La diaspora (volontaria) di Israele
Insicurezza e crisi economica stanno provocando l’emigrazione degli ebrei
Per molti è un ritorno verso i paesi da dove erano partiti verso la terra promessa: si torna in Europa, persino nell’ex URSS. Per altri, una partenza verso nuovi lidi, Canada, Usa. E gli yordim non sono più “traditori”
di Camilla Lai Ortolan
L’ultima diaspora del popolo ebraico parte dalla terra promessa. E l’esodo, stavolta, è volontario. Secondo il Cbs, l’Ufficio centrale di statistica di Tel Aviv, nel 2001 – l’ultimo anno con i dati analizzati finora – si è registrato il più alto numero di israeliani emigrati all’estero dal 1961. Sagit Uzan, del dipartimento della popolazione al Cbs, afferma che “il numero di cittadini israeliani che richiedono visti per l’estero è in continua crescita“. “Non si può sapere con precisione quante persone stiano lasciando il paese“, sostiene Moshe Lissak, docente di sociologia all’Università ebraica di Gerusalemme, “perché le statistiche del governo si basano sul fatto che la gente abbia o meno fatto ritorno in Israele nell’ultimo anno. In altre parole, se non si rientra in patria entro 12 mesi, si viene spostati nella categoria emigrati“. Cosa che non necessariamente corrisponde al vero. “C’è chi non può tornare, magari studenti che non hanno soldi; e chi invece viene in visita spesso durante l’anno ma non vive più nel paese“, spiega Lissak. E aggiunge: “L’unica cosa certa è che sempre più israeliani stanno lasciando questa terra“.
Parte chi nel paese è arrivato da poco. Parte la classe media, la più colpita dalla crisi economica e dal crollo del settore tecnologico. “Ma se ne stanno andando anche la seconda e la terza generazione di israeliani“, dice Lissak. “Partono anche i figli del kibbutzim. Gente di ogni ceto sociale e credo politico“.
Crescita esponenziale
Negli ultimi tre anni e mezzo, che coincidono con l’inizio dell’Intifada al Aqsa, il 20 settembre del 2000, il numero di israeliani che ha fatto richiesta di visto per gli Stati Uniti è raddoppiato. Dall’ambasciata USA a Tel Aviv confermano la crescita esponenziale dei visti per gli USA: 1752 concessi nel 2000, 1875 nel 2001, 1900 nel 2002 e 1600 per il primo semestre del 2003. I visti, spiegano, vengono concessi per ricongiungimenti familiari o motivi di lavoro. “La crisi economica degli ultimi anni, soprattutto nel settore teconologico, ha sicuramente influito“, sostiene una fonte anonima dell’ambasciata. “Ma si sente dire sempre più spesso che la gente è stufa e vuole altro, per la vita di tutti i giorni e per il futuro“.
“Gli israeliani stanno cercando una via d’uscita casomai le cose peggiorassero“, afferma Michael Shalev, un altro sociologo all’Università ebraica. E aggiunge, quasi tra sé: “…come se potessero peggiorare“. Perché? “È una combinazione di fattori: crisi politica, economica, la questione della sicurezza“, spiega Shalev. “È difficile, se non impossibile“, continua, “separare la situazione economica da quella politica e decidere cosa pesi di più nella scelta di lasciare il paese“.
“Ogni persona ha la sua storia“, dice Lissak. “C’è chi parte per ragioni economiche: la Silicon Valley in California è il paradiso dei trentenni israeliani, esperti di alta tecnologia. Il mercato israeliano, dicono, è troppo piccolo e instabile, per la guerra e la sicurezza. Ma anche i ceti più bassi partono alla ricerca di un lavoro. Altri ancora dicono di non sopportare più la burocrazia, la mancanza di sicurezza, le continue guerre. I giovani riservisti ne hanno abbastanza dell’esercito“.
