Povero Israele, il 34% a caccia d’un pasto

Crescita ininterrotta ma povertà in aumento: il modello Usa piega ultraortodossi, madri single e arabi. Le ong in rivolta: lo Stato si assuma le sue responsabilità

di Michelangelo Cocco

Nella piccola mensa di Bat Yam i poveri compaiono puntuali, a mezzogiorno. Una fila di immigrati dall’ex-Unione sovietica, anziani e giovani sabra (ebrei nati in Israele) aspetta paziente il pranzo – rigorosamente kosher – che Yael, avvolta nel suo grembiule a fiori, serve nei piatti o in scatola in contenitori da asporto. «Assistiamo circa 150 persone al giorno – spiega Bat Sheva, la segretaria di “Ohavim” -. I vecchi mangiano a tavola, mentre i ragazzi portano il cibo a casa, per i loro bambini». Pagano tra i due e i cinque shekel (da cinquanta centesimi a un euro) per un pasto a base di carne, insalata, riso e yogurt.

Ohavim, l’organizzazione non governativa (ong) che sovrintende alla mensa nella cittadina costiera a sud di Tel Aviv, opera sotto l’ombrello di Latet, un’associazione che ha presentato una petizione alla Corte suprema chiedendo che «lo Stato si assuma la responsabilità della distribuzione del cibo ai bisognosi» e denunciando la «privatizzazione dei servizi di welfare, poiché il peso della distribuzione di cibo a oltre 200.000 famiglie ricade su 200 organizzazioni volontaristiche no profit, senza alcun coinvolgimento da parte del governo».

Un rapporto pubblicato all’inizio di questo mese da un comitato interministeriale ad hoc ha evidenziato che il 34% degli israeliani è affetto da «insicurezza alimentare», che nei paesi ricchi significa avere accesso limitato o incerto a cibi adeguati o capacità limitata o incerta di procurarseli in una maniera socialmente accettabile. Gli ebrei ultra ortodossi (52,6%), i genitori single (44,9%) i palestinesi con cittadinanza israeliana (37,3%) e gli anziani (29,3%) sono risultate le categorie più colpite dal fenomeno. La fonte dei dati pubblicati nello studio è l’Ufficio centrale di statistica, che spiega che è per pagare altri prodotti essenziali che quel 34% di cittadini fa a meno di cibi fondamentali.

«Molta gente non riesce a uscire dalla povertà, nonostante lavori, a causa dell’aumento dei costi degli affitti e degli asili per i bambini, dell’incremento della spesa per i beni di consumo. Particolarmente colpite sono le donne divorziate con figli a carico e i vecchi immigrati dall’ex-Urss», spiega Sheva mostrando la stanza accanto alla cucina, dove vengono esposti abiti e giocattoli, avanzi di magazzino da vendere a due shekel.

«Aumentare la dipendenza dalle organizzazioni no profit permette allo stato di sottrarsi alla responsabilità della sicurezza alimentare dei suoi cittadini e rappresenta un’umiliazione continua per i bisognosi che ricevono il pacco di cibo dalle associazioni caritatevoli», ha protestato il capo del sindacato dei lavoratori sociali, Itzik Peri, in un articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano Ha’aretz.

Negli ultimi cinque anni lo Stato ebraico ha vissuto un ciclo ininterrotto di crescita macroeconomica: investimenti dall’estero, esportazioni e consumi interni fanno registrare tutti il segno più, trainati dallo sviluppo di settori chiave come hi-tech, armamenti, fertilizzanti. Ma, parallelamente al prodotto interno lordo pro-capite – che ha raggiunto i livelli dell’eurozona – sono aumentate anche la povertà e il divario tra ricchi e poveri. Gli ultimi dati del National insurance insitute classificano una famiglia su cinque come povera, che cioè percepisce meno della metà del salario medio. Cifre che allarmano i cittadini, che mettono la povertà al terzo posto delle loro preoccupazioni, dopo il lancio di razzi Qassam da parte dei palestinesi e il sistema educativo; e i politici, che stanno studiando una revisione dei parametri di calcolo per mascherare il problema.

Ha destato grande scalpore la recente rivelazione di Canale 10, secondo cui nell’estate 2006 Benjamin Netanyahu, ex-premier e attuale leader del Likud (destra) in viaggio diplomatico per promuovere la guerra in corso in Libano, avrebbe speso assieme alla moglie 131.000 shekel (24.000 euro circa) in sei giorni per biglietti teatrali, ristoranti, parrucchiere e lavanderia. «Si tratta di un episodio che sarebbe stato inimmaginabile 60 anni fa, all’epoca della fondazione dello Stato», commenta Daphna Golan, ricercatrice all’Università ebraica di Gerusalemme.

«La nostra società ormai ha abbandonato la sua impronta socialista delle origini per abbracciare il capitalismo nel senso più deteriore del termine – continua Golan, tra le fondatrici dell’organizzazione pacifista B’Tselem -: tutto viene privatizzato, dall’educazione alla sanità, dove esiste un sistema duale in cui i servizi di qualità si pagano, mentre ai poveri sono riservati quelli scadenti».

La svolta risale alla cosiddetta «seconda intifada», la rivolta armata palestinese iniziata nel settembre 2000 che fece traballare l’economia israeliana. «Causò la crisi più grave dal 1965 – spiega Shir Haver, economista dell’Alternative information center -. Uno shock al quale il governo Netanyahu rispose con massicci tagli alla spesa pubblica e un piano neoliberale che causò un ulteriore aumento della povertà». Secondo Haver oggi lo Stato ebraico «è il paese con le maggiori disuguaglianze del mondo».

«Israele ha americanizzato il suo sistema – dice Gili Rei, direttrice dell’associazione Commitment -. Nel 30% delle famiglie povere c’è almeno un lavoratore, ma il suo salario è troppo basso, circa 3.500 shekel (650 euro). E già nel 2003 i sussidi di disoccupazione furono ridotti del 30%».

Mentre alcune ong provano a fronteggiare questa situazione chiedendo donazioni ed elargendo carità, altre, come Commitment, danno battaglia, anche con una hot line per aiutare i lavoratori licenziati a fare ricorso.

E l’estate scorsa hanno ottenuto una prima, parziale vittoria, contro il famigerato Wisconsin plan (dall’omonimo stato americano dove fu concepito, alla metà degli anni ’90), un programma attraverso il quale lo stato appaltava a compagnie private il reinserimento nel lavoro e la gestione dei sussidi di disoccupazione di oltre 20.000 persone in diverse aree del paese. «Era solo un sistema per trovare vari pretesti per cancellare i sussidi», racconta Rei. Ora si chiama Orot Letaasuka, è sempre gestito da privati ma, promette la giovane «lo terremo sotto osservazione, per assicurare che sia più giusto e flessibile e che le aziende private guadagnino solo se reintroducono i disoccupati nel mercato del lavoro».

il manifesto – 23 Aprile 2008
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