ISRAELE: esonerati dalla leva ma condannati per “pacifismo”
A sorpresa, lunedì scorso il procuratore generale di Israele, Menachem Mazuz, ha dichiarato di ritenere l’obiezione di coscienza un fenomeno potenzialmente positivo. Ciononostante la vicenda processuale del pacifista Yoni Ben Artzi prosegue: una condanna ad altri due mesi di carcere è solo l’ultima tappa del suo “calvario“, che va avanti da quattro anni. Contro la sentenza è stato presentato un ricorso e, se necessario, si arriverà di nuovo fino alla Corte Suprema.
Questa sentenza ha dell’assurdo: il tribunale militare lo aveva riconosciuto come pacifista, poi il “Conscience committee” lo aveva esonerato, seppure per incompatibilità e non per motivi di coscienza. Nonostante ciò, ecco questa nuova pena per il rifiuto di eseguire l’ordine di arruolarsi.
Che senso ha una condanna di un tribunale militare per il rifiuto di un ordine dato dall’esercito, nei confronti di una persona che dall’esercito è stata esonerata?
L’unica ragione di questa singolare procedura sembra essere l’accanimento contro un ragazzo che ha il coraggio di rivendicare il proprio pacifismo.
Emblematico anche il caso di Laura Milo, che rifiuta di servire fino a quando quello israeliano resterà un esercito di occupazione: si è appellata con questa motivazione alla Corte Suprema chiedendo di essere esonerata in base alla legge che riconosce questo diritto alle donne. Ma l’esercito sostiene che il termine “coscienza” si applichi solo a pacifisti.
Se la Corte deciderà negativamente, Laura tornerà in carcere per la seconda volta.
Il 13 aprile Daniel Tzal (19 anni) si è presentato al centro di reclutamento dell’esercito dichiarando il proprio rifiuto di servire in un esercito di occupazione ed è stato immediatamente condannato a 14 giorni di carcere.
Daniel ha dichiarato che “rifiutare di partecipare all’occupazione e combattere le istituzioni che non rispettano i diritti umani è un obbligo morale, non una scelta. Una persona sana di mente, sulla quale non hanno fatto presa la paura ed il razzismo, è umanamente obbligata a rifiutare di prendere parte nei sistemi di occupazione ed oppressione messi in atto dall’esercito israeliano” ed è consapevole di quanto potrà costargli la sua decisione e sta scontando un ulteriore mese di carcere militare.
Si tratta del primo caso di rifiuto pubblico basato su queste motivazioni dopo la vicenda dei “cinque“, i ragazzi che da gennaio stanno scontando un anno di detenzione, ora nel carcere civile. Altri ne seguiranno.
Lettere di solidarietà ai “cinque” possono essere inviate ai seguenti indirizzi: per Noam Bahat, Haggai Matar e Matan Kaminer AGAF BET, Màasiyaho Prison, P.O. Box 13, Ramla per Adam Maor e Shimri Tzameret Hermon Prison, P.O. Box 4011, Kfar M’Rar

