A Beirut, per non dimenticare Sabra e Chatila
E per chiedere giustizia. Oggi, nella capitale libanese, le commemorazioni delle stragi nei campi profughi palestinesi del 16-18 settembre `82
STEFANO CHIARINI – INVIATO A BEIRUT
La vita di un palestinese ha lo stesso valore di quella degli altri, in particolare di noi “occidentali“: israeliani, americani, europei, oppure, come disse il capo di stato maggiore dell’esercito di Israele, Rafael Eitan, durante l’invasione del Libano si tratta di blatte con due gambe – da schiacciare impunemente? Le uccisioni, i massacri, i crimini di guerra a danno dei palestinesi vanno perseguiti oppure chi li commette gode di una non scritta, ma non per questo meno reale, impunità?
Se l’11 settembre di New York, con i suoi 3.000 morti innocenti, è un crimine contro l’umanità, il massacro di Sabra e Chatila con le sue 3.000 vittime altrettanto innocenti non lo è?
I profughi palestinesi cacciati dal loro paese non hanno forse gli stessi diritti degli altri (basti ricordare l’argomentazione con cui Massimo D’Alema giustificò e appoggiò la guerra in Kosovo: “riportare i profughi nelle loro case in condizioni di sicurezza“), a cominciare da quello di tornare nel loro paese o, a scelta, di avere un risarcimento per quanto gli è stato sottratto?
Se tutti accettano come normale che gli ebrei “tornino” in Palestina dopo 2000 anni – e il diritto al ritorno è il fondamento dello Stato d’Israele – perché un palestinese, con ancora in mano le chiavi della sua casa e il certificato di proprietà della vigna, è considerato un pericoloso estremista, o un potenziale terrorista, se sogna, chiede e lotta per “tornarvi” dopo qualche decina d’anni?
Un popolo occupato ha diritto di resistere all’occupazione e ad usare la forza per vivere in sicurezza e difendersi dal terrorismo di Stato che falcidia la sua popolazione, oppure ciò è riservato solamente ai popoli superiori?
Chiedere uno Stato nel 22% della Palestina è legittimo o si tratta di una “richiesta eccessiva” come sostennero non pochi esponenti, anche della sinistra italiana, l’indomani delle trattative di Camp David?
Tutti gli uomini hanno diritto ad una degna sepoltura, a una lapide che li ricordi, o i morti palestinesi come le vittime di Sabra e Chatila, neppure a questo?
Sono queste le scomode domande, alla radice della “questione palestinese” e dei tragici fatti di questi giorni, alle quali intendiamo rispondere con le commemorazioni del ventunesimo anniversario del massacro di Sabra e Chatila – vero e proprio paradigma della condizione palestinese- in corso a Beirut in questi giorni, su iniziativa del Coordinamento delle Ong palestinesi e libanesi, del quotidiano progressista As-Safir, degli avvocati e delle famiglie delle vittime, del coordinamento “Per non dimenticare Sabra e Chatila” creato quattro anni fa su iniziativa del nostro giornale. Commemorazioni che intendono innanzi tutto ricordare, di fronte al tentativo generale di cancellare ogni traccia di quell’insulto alla vita, quanto avvenne 21 anni fa, dal 16 al 18 settembre del 1982 e nei giorni successivi. Ricordare quelle tremila persone in maggioranza ragazzi, donne, anziani, bambini massacrati e fatti a pezzi dalle milizie falangiste delle destre libanesi cristiano-maronite sotto il coordinamento dell’esercito israeliano. Che, contravvenendo agli impegni presi dal governo di Tel Aviv con l’inviato Usa, Philip Habib, era entrato a Beirut ovest da poche ore e aveva circondato i campi profughi palestinesi – naturalmente, come oggi, per “ripulire” Sabra e Chatila degli oltre 2.000 “terroristi” che secondo Sharon vi si annidavano.
Le forze dell’OLP, al comando di Yasser Arafat, per risparmiare ulteriori lutti alla parte ovest della città assediata e bombardata dai primi di giugno, senz’acqua e senza luce, alcune settimane prima avevano accettato di lasciare la capitale libanese in seguito all’impegno di Washington di far rispettare a Tel Aviv la promessa che l’esercito israeliano non sarebbe entrato a Beirut ovest e di inviare una forza multinazionale (americano-francese-italiana) per vigilare sul ritiro dei combattenti palestinesi e sui campi profughi rimasti senza difesa. Assicurazioni svanite come neve al sole, dai tempi di Lawrence d’Arabia ai giorni nostri, ogni volta che i palestinesi o gli arabi si sono fidati dell’impero di turno. Partiti i fedayin, le forze multinazionali, su pressione di Washington, a conoscenza probabilmente delle reali intenzioni di Sharon, si ritirarono in tutta fretta lasciando mano libera ai macellai.
Una responsabilità, quella del massacro di Sabra e Chatila, che è anche nostra e che dovrebbe spingerci a chiedere giustizia per i morti e una vita degna di questo nome per i sopravvissuti. A chiedere che Ariel Sharon e gli altri responsabili dell’eccidio, siano processati sulla base del principio della “giurisdizione universale” – il 24 settembre il governo belga dovrà decidere anche su questo -, che siano “messi al bando” dalla comunità internazionale (come chiese l’ex presidente Sandro Pertini nel messaggio agli italiani del capodanno 1983) e che sia data una degna sepoltura alle vittime del massacro. Una responsabilità che dovrebbe spingere chiunque vuole realmente la pace dei diritti e non quella dei cimiteri, ad intervenire per migliorare le inumane condizioni di vita dei profughi palestinesi in Libano e, soprattutto, per sostenere gli inalienabili diritti del popolo palestinese ad avere un proprio Stato nella West Bank e nella striscia di Gaza. Ed è questo l’impegno che, con l’infermiera americana Ellen Siegel e tanti altri occidentali che si rifiutano di essere rinchiusi nelle gabbie del “conflitto di civiltà” ricercato da Bush e Sharon, che vogliamo ribadire a partire dalla manifestazione di oggi su quel campo dalla terra smossa all’ingresso di Chatila, di fronte ai poveri resti di tanti innocenti e dei loro familiari.
da Il Manifesto del 16 settembre 2003

