Che tipo di stato merita di esistere?
di Tanya Reinhart
In mezzo all’uragano politico in Israele a proposito del piano di “disimpegno di Gaza“, emerge un solo fatto davvero significativo: Sharon ha ricevuto l’approvazione di Bush a procedere con il suo piano del muro nella Cisgiordania. Per quel che riguarda la Striscia di Gaza, il piano di disimpegno pubblicato nei giornali israeliani venerdì 16 aprile, specifica che entro un anno e mezzo l’occupazione israeliana dovrà essere considerata conclusa. Per tutto il resto la situazione resta invariata. I palestinesi saranno imprigionati su tutti i lati senza alcuna connessione con il mondo esterno se non attraverso Israele.
Israele inoltre si riserva anche il diritto di intervenire militarmente all’interno della Striscia di Gaza (1). Ma poiché la Striscia non sarà più definita un territorio occupato, Israele non sarà soggetta alla quarta Convenzione di Ginevra.
Nel piano pubblicato la clausola f della sezione I dice che “il disimpegno solleverà Israele dalla sua responsabilità verso i palestinesi della Striscia di Gaza“. In altre parole quello che Israele fa oggi in violazione della legge internazionale diventerà legale: sarà formalmente lecito affamare la popolazione e uccidere chiunque Israele voglia – dal bambino che lancia pietre al successore di un capo spirituale ucciso lui stesso un mese prima.
Il testo del piano dichiara anche che Israele evacuerà gli insediamenti e le postazioni militari all’interno della Striscia. Non è chiaro come si possa fare dal momento che l’intenzione dichiarata è quella di mantenere la Striscia sotto il completo “controllo di sicurezza” di Israele. Dopo tutto, l’insediamento isolato di Netzarim (come altri) è stato fondato proprio per dividere la Striscia in due entità separate per consentirne il controllo dall’interno. Quelli che vogliono possono credere che Sharon finirà per smantellare Netzarim. Nel frattempo, comunque, Israele investe per fortificarla.
Nel notiziario televisivo del 15 aprile sul canale 1 è stata trasmessa l’intervista ad un colono di Netzarim che sembrava piuttosto rilassato. “Se il ministro della difesa sta costruendo proprio adesso una barriera di sicurezza per noi” – ha detto – “certamente nessuno può avere l’intenzione di farci evacuare“. In ogni caso, la posizione su cui si sono accordati Sharon e Netanyahu e che è stata confermata il 18 aprile nel consiglio dei ministri, è che nessuna colonia della Striscia di Gaza sarà evacuata prima che il muro nella Cisgiordania sia completato.
Per quel che riguarda la Cisgiordania, la novità dell’accordo Bush-Sharon non si deve ricercare nelle dichiarazioni. Anche nei piani di Clinton e di Beilin-Abu Mazen era chiaro che Israele non offriva di ritornare ai confini del 1967, e nemmeno una piena concretizzazione del diritto al ritorno dei palestinesi. Comunque si trattava di piani aperti alla trattativa, di proposte che attendevano l’approvazione del popolo palestinese. Adesso ai palestinesi non viene nemmeno chiesto l’assenso. Ora sono Israele e gli Stati Uniti a determinare i fatti. Israele marca la terra che desidera e costruisce un muro su questo tracciato.
Nel piano di Clinton il territorio palestinese da annettere ad Israele consisteva nel 5-7% della Cisgiordania. Ma quando l’attuale tracciato era stato approvato per la prima volta dal precedente governo Sharon, Shimon Peres, allora ministro degli esteri, aveva protestato dicendo che avrebbe rubato ai palestinesi il 22% della loro terra. Da allora il segmento del muro che è già in costruzione, è stato esteso molto più profondamente nella terra palestinese. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del novembre 2003 questo segmento, che non includeva ancora l’area di Gerusalemme, si era già appropriato del 14,5% della terra palestinese. Lungo questo tracciato Israele sradica decine di migliaia di alberi, espropria i contadini palestinesi della loro terra spingendoli in piccole enclavi fra muri e barriere, finché nella fase finale, il muro li circonderà su ogni lato come nella Striscia di Gaza.
Nel 1969 il filosofo israeliano Yesayahu Leibovitz aveva anticipato che nelle zone occupate “sarebbero stati costruiti campi di concentramento dai dirigenti israeliani …. Israele diventerebbe in questo caso, uno stato che non merita di esistere e che non varrebbe la pena di conservare“. Quanto siamo distanti dalla profezia di Leibovitz nella Striscia di Gaza rinchiusa dentro una barriera?
Nella Cisgiordania la situazione è ancora differente. Lungo il tracciato del muro sta avvenendo la lotta interna della società israeliana – fra coloro che si sono auto-proclamati “redentori della terra” che non importa quanta terra abbiano ne vogliono sempre di più, e coloro che vogliono vivere in uno stato che meriti di esistere. Lungo questo tracciato ci sono israeliani che, accanto ai palestinesi, stendono i loro corpi davanti ai bulldozer e all’esercito israeliano.
21 Aprile 2004 – Yediot Aharonot
ripreso dalla pagina web: http://www.zmag.org/Italy/reinhart-state.htm
documento originale: What kind of state deserves to exist? – traduzione di CV
(1) Il piano pubblicato è disponibile presso:
http://www.haaretz.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?itemNo=416024&contrassID=1&subContrassID=1&sbSubContrassID=0&listSrc=Y
Qui di seguito alcune delle clausole su cui si basa il riassunto di questo articolo:
III: Situazione della sicurezza dopo il ritiro:
1. Israele avrà la supervisione e la custodia dell’area che circonda il territorio, manterrà il controllo esclusivo dello spazio aereo di Gaza e continuerà a svolgere attività militare nello spazio marittimo della Striscia di Gaza.
3. Israele si riserva il diritto fondamentale all’autodifesa, ivi comprese le misure preventive e l’uso della forza in risposta alle minacce che provengano dalla Striscia di Gaza.
VI. Area di confine fra Striscia di Gaza ed Egitto (“Philadelphi Route”). Nel corso del primo stadio, Israele continuerà a mantenere la sua presenza militare lungo la linea di confine fra Striscia di Gaza ed Egitto (“Philadelphi Route”). Questa presenza è una necessità essenziale per la sicurezza e in certe zone è possibile che sia necessario allargare fisicamente l’area in cui condurre l’attività militare.
XII. Transito internazionale. Resterà in vigore l’organizzazione esistente.