Che l’economia israeliana sia in crisi non è una notizia: in due anni l’inflazione è passata dallo 0 al 7% e la disoccupazione, al 10%, pone Israele al quart’ultimo posto su 27 paesi occidentali. Ma un segnale di allarme più grave della crisi economica lo aveva lanciato, alla vigilia di Rosh Hashanah, nell’autunno scorso, il quotidiano Yedioth Aharonot: il 72% dei cittadini israeliani non crede che i giovani abbiano un futuro in Israele.
Così, i giornali in lingua ebraica pubblicano sempre più spesso inserzioni di associazioni legali che aiutano a trasferire capitali all’estero, vendere le proprietà, richiedere il permesso di soggiorno. O che aiutano i più giovani senza borsa di studio per il college a trovare lavori negli USA pagati 5 dollari l’ora. Poco, ma almeno una prima speranza di rimanere. Su www.oznik.com c’è un vademecum, in ebraico, per chi si trasferisce a New York: cosa fare prima di partire e una volta arrivati.
L’assoluta novità rispetto a precedenti periodi di crisi è che stavolta partono anche i nipoti dei pionieri che nel ’48 arrivarono da ogni dove per fondare lo stato ebraico. “Sono cresciuto con i miei nonni che mi insegnavano: nessuno ci caccerà più, non da qui“, ricorda Joshua, 39 anni. La generazione che nemmeno nei periodi più difficili ha mollato. Nemmeno nel ’66, quando la crisi economica raggiunse dati allarmanti o quando all’inizio del ’67 la disoccupazione aveva toccato il 12%. Solo qualche mese prima della guerra, l’ultima goccia. “Allora si vociferava ci fossero partenze in massa“, ricorda Michael, che vive in Israele da trent’anni. “Si diceva che all’aeroporto di Ben Gurion ci fosse un biglietto: L’ultimo spenga la luce“.
In ebraico yordim vuol dire “coloro che discendono“; e in opposizione a oolim, “coloro che ascendono” – sulla collina di Gerusalemme, acquisendo la cittadinanza israeliana – connota un senso di tradimento. Yordim venivano chiamati coloro che partivano negli anni ’60. Ai tempi di Rabin li si chiamava più semplicemente codardi. Negli anni ’70 perdenti.
“Adesso invece anche i più anziani dimostrano apertura e c’è solo invidia per chi riesce ad andarsene“, dice Zac, emigrato negli USA tre anni e mezzo fa. Ormai, insomma, i nonni esortano i nipoti a farsi una vita all’estero. Complice il fatto che anche per loro, 640mila israeliani con più di 65 anni, la vita è ogni giorno più difficile. In un recente rapporto dell’Istituto Brookdale e consegnato a febbraio a Moshe Katzav, presidente israeliano, si legge che il 20% degli anziani sceglie ogni giorno se far la spesa o andare in farmacia. Molti degli intervistati hanno ammesso che “Israele oggi è molto diverso dallo stato che sognavamo di creare“.
Ma parte soprattutto chi nel paese è arrivato da poco. “In ogni ondata migratoria circa il 6% di chi arriva in Israele torna indietro dopo i primi anni“, afferma Lissak. Il professor Yinon Cohen, docente al dipartimento di studi del lavoro dell’Università di Tel Aviv, spiega che “è più difficile ambientarsi per chi magari non parla la lingua o non conosce bene il paese. Soprattutto – aggiunge – è più semplice ripartire se c’è un posto dove tornare. Non tutti possono farlo: gli israeliani non possono tornare in Yemen, o in Iran“.
Ma negli ultimi tre anni la media dei rientri si è alzata, e non poco. L’America, con il 22,5%, non è nemmeno al primo posto nella classifica dei paesi più richiesti. In testa è il Canada: secondo statistiche del ministero dell’interno israeliano, il 26 per cento dei canadesi arrivati dal 1989 in Israele ha ormai lasciato per sempre il paese. Poi Sud Africa (19,8%), Gran Bretagna (19,3%) e Francia (16%). Ma ci sono lunghe file anche alle sezioni consolari di paesi che non hanno mai esercitato grande fascino sugli israeliani (Polonia, Ungheria, Romania), forse alla luce della nuova entrata nell’UE. Non solo: “Un fenomeno del tutto nuovo è il ritorno nell’ex-Unione Sovietica“, sostiene ancora Lissak.
