Il problema è ancora il sionismo
di Ghada Karmi *
Per coloro che hanno dimenticato o non hanno mai compreso cosa sia il sionismo, due rimarchevoli articoli da poco pubblicati saranno salutari. Il primo è un’intervista allo storico israeliano Benny Morris, apparso il 4 gennaio scorso su Hàaretz ed il secondo è un articolo di Morris pubblicato sull’edizione del Guardian di Londra del 14 gennaio. In entrambi gli articoli, Morris spiega, con candore agghiacciante, cosa comportava la realizzazione del progetto sionista.
Pochi sionisti, al di fuori della cerchia degli estremisti di destra del Likud, avrebbero il coraggio di essere così brutalmente onesti e Benny Morris si definisce un “sionista di sinistra“. Più significativamente, egli fu il primo ad esporre le vere circostanze della creazione di Israele, demolendone i falsi miti. Usando i documenti declassificati dell’archivio di stato israeliano per un suo testo di ricerca sul problema dei profughi palestinesi – pubblicato nel 1987 – fu considerato un coraggioso “storico revisionista“. Il suo lavoro suggerì a molti che, avendo conosciuto i veri fatti di prima mano, egli sarebbe stato più che simpatetico verso i palestinesi.
Negli ultimi anni, tuttavia, ha cominciato ad esporre concezioni sempre più estremiste, come se fosse pentito del fatto di avere esposto senza filtri la selvaggia realtà della creazione di Israele. Questo cambiamento è culminato nelle ultime esternazioni sulla natura del sionismo. Nonostante esse siano sgradevoli, dobbiamo tuttavia ringraziarlo per aver espresso in maniera così schietta ciò che tutti i sionisti, per quanto “liberali“, pensano ma non dicono.
Ci fu un tempo in cui gli arabi compresero che il sionismo era la causa basilare del conflitto israelo-palestinese. Dagli anni ’20 in poi, i palestinesi, essendo i veri obiettivi, temettero che il sionismo avrebbe preso possesso della loro terra. Cercarono di opporsi, ma non ci riuscirono ed il progetto sionista prese piede. Mentre ciò avveniva, gli altri arabi entrarono nel conflitto ed era abituale che gli israeliani venissero chiamati semplicemente “sionisti” ed Israele “l’entità sionista“.
La gente scrisse trattati, articoli e libri sul sionismo ed esso veniva percepito come una questione di “bianco e nero“. Ma, dopo la guerra del 1967, apparve una nuova ambiguità. La Risoluzione 242, accettata dagli stati arabi, introdusse l’idea che il nocciolo della questione fosse l’occupazione israeliana dei territori post-1967, senza alcun riferimento a ciò che era accaduto prima. Questo pose le basi per tutti i successivi piani di pace arabo-israeliani, che puntavano ad un ritiro israeliano da quei territori in cambio del riconoscimento arabo.
La prima applicazione di successo di questo principio fu l’Accordo di Camp David del 1979, che negoziava il ritiro israeliano dai territori egiziani occupati nel 1967 in cambio di un trattato di pace. Nel periodo della Conferenza di pace di Madrid, nel 1991, fu instaurata con fermezza la formula post-1967 “terra in cambio di pace“. Madrid coinvolgeva solo gli stati arabi che erano in prima linea, ma nella proposta di pace saudita del marzo 2002, l’offerta divenne ancora più allettante: ritiro israeliano da tutti i territori arabi occupati nel 1967 in cambio della normalizzazione delle relazioni con l’intero mondo arabo.
Nel frattempo, la percezione araba di Israele come corpo illegittimo impiantato a forza nella regione dal colonialismo e la cui ideologia, il sionismo, inevitabilmente significava aggressione ed espansione ai danni del mondo arabo, scivolò tranquillamente nel dimenticatoio. Ora il problema era solo l’occupazione israeliana post-1967 e, una volta rettificato, l’integrazione di Israele nell’area avrebbe potuto procedere.
I palestinesi avevano una visione più chiara del sionismo. Nel 1969, l’OLP propose la visione di un unico stato democratico che avrebbe potuto sostituire Israele, dando uguali diritti a tutti i suoi cittadini, musulmani, cristiani ed ebrei. Si trattava di una sfida diretta all’idea di uno stato esclusivista ebraico, ma, cosa più importante, si trattava di un rifiuto ad accettare il furto sionista della Palestina del 1948. Tuttavia, l’imponente squilibrio tra le parti costrinse l’OLP a modificare la sua visione e, nel 1974, fu presa la decisione di accontentarsi di molto meno.
La soluzione dei due stati nacque nel 1988, e l’OLP riconobbe formalmente Israele entro le frontiere del 1948. Nel 1993, l’OLP firmò gli Accordi di Oslo, che, infine, legittimarono il sionismo. I termini dell’Accordo escludevano ogni discussione sull’Israele del 1948, relegando i negoziati ai territori occupati nel 1967. E, accettando questi termini, l’OLP marcò la sua accettazione della pretesa originale sionista alla Palestina.
Questo processo ha trovato la sua apoteosi nei recenti Accordi di Ginevra, che impongono ai palestinesi di riconoscere Israele come “stato ebraico“. Non potrebbe essere immaginato un più grande voltafaccia nella storia.
Insieme a questo mutamento di attitudine, vi fu una sorta di flirt tra gli arabi ed il sionismo. Dopo il trattato di pace egiziano/israeliano, furono messe in atto un certo numero di attività ed iniziative arabo/israeliane. Queste si rispecchiarono in occidente durante gli anni ’80, in cui furono fondati diversi “gruppi di dialogo” e divenne seducente rompere i tabù tradizionali. Gli scambi tra accademici e studiosi arabi ed israeliani divennero comuni e, dopo gli accordi di Oslo, furono iniziati persino progetti congiunti israelo/palestinesi.
