Terrorismo o resistenza all’occupazione?

di Hillel Schocken*

In un articolo apparso su Haaretz il 15 agosto, Ze’ev Schiff dichiarava che “è chiaro che la tregua nei fatti non esiste“, e spiegava che il governo palestinese è “incapace di applicare la hudna“, che Abu Mazen non può “far rispettare” l’accordo tra le diverse organizzazioni palestinesi, e che “il trio al vertice – Abu Mazen, il ministro della sicurezza interna Mohammed Dahlan e quello delle finanze Salam Fayyad – è incapace di obbligare alla hudna anche i gruppi armati all’interno del suo movimento, il Fatah“. L’accordo sul cessate il fuoco, come parte della road map, ha tre partner – Israele, Autorità palestinese e Stati uniti. Israele ha rispettato le condizioni dell’accordo? Sharon è capace (o meglio, vuole) obbligare al cessate il fuoco il suo esercito? La continuazione della politica israeliana di assassini mirati non è forse “fuoco“? Il duo al comando, Sharon e Mofaz, è capace di fermare la costruzione degli insediamenti, come richiesto dalla road map? Lo vuole? E che dire degli “insediamenti illegali“, alcuni dei quali sono stati smantellati solo in modo da poter essere rimessi in piedi su qualche collina vicina a quella dove sorgevano prima? Schiff elogia l’Autorità palestinese per aver confiscato beni per tre milioni di dollari spediti dall’Iran al Jihad islamica e per aver ridotto l’incitamento all’odio. In che modo ci si potrebbe congratulare con Isarele? Israele ha forse rispettato i suoi obblighi con il suo misero rilascio dei prigionieri, che non era nemmeno parte dell’accordo sul cessate il fuoco ed era inteso, secondo la leadership israeliana, a costruire fiducia tra le due parti e rafforzare Abu Mazen?

Definire la guerra di liberazione palestinese come “terrorismo” è scorretto, nonostante ciò sia largamente accettato in Israele e negli Stati Uniti. Il terrorismo, in quanto distinto dalla guerra, si ha quando parte di un gruppo usa la paura e la violenza per influenzare un’altra parte del gruppo. Il din rodef (una condanna rabbinica) pronunciata da alcuni rabbini di Yesha (il consiglio rabbinico di Cisgiordania e Gaza) contro l’ex primo ministro Yitzhak Rabin, fu un atto di terrorismo che ebbe successo, mirato a spingere la leadership della nazione verso una direzione politica differente da quella scelta dall’autorità democratica. Far saltare in aria nel 1946 il King David Hotel (sede del comando britannico a Gerusalemme), al contrario, fu un atto di guerra da parte di un popolo che cercava di liberarsi da un regime straniero e chiedeva l’autodeterminazione.

La richiesta che l’Autorità palestinese “smantelli le infrastrutture del terrorismo” è ridicola e mira a impedire qualsiasi accordo futuro. Come avrebbe risposto il Va’ad Leumi (nell’Israele pre-1948, prima che nascesse lo stato ebraico) a una simile domanda di smantellare Etzel, Lehi e Palmah (gruppi ebraici clandestini)? Noi smantellammo la nostra “infrastruttura terroristica” (un termine sbagliato, come ho spiegato) solo dopo che raggiungemmo il nostro obiettivo, fondando il nostro stato.

Attraverso il conflitto, almeno a partire dal 1967, Israele ha provato a contrastare i palestinesi e a nominare una leadership accettabile per il paese. Tutti i tentativi di questo tipo sono falliti in passato ed è evidente che continueranno a fallire. Israele può, e deve, fare molto di più che “una cosa“. Israele deve rapportarsi seriamente alla road map e dimostrarlo smantellando gli insediamenti; smetterla completamente di attaccare i palesinesi, anche quelli che, secondo la sua terminologia, sono “bombe che stanno per esplodere“; rimuovere i blocchi stradali e ritirarsi da tutte le aree che gli accordi di Oslo ponevano sotto giurisdizione palestinese; e, soprattutto, astenersi dal dettare regole ai palestinesi su come condurre i loro affari.

Sembrerebbe che ci siano solo tre modi in cui Israele può comportarsi. Il primo, un’evacuazione forzata degli arabi dai territori, e anche degli arabo-israeliani, verso i paesi arabi vicini. Secondo, accordarsi per uno stato binazionale tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Terzo, dividere la terra, in base ai confini del 1967, in due stati, smantellando tutte le colonie, e rinunciando al diritto al ritorno degli ebrei a Hebron, Shiloh e Beit El, opponendosi nello stesso tempo al diritto dei palestinesi a ritornare a Jaffa, Lod e Ramle.

La prima strada, malgrado molti israeliani sembrano preferirla, si scontrerebbe con una forte opposizione internazionale che Israele non sarebbe in grado di fronteggiare. La seconda incontra l’opposizione di chi – come chi scrive – crede che gli ebrei abbiano diritto a un proprio stato. La terza via è l’unica possibile, con o senza l’accordo dei palestinesi.

* tratto da Haaretz del 20 agosto 2003 e pubblicato su il manifesto del 22 agosto 2003
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