Il confine imposto

di Baruch Kimmerling*

Ieri la Corte suprema israeliana ha pronunciato un verdetto con cui ha ordinato la modifica di 30 chilometri del tracciato del muro in Cisgiordania, per migliorare la qualità della vita della popolazione palestinese che abita nell’area interessata. Tuttavia, la Corte ha accettato il principio che «l’attuale tracciato soddisfa in modo adeguato le esigenze di sicurezza di Israele».

La sentenza dell’Alta corte riguarda solo le aree a ovest e nord-ovest di Gerusalemme. Si tratta di una zona particolarmente problematica per i palestinesi, che include un ampio gruppo di località arabe (come Bidu e Beit Lahiya), i cui abitanti sarebbero tagliati fuori in un’enclave dal tracciato della barriera.

Questa decisione è solo una battuta d’arresto nella rapida avanzata del «muro di separazione». Il muro viene costruito in modo unilaterale lungo un tracciato approvato dal governo israeliano nel giugno 2002 e nell’ottobre 2003. Nella visione di Sharon, i territori e gli insediamenti che il muro circonderà probabilmente rimarranno nella mani degli israeliani quando e se Israele sarà costretto a soddisfare le richieste di Europa e Stati uniti per stabilire uno stato palestinese.

Il muro, o barriera, sarà lungo più o meno 686 chilometri, mentre la «linea verde» (il confine pre-1967) era di appena 350 chilometri. Il «confine» tracciato dalla barriera includerà i principali blocchi di colonie (circa 60 insediamenti) della Cisgiordania profondamente incuneati nei territori palestinesi, fino alla colonia di Kiryati Arba, vicino a Hebron. Alla fine di questo processo, Israele avrà annesso di fatto circa il 20 per cento della Cisgiordania. Inoltre, sembra che Israele voglia circondare la valle del Giordano fino a dieci chilometri ad ovest del fiume.

In questo contesto, l’impegno di Sharon a evacuare gli insediamenti a Gaza e in alcune parti della Cisgiordania ha creato ulteriore confusione sulla scena politica israeliana. La destra è piombata nel panico, perché per la prima volta dal 1967 un leader appartenente alla sua corrente si impegnava sulla via dell’abbandono delle colonie costruite nella Palestina storica. I centristi e una parte della sinistra più moderata hanno accolto favorevolmente il piano – sia pur con qualche sospetto – perché lo considerano un precedente e la rottura di un tabù fondamentale nella politica israeliana, e un primo passo verso un eventuale ritiro da tutti o quasi i territori occupati. Tuttavia, bisogna sottolineare che l’abbandono di 17 insediamenti non porrà fine all’occupazione della striscia di Gaza. Secondo il piano di Sharon, Israele manterrà il proprio controllo sullo spazio aereo di Gaza, sul suo spazio marittimo e su tutti i valichi di frontiera. L’esercito israeliano e i servizi di sicurezza continueranno a operare nella zona. Gaza continuerà a essere un vasto campo di concentramento sotto lo stretto controllo esterno israeliano.

Il pretesto addotto dal governo Sharon per costruire la barriera è la ricerca di sicurezza e la necessità di evitare l’ingresso degli attentatori suicidi in Israele. Tuttavia, il tracciato scelto per il muro dimostra che il suo obiettivo principale è il mantenimento del maggior numero degli insediamenti e la divisione territoriale delle aree abitate dai palestinesi in circa quattro parti.

La barriera limiterà fortemente i movimenti di migliaia di palestinesi. Terre agricole saranno espropriate e l’accesso dei residenti a migliaia di ettari di campi diventerà molto difficoltoso. Questo «confine» renderà la vita quotidiana dei palestinesi insopportabile e forse questo è il suo principale obiettivo nascosto sul lungo periodo – costringere i palestinesi ad abbandonare le proprie terre e impegnarsi in una volontaria auto-pulizia etnica. Il disimpegno unilaterale è una mossa chiara per aumentare il dissidio e la violenza e non contribuirà alla riconciliazione. Cattive barriere fanno cattivi vicini.

*sociologo israeliano, professore all’Università di Toronto e all’Università Ebraica di Gerusalemme

da il manifesto del 1 luglio 2004
Share