata di Al Auja (una giuntura di 145 km quadrati alla frontiera occidentale di Negev-Sinai), uccidendo un numero imprecisato di persone.
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1953: il massacro a Qibiya

Il 14 ottobre 1953, Sharon guida ancora l’Unità 101 in un attacco al villaggio di Qibiya in Giordania (oggi villaggio palestinese vicino a Qalqilya nei Territori Occupati – fino al ’67 la Cisgiordania era sotto la sovranità della Giordania). Lo storico israeliano Avi Shlaim ha scritto su questo massacro “l’ordine di Sharon era di entrare a Qibiya, demolire le case e infliggere pesanti perdite ai suoi abitanti. Il suo successo nell’esecuzione di quell’ordine oltrepassò ogni aspettativa“. L’intera e macabra storia di quello che è accaduto a Qibiya fu rivelata solo la mattina successiva all’attacco. Il villaggio era stato ridotto a macerie, quarantacinque case erano state demolite e 69 civili uccisi, due terzi dei quali donne e bambini. Sharon e i suoi uomini affermarono che essi credevano che tutti gli abitanti fossero andati via e che non avevano la minima idea che qualcuno potesse essere rimasto nascosto nelle case.

L’osservatore delle Nazioni Unite che ispezionò la scena, giunse ad una differente conclusione: “veniva raccontata continuamente la stessa storia: la porta scheggiata dai proiettili, il corpo disteso sulla sogli, a indicare che gli abitanti erano stati costretti a restare dentro mentre le loro case venivano fatte saltare in aria con loro dentro“.

Il 18 ottobre 1953 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti rilasciò un comunicato esprimendo “il più profondo cordoglio alle famiglie di coloro che hanno perso la vita” a Qibiya, e sostenendo che “i responsabili avrebbero dovuto rendere conto e che bisognava prendere misure efficaci per evitare tali incidenti nel futuro” [Bollettino del Dipartimento di Stato, 26 Ott., 1953, p. 552].

Il 20 ottobre 1953, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite decise all’unanimità di esaminare le recenti violazioni degli Accordi sull’Armistizio Generale e in particolare sull’attacco a Qibiya. Il General Maggiore Vagn Bennike, capo del personale dell’Organizzazione per la Supervisione della Tregua delle NU, dichiarò che il 15 ottobre una commissione d’inchiesta delle NU era partita per Qibiya, dove l’Acting Chairman della Commissione Mista per l’Armistizio aveva trovato fra i 30 e i 40 edifici completamente distrutti. Quando l’Acting Chairman lasciò Qibiya, erano stati estratti 27 corpi dalle macerie. La Risoluzione 101 del Consiglio di Sicurezza delle NU, adottata il 24 novembre 1953 (con l’astensione di Libano e USSR), considerò l’attacco a Qibiya una violazione delle clausole del cessate il fuoco della Risoluzione 54 del Servizio di Sicurezza delle NU (1948) e in contrasto con gli obblighi delle parti secondo l’Accordo di Armistizio Generale tra Israele e Giordania e la Carta delle NU, ed espresse “la più profonda censura all’azione“.
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1955: vendetta contro i beduini

Sharon fu censurato per aver dato supporto logistico a giovani israeliani che attuavano casuali sanguinose azioni di vendetta contro i beduini in risposta agli attacchi arabi contro gli insediamenti israeliani.
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1956: crisi di Suez

Durante la crisi di Suez del 1956 Sharon, all’epoca comandante di una brigata di paracadutisti, inviò truppe di parà nel Mitala Pass nel Deserto del Sinai. Quattro fra i suoi ufficiali più giovani l’accusarono di aver mandato uomini a morire solo per la sua gloria; il comandante perse i favori di Moshe Dayan e venne sospeso per motivi disciplinari.
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1971: la “pacificazione” di Gaza

Sotto il titolo eufemistico di “Pacificazione di Gaza“, Sharon impose una brutale politica di repressione, facendo esplodere case, spianando al suolo ampi tratti di campi profughi, imponendo severe punizioni collettive e imprigionando centinaia di giovani palestinesi. Molti civili vennero uccisi o ingiustamente imprigionati, le loro case demolite e l’intera area trasformata, di fatto, in una prigione…
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1972 – 1981

Nel 1972 Sharon diede le dimissioni dall’esercito, ma dopo aver contribuito a formare il Partito Likud nel 1973, venne nuovamente chiamato alle armi allo scoppio della guerra dell’ottobre 1973, durante la quale guidò un’incursione oltre il Canale di Suez, oltre le linee egiziane.