Iniziarono contatti tra diversi stati arabi ed Israele, ufficiali o segreti. Persino gli stati arabi fautori di una linea dura, come la Siria e la Libia, cominciarono ad aprirsi verso Israele. La maggioranza di queste iniziative coinvolgevano però sempre sionisti “liberali“, mai la piccola ed emarginata minoranza di ebrei anti-sionisti. Era come se la vecchia antipatia verso il sionismo, causa della tragedia palestinese e dello scompiglio in Medio Oriente, fosse stata dimenticata. Come la terminologia marxista nell’occidente di oggi, così la retorica anti-sionista prevalente tra gli arabi sembrò dissolversi e molti credettero che i sionisti fossero davvero persone con cui poter stabilire contatti reali.
A questo punto, le rivelazioni di Benny Morris sono come uno schiaffo in faccia. Ci ricorda che Israele fu creato mediante espulsioni, stupri e massacri. Le sue più recenti ricerche, citate nella nuova edizione del suo “La nascita del problema dei profughi palestinesi“, ne forniscono le prove documentate. Lo stato ebraico non avrebbe mai visto la luce senza pulizia etnica e, asserisce, ce ne sarà ancora bisogno, in futuro, per assicurarne la sopravvivenza. Per l’imposizione ed il mantenimento d’Israele è stata sempre essenziale la forza, spiega; l’ostilità dei nativi verso il progetto era inevitabile sin dall’inizio e doveva essere contrastata da una potenza schiacciante. I palestinesi rappresenteranno sempre una minaccia, dunque vanno controllati e “chiusi in gabbia” (come sta accadendo con il Muro in Cisgiordania).
Morris riconosce che il progetto dello stato ebraico è un’idea impossibile e che, logicamente, non avrebbe mai dovuto essere realizzata. Nondimeno, ne valeva la pena, poiché si trattava di un progetto morale giustificato, nonostante i danni causati, dall’assoluto bisogno di una soluzione al problema ebraico. In ogni caso, gli arabi “hanno una cultura tribale“, dice, “senza inibizioni morali” e “capiscono solo la forza“. I musulmani non sono migliori. “C’è un profondo problema, nell’Islam … per cui la vita umana non ha lo stesso valore che in occidente, ed in cui libertà, democrazia e creatività sono concetti alieni“.
Queste affermazioni catturano l’essenza del sionismo: che uno stato ebraico non avrebbe mai potuto essere creato senza forza, coercizione e pulizia etnica; che la sua sopravvivenza dipende da un grado superiore di violenza che schiacci ogni opposizione; che il sionismo era ispirato dalla convinzione di una giustizia morale che pone gli ebrei al di sopra degli altri; e che, a causa di ciò, tutto era strumentale alla realizzazione dei suoi fini. Morris si dispiace delle sofferenze palestinesi, ma le considera necessarie al perseguimento di “un bene più grande“. “Il diritto dei profughi a tornare nelle loro case sembra naturale e giusto“, dice, “ma esso deve essere messo sul piatto della bilancia insieme al diritto alla vita ed al benessere dei cinque milioni di ebrei che vivono attualmente in Israele“.
Dunque, Morris dimostra eloquentemente perché il sionismo sia un’ideologia pericolosa: alle sue radici vi è la convinzione di una giustezza morale che giustifica qualsiasi atto ritenuto necessario a preservare la purezza etnica dello stato ebraico. Se ciò significa armi nucleari, forza militare massiccia, alleanze con regimi sgradevoli, furto e manipolazione delle risorse altrui, aggressione ed occupazione, la distruzione dei palestinesi e di qualsiasi altra forma di resistenza, per quanto inumani, ben vengano. L’ideologia sionista non ha perso la sua forza, ed è profondamente impiantata nell’intimo di molti ebrei siano essi israeliani o no. Nessun arabo dovrebbe credere che si tratti di un’ideologia morta, non importa quanto alla moda possano sembrare i discorsi sul “post-sionismo” o sul “sionismo culturale“.
A nessuna regione al mondo si poteva chiedere di dare ospitalità a questa ideologia, tranne che allo sprovveduto ed arretrato mondo arabo. È probabilmente un segno di questa inadeguatezza il fatto che taluni arabi – governi e popolazione – credano che sia possibile un accomodamento con il sionismo.
Abbiamo un debito di gratitudine con Benny Morris per averli disingannati. Il progetto sionista non ha un futuro a lungo termine: il fatto che sia arrivato così lontano è rimarchevole ma non è una garanzia di sopravvivenza. Come ha dichiarato lui stesso: “La fine di questo processo potrebbe essere l’implosione“.
* La dott.sa Ghada Karmi è presidentessa dell’Associazione delle Comunità Palestinesi in Gran Bretagna. È nata a Gerusalemme, nel quartiere benestante di Qatamon, ma la sua famiglia fu costretta a riparare altrove nel 1948, dopo l’occupazione israeliana. La famiglia Karmi si trasferì in Inghilterra. Laureata in Medicina all’Università di Bristol, è politicamente attiva sin dal 1972, quando fondò la prima organizzazione politica palestinese in Gran Bretagna. Ghada Karmi è accademica e ricercatrice e scrive frequentemente sulla questione palestinese, apparendo spesso sui media arabi e britannici. È anche a capo della Campagna Internazionale per Gerusalemme. Nel 2002, ha pubblicato la sua autobiografia: “In Search of Fatima”.
[articolo uscito in lingua inglese il 27 febbraio 2004 su Media Monitors Network - traduzione a cura di www.arabcomint.com dal sito web Palestine Chronicle]