Chi non è ancora partito si mette al sicuro. “Sempre più gente si sta prendendo un `passaporto di sicurezza’“, dice Cohen, riferendosi alla legge sulla doppia cittadinanza. “È un fenomeno in crescita: gli israeliani stanno riscoprendo altre nazionalità“, conferma Shalev. “Il fenomeno è nuovo perché contraddice l’ideologia dominante, basata sull’assioma: `siamo soli e non abbiamo altro posto dove andare’“. Non più: la corsa al secondo passaporto è iniziata ed è tutta in salita.
Chi ha doppia cittadinanza si muove senza bisogno di visto. E senza lasciare tracce, cosicché per i consolati dei paesi di destinazione è impossibile quantificare gli israeliani arrivati di recente. Chi gode, per esempio, della doppia cittadinanza statunitense, “può partire e rientrare negli Usa e in Israele, usando entrambi i passaporti“, spiega un portavoce dell’ambasciata Usa a Tel Aviv che stima che “tra i 100 e i 140 mila israelo-americani tornano oltre oceano ogni anno“.
Via d’uscita
Anche gli ebrei italo-israeliani stanno cercando una via d’uscita. “L’anagrafe è in continua espansione“, affermano all’ambasciata italiana di Tel Aviv. “Nel 2002 c’è stato un aumento di iscritti del 20%: sempre più gente è preoccupata di verificare di non aver perso – o magari di fare acquisire al coniuge o ai figli – la cittadinanza italiana“.
E mentre cresce il numero di chi lascia il paese, scende il numero di chi arriva, in quella che è sempre stata terra di immigrazione per eccellenza. All’Ufficio statistico governativo non hanno ancora elaborato i dati per il 2003. Ma al consolato italiano di Gerusalemme una fonte anonima afferma che “per la prima volta nella storia di Israele il numero degli immigrati è inferiore al numero degli emigrati“.
“L’essenza del sionismo“, aveva detto David Ben Gurion nel 1944, “è popolare Israele con una moltitudine di ebrei“. “Nessuna persona razionale vivrebbe qui: siamo sempre in guerra, la sicurezza non esiste“, afferma Cohen. E aggiunge: “Eppure da un punto di vista demografico, fra il `48 e il 2000 il modello sionista si è rivelato vincente: in 50 anni siamo passati da 500 mila a oltre 5 milioni“. Ora però le cose stanno cambiando.
Torneranno, i moderni yordim? Nel dipartimento di sociologia a Gerusalemme insegnano che occorrono 7 anni per capirlo, perché dopo quel periodo le possibilità di tornare in Israele si assottigliano. Dipenderà certamente dallo scomparire di quei fattori che motivano chi parte e chi vorrebbe farlo.
il manifesto – 16 Maggio 2004
Scheda
E SI ARRIVA SEMPRE DI MENO
Il calo degli arrivi in Israele si è registrato a partire dall’anno 2000. Secondo i dati forniti dal ministero dell’immigrazione e dell’assorbimento, nel 1999 alla voce immigrati risultavano oltre 70mila persone; nel 2000 55mila, calati ulteriormente nel 2001 a 39mila e nel 2002 a soli 30mila.
Insomma negli ultimi tre anni Israele non ha solo raddoppiato il numero degli emigrati; ha anche più che dimezzato quello degli immigrati.
Anche nell’ultimo rapporto dell’Ufficio di statistica si leggono soltanto numeri al negativo per quel che riguarda l’immigrazione: meno 46 per cento di arrivati dall’Europa dell’est, meno 17per cento dall’Europa occidentale, meno 13 per cento dal Nord America e meno 36 per cento dall’Asia. Meno 47 per cento persino dall’Etiopia.
Nel 2002 sono arrivati solo ebrei argentini, dopo la crisi del paese sudamericano.