A dicembre venne eletto nel Knesset, ma rassegnò le dimissioni l’anno successivo.

Nel 1977 il partito Likud vince le elezioni politiche sotto Begin. Sharon partecipa al primo governo di Begin come Ministro dell’Agricoltura responsabile degli insediamenti: si distingue come fanatico sostenitore del movimento religioso Gush Emunim e come uno dei principali artefici del boom degli insediamenti, finalizzato in parte a prevenire la costituzione di uno stato palestinese nei Territori Occupati.

Nel giugno 1981 la campagna di colonizzazione fu uno dei cardini della rielezione del Likud e a Sharon venne attribuito il merito di un veloce e permanente progresso grazie alla capillare presenza israeliana nella West Bank. A questo punto Begin lo nominò Ministro della Difesa.
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1982: “Pace in Galilea

Come Ministro della Difesa Sharon fu il principale architetto dell’invasione israeliana in Libano nel 1982, che ribattezzò “Pace in Galilea“: un’operazione che causò la morte di molte migliaia di civili e creò quasi mezzo milione di senzatetto.

Il 5 giugno 1982 inviò decine di migliaia di soldati israeliani oltre il confine per aprirsi la strada con le armi fino alla costa libanese. Alla fine Beirut fu occupata e pesanti bombardamenti aerei, da mare a da terra, devastarono buona parte del Libano.

Alla fine di luglio il governo libanese affermò che almeno 14.000 persone erano state uccise ­ oltre il 90% dei quali erano civili disarmati ­ e oltre il doppio gravemente feriti.

Il 12 agosto restò famoso come il Giovedì Nero dopo che un massiccio bombardamento dell’artiglieria israeliana durato circa 11 ore uccise circa 500 civili libanesi e palestinesi.

Dopo tre mesi di guerra, l’inviato statunitense Philip Habib facilitò l’accordo secondo il quale l’OLP avrebbe evacuato da Beirut i suoi combattenti a condizione di una protezione internazionale dei civili palestinesi e libanesi nella regione e a patto che Israele non entrasse a Beirut. Tuttavia, due giorni dopo il ritiro delle forze di protezione, Sharon iniziò una ulteriore avanzata verso Beirut, assediando i campi lungo la strada.

Il 15 settembre 1982 l’esercito israeliano invase Beirut e Ariel Sharon dichiarò che era stato necessario per allontanare circa 2.000 combattenti palestinesi rimasti in città. Sharon affidò il compito di epurare i campi alla Falange (una forza libanese armata direttamente da Israele sin dai tempi della guerra civile libanese nel 1975).
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16-17-18 settembre 1982: Sabra e Chatila

Il massacro dei campi profughi di Shabra e Chatila ebbe luogo tra le 18 del 16 settembre 1982 e le 8 del 18 settembre, in un’area sotto il controllo delle Forze della Difesa Israeliana (IDF).Coloro che misero in atto la strage furono membri della Milizia Falangista (Katàeb, in arabo), la forza libanese che era armata e stretta alleata di Israele fin dall’inizio della guerra civile libanese nel 1975. Le truppe di Sharon, dopo aver tenuto i due campi profughi sotto assedio, permisero ai falangisti di entrarvi. Fari israeliani illuminavano i campi, mentre l’esercito israeliano osservava coi binocoli le squadre della morte dilagare liberamente nei campi. Famiglie intere vennero trucidate, molti vennero stuprati e torturati prima di essere uccisi.Le vittime durante le 62 ore della crudele scorribanda furono neonati, bambini, donne (incluse donne gravide) e anziani [oltre 3.600 - vedi anche la pagina web: http://www.ummah.org.uk/unity/sabra/main.html ]. Così tanti corpi vennero ammassati sui camion e portati via, o sepolti in fosse comuni, che il numero totale delle vittime non si saprà mai. Fonti palestinesi danno una stima di almeno 2.000 vittime.

Per citare solo uno dei testimoni oculari degli eventi, il giornalista Thomas Friedman del New York Times: “Per la maggior parte vidi gruppi di giovani ventenni e trentenni che erano stati allineati lungo i muri, legati mani e piedi, e falciati secondo lo stile dei gangster dai colpi delle mitragliatrici“.

