SABRA E CHATILA…

16, 17, 18 settembre 1982 – settembre 2001
LA STORIA

giugno 1982 – Israele invade il Libano con il pretesto di proteggere i suoi insediamenti nel nord della Palestina

fine luglio ed agosto 1982 – L’esercito israeliano raggiunge ed invade Beriut

21 agosto 1982 – Inizia l’evacuazione dei guerriglieri palestinesi da Beirut che termina il 31 agosto. La forza internazionale (composta da francesi, inglesi ed italiani), dopo aver garantito l’evacuazione, si ritira lasciando campo libero all’esercito israeliano ed ai falangisti libanesi che entrano così a diretto contatto con la popolazione civile palestinese e libanese dei campi profughi di Sabra e Chatila.

16 settembre 1982 – Alle ore 18 inizia il massacro a Sabra e Chatila. L’allora Ministro della Difesa israeliano Sharon dà l’ordine di illuminare a giorno i due campi profughi e lascia mano libera ai suoi ed ai falangisti di compiere l’eccidio.

18 settembre 1982 – Si contano 3.000 morti tra i civili palestinesi e libanesi nella devastazione dei due campi profughi.

Secondo la Carta di Norimberga, la IV Convenzione dell’Aia e la Convenzione di Ginevra del 12/8/1949, l’accaduto rientra nella definizione di “crimine di genocidio”.


Sono passati solo 20 anni da quei terribili giorni…

Di Sharon sappiamo che oggi è Primo Ministro della Stato d’Israele, eletto con un unico punto in programma: farla finita con i palestinesi. Di Hobeika, dirigente dei falangisti libanesi, invece non sapremo più nulla perché soltanto l’altro giorno “qualcuno” ha pensato bene di farlo saltare per aria, visto che sembrava deciso a testimoniare contro Sharon in un processo per crimini contro l’umanità intentatogli da una corte belga proprio per le sue responsabilità nell’eccidio di Sabra e Chatila…


Da “Sabra Chatila – storia fotografica di un genocidio

prefazione di Emo Egoli, casa editrice Roberto Napoleone srl, Roma 1984

La verità è stata distorta, falsificata, violata, torturata e uccisa. Dobbiamo squarciare il velo di menzogne steso dai criminali e dai loro complici. Le autorità israeliane, tentando di giustificare le loro azioni con le ‘esigenze di guerra’ hanno usato tutti i mezzi possibili per nascondere gli orrori da esse commessi“.

Joseph Algazy – Segretario della Lega Israeliana per i Diritti Umani e Civili

MORTO IN PIENA COSCIENZA

di Samih Al Kassem

Quando l’aratro straniero
lacera, o mia terra,
la tua carne violata,
è dalla mia carne che sgