Vanunu rapito a Roma 17 anni fa
ISRAELE
Ancora in carcere il tecnico che rivelò la fabbrica dell’atomica israeliana. Il silenzio dell’Italia
di STEFANO CHIARINI
Il trenta settembre di diciassette anni fa, alle sei e mezza della sera, il tecnico nucleare israeliano Mordechai Vanunu, pochi giorni dopo aver rivelato al settimanale inglese Sunday Times l’esistenza di una fabbrica israeliana di bombe atomiche a Dimona (Negev), arrivava a Roma proveniente da Londra. Quella stessa sera venne rapito, drogato e, qualche ora dopo, rispedito via mare in Israele. Al termine di un processo supersegreto Mordechai Vanunu, che aveva lavorato nella centrale atomica di Dimona, ufficialmente un impianto “civile”, dal 1976 al 1985, venne condannato a diciotto anni di prigione per “tradimento“, “spionaggio” e per aver rivelato “segreti di stato“.
Per dodici anni Mordechai Vanunu, originario di una famiglia proveniente dal Marocco, ha vissuto in completo isolamento in una piccola cella, con una finestrella in alto su una parete, senza poter incontrare nessun essere umano tranne qualche breve e rarissima visita, separato da una barriera metallica, dei familiari, dell’avvocato e di un sacerdote. Il tecnico israeliano, nonostante abbia già abbondantemente scontato i due terzi della pena non è stato mai rilasciato sulla parola, come usualmente avviene, in quanto costituirebbe ancora una “minaccia” per lo stato Israeliano – come ha sostenuto “la colomba” Shimon Peres padre del programma nucleare bellico di Tel Aviv (realizzato grazie alla Francia prima e agli Usa poi) e, secondo la stampa britannica, uno dei possibili mandanti del rapimento Vanunu a Roma. Chissà se Veltroni, sindaco della città luogo del rapimento, ha mai chiesto spiegazioni in merito al suo vecchio amico israeliano?
Punito con estrema e inflessibile durezza per aver tentato di porre sull’agenda politica la realtà del nucleare israeliano, sempre “dimenticato” dagli Usa e dalla Ue – che puntano a disarmare solamente i paesi arabi e islamic i- Vanunu dovrebbe essere rilasciato il prossimo 22 aprile. Dovrebbe ma non è affatto detto, tanto che il suo avvocato Avigdor Feldman ha già presentato all’Alta Corte israeliana la richiesta che il suo assistito venga effettivamente rilasciato e possa lasciare il paese una volta scontata la pena.
Le autorità di Tel Aviv temono infatti non tanto le rivelazioni di Vanunu sui laboratori segreti di Dimona – ormai tutti sanno che Israele ha oltre 400 bombe atomiche – quanto la determinazione del tecnico nucleare deciso a proseguire la sua campagna contro le armi israeliane di distruzione di massa (nucleari, chimiche, biologiche, balistiche), e contro le complicità dei servizi segreti e dei governi occidentali, in particolare di quello italiano, nella vicenda del suo rapimento.
Se le squadre di killer del Mossad hanno sempre avuto mano libera a Roma dai tempi dell’uccisione di Wael Zwaiter, la mancanza di qualsiasi procedimento a carico dei presunti responsabili del rapimento costituisce una delle pagine più oscure della nostra giustizia e della nostra magistratura. Mordechai Vanunu, a Londra per consegnare la sua storia al Sunday Times, venne infatti convinto da un’avvenente bionda agente del Mossad, “Cindy”, a seguirla a Roma il 30 settembre di quall’anno. Giunto a Fiumicino alle 6,28 della sera, Vanunu avrebbe trovato ad attenderlo un presunto amico della sorella di “Cindy” che l’avrebbe portato in un appartamento alla periferia della capitale. Qui, appena entrato, sarebbe stato bloccato, drogato e immobilizzato. Caricato su un furgone, affittato secondo la polizia italiana da un uomo vicino all’ambasciata israeliana di Roma, Vanunu sarebbe stato portato a Pisa e poi a La Spezia e da qui trasportato da una imbarcazione da diporto su di una nave spia israeliana la “Ins Noga”, – ufficialmente, secondo il giornalista britannico Peter Hounan, parte della flotta commerciale “Zim-line”- alla fonda in acque internazionali. Alcuni marinai della “Noga” avrebbero rivelato successivamente al quotidiano israeliano Ha’aretz di aver fatto in quei giorni uno strano viaggio dall’Italia in Israele con un prigioniero a bordo e tre agenti del Mossad tra i quali una “presuntuosa” e “arrogante” bionda. La ragazza sarebbe stata successivamente rintracciata da un team investigativo del Sunday Times a Netanya, in Israele. Si tratterebbe di Cheryl Bentov, ebrea americana originaria di Orlando in Florida, trasferitasi poi in Israele dove avrebbe incontrato e successivamente sposato Ofer Bentov ex maggiore dei servizi segreti militari israeliani. Tutte queste notizie, compreso l’indirizzo di “Cindy”, sarebbero state consegnate dal giornalista Peter Hounan alla magistrtura italiana che a sua volta aveva già ricevuto un approfondito dossier da parte della polizia e della Digos, ma senza alcun esito. Né “Cindy”, né i marinai della nave sarebbero stati chiamati a testimoniare.
Le conclusioni del giudice Sica sarebbero state disarmanti: Vanunu avrebbe collaborato al suo rapimento e quindi non vi sarebbe stato alcun reato sul suolo italiano. Peccato che Vanunu sia ancora in carcere.