In seguito all’indignazione internazionale, Israele costituì una commissione d’inchiesta ufficiale guidata dal capo della Corte Suprema Giudice Yitzhak Kahan. La commissione, rendendo noti i risultati delle proprie indagini (esclusa l’Appendice B, che è rimasta segreta fino ad oggi con un Final Report della Commissione d’Inchiesta sui Fatti nei Campi Rifugiati a Beirut, 7 febbraio 1983) dichiarò Sharon indirettamente responsabile dei massacri di Shabra e Chatila e lo costrinse a dare le dimissioni da Ministro della Difesa.

La Commissione Kahan accertò che Ariel Sharon, fra gli altri (israeliani), aveva delle responsabilità per il massacro. La commissione affermò, nella parte che lo riguardava: “È nostra opinione che è responsabilità del Ministro della difesa aver trattato con noncuranza il pericolo di azioni di vendetta e di massacri da parte dei falangisti contro la popolazione dei campi profughi e di aver fallito nel considerare questo pericolo quando ha permesso ai falangisti di entrare nei campi. È impossibile giustificare l’indifferenza del Ministro della Difesa rispetto al pericolo di un massacro inoltre, il Ministro della Difesa possedeva anche speciali rapporti dai suoi non certo irrilevanti incontri con i capi falangisti. Il senso di un tale pericolo avrebbe dovuto risiedere nella coscienza di ogni persona di buon senso vicina a questo problema. Era dovere del Ministro della Difesa prendere in seria considerazione la possibilità che i falangisti commettessero atrocità e che era necessario prevenire tale eventualità come obbligo umanitario. Questi errori grossolani costituiscono l’inadempimento di un preciso dovere a carico del Ministro della Difesa. Riguardo alla [sua] responsabilità, è sufficiente affermare che egli non impartì alcun ordine all’IDF (Forze della Difesa Israeliana) perché adottassero misure idonee. Analogamente, nei suoi incontri con i leader falangisti, non fece alcun tentativo per far loro presente quanto fosse grave il pericolo che i loro uomini commettessero massacri. Poiché è apparso chiaro che il Ministro della Difesa non poteva esercitare una reale supervisione sulle forze falangiste che entrarono nei campi con l’assenso dell’IDF, il suo dovere avrebbe dovuto essere quello di prevenirne l’entrata. L’utilità dell’entrata dei falangisti nei campi era del tutto sproporzionata rispetto al danno che avrebbe potuto provocare la loro entrata se fosse stata priva di controllo…

La Commissione quindi dichiarò: “Dobbiamo rimarcare che è evidentemente imbarazzante il fatto che il Ministro della Difesa ha tenuto segreto al Primo Ministro [Menachem Rabin] la decisione di consentire ai falangisti di entrare nei campi. Va imputata al Ministro della Difesa la responsabilità di aver trascurato il pericolo di atti di vendetta e spargimenti di sangue da parte dei falangisti contro la popolazione dei campi profughi e di non aver tenuto conto di questo pericolo quando decise di far entrare i falangisti nei campi. In aggiunta, va imputata al Ministro della Difesa la responsabilità di non aver ordinato appropriate misure per prevenire o ridurre il pericolo di massacri come condizione per l’entrata dei falangisti nei campi. Tali errori costituiscono il mancato adempimento di un obbligo per il quale il Ministro della Difesa è stato posto sotto accusa“.

Le autorità israeliane e la comunità internazionale devono assumersi le proprie responsabilità, investigare accuratamente e procedere contro Ariel Sharon per il suo coinvolgimento in questi massacri o in altri crimini, poiché l’articolo 146 della IV Convenzione di Ginevra del 1949 afferma che l’Alta parte Contraente “avrà l’obbligo di perseguire persone accusate di aver commesso, o di aver ordinato che fossero commesse” gravi violazioni alla Convenzione e “condurrà tali persone, a prescindere dalla loro nazionalità, a risponderne di fronte ai propri tribunali. L’articolo 147 della Convenzione afferma che le gravi violazioni citate nell’Articolo 146 includono l’omicidio volontario, la tortura o il trattamento inumano, compreso il causare deliberatamente grandi sofferenze o serie ferite al corpo o alla salute, la deportazione illegale o il trasferimento o il confinamento illegale di una persona protetta o la deliberata sottrazione ad una persona protetta dei diritti di un giusto e regolare processo prescritto dalla presente Convenzione; il prendere ostaggi e la distruzione di massa e l’appropriazione di proprietà, non giustificata da necessità militari e realizzata illegalmente“.

2002

Sharon è responsabile dell’operazione Muraglia di Difesa e del massacro di Jenin (aprile 2002)

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