Troppi 9 miliardi l’anno: addio stato «ebraico»

di Michelangelo Cocco – Roma

I coloni in Cisgiordania rappresentano un costo insostenibile per l’economia israeliana e il loro aumento (fotografato dall’ultimo rapporto di Peace now) rende sempre più impossibile la nascita di uno Stato di Palestina. Shir Hever è un economista israeliano dell’Alternative information center, giovane, ma dalle idee chiare. In Italia per un ciclo di conferenze organizzato da Assopace, lo abbiamo intervistato su un suo recente studio sui costi dell’occupazione.

Quanto costa a Israele occupare i Territori palestinesi?

Iniziata nel 1967, l’occupazione militare è stata per 20 anni fonte di guadagno: grazie allo sfruttamento della forza lavoro palestinese a basso costo, dei consumatori palestinesi per i prodotti dello Stato ebraico, delle terre più fertili e delle sorgenti di Gaza e Cisgiordania da parte dei coloni. Ma la resistenza palestinese, a partire dalla prima intifada (1987), l’ha trasformata in una realtà che impone al governo di spendere 9 miliardi di dollari all’anno per tenerla in piedi. Cifra destinata a salire, perché l’aumento dei coloni (267.500 in Cisgiordania, secondo l’Ufficio centrale di statistica) è pari al 5,8%. Una crescita ben oltre quella «naturale» – in Israele dell’1,8% – dovuta al continuo invio di settler in Cisgiordania. Nei prossimi otto anni, per loro lo Stato spenderà il doppio. Tra 20 anni il costo dell’occupazione rappresenterebbe la principale uscita dello Stato, sarebbe il collasso dell’economia.

Quali sono le principali «voci di spesa» dell’occupazione?

I settler godono di agevolazioni fiscali, sussidi per l’educazione, l’assistenza sanitaria, l’acquisto di case, i trasporti. Tutto ciò rappresenta circa 3 miliardi di dollari all’anno. Ma a rendere insopportabile il costo dell’occupazione sono i restanti 6 miliardi di dollari, per la sicurezza, l’aspetto militare dell’occupazione. Per mantenere questo livello di spesa Israele è costretto a un rapido processo di privatizzazione (per far quadrare il bilancio) e a diminuire, ogni anno, i fondi statali destinati a educazione, sanità e welfare.

Dove vengono reperiti i fondi per mantenere l’occupazione?

Dalle tasse pagate dai contribuenti israeliani. E dagli Stati Uniti, che dal 1973 (dopo la guerra dello Yom Kippur, ndr) donano a Israele circa 3 miliardi di dollari all’anno. Tuttavia questa seconda fonte si sta erodendo, perché il dollaro non vale più quanto negli anni ’70, perché a parità di finanziamento – ma con l’aumento della produttività – la somma vale di meno, e anche perché gli aiuti sono stati parzialmente ridotti, a 2.8 miliardi di dollari. Se in passato potevano sorreggere l’occupazione, ora non bastano più.

Non crede che i soldi spesi abbiano avuto successo nel distruggere i palestinesi economicamente, politicamente e socialmente?

C’è una grande ironia nel progetto sionista d’occupazione: è vero che ha reso i palestinesi sempre più poveri, che li ha divisi a un punto tale che si combattono tra loro, che ha creato dei mini bantustan circondati dal muro, ma Israele ha in questo modo ha anche reso impossibile la soluzione dei due stati e questo significa che l’unica soluzione è quella della fine dello Stato ebraico e della nascita di uno stato democratico in cui palestinesi ed ebrei possano vivere con pari diritti.

L’economia israeliana sta avendo un boom – almeno a livello macroeconomico -. Non crede che possa dare nuovo alimento all’occupazione?

Non c’è alcun boom: la crescita è alta, la disoccupazione bassa, l’inflazione sotto controllo, il mercato azionario effervescente. Ma uno sguardo più approfondito rivela che la crescita, dal 1973, è al di sotto della media dei paesi con cui viene confrontata. Che il prodotto interno lordo con cui viene misurata la crescita è sostenuto dalla guerra, ma questo non significa un miglioramento dell’economia che, al contrario, è danneggiata da uno stato di belligeranza, distruzioni e sofferenze permanenti. La disoccupazione diminuisce ma i disoccupati hanno perso i sussidi. I tassi di povertà sono aumentati.

Sostiene il boicottaggio?

Sì, e credo che ogni realtà dovrebbe individuare il modo migliore per boicottare Israele per i gravi crimini che sta commettendo contro il diritto internazionale. La pressione internazionale rappresenta un mezzo non violento che non uccide nessuno ma può indurre a rapidi cambiamenti delle politiche israeliane. Israele è estremamente vulnerabile nei confronti delle campagne di boicottaggio. Questo perché ha una delle economie più globalizzate del mondo, essendo l’ottavo esportatore e il decimo importatore del pianeta. Il 70% delle importazioni è rappresentato da materie prime. Questo significa che qualsiasi problema nel commercio estero israeliano colpirebbe immediatamente le aziende più potenti e il governo. A differenza del Sudafrica dell’apartheid, Israele non ha risorse per sostituire le materie prime importate. L’ex regime di Pretoria poteva affrontare meglio il boicottaggio, perché aveva un’economia meno internazionale.

il manifesto – 22/11/2007
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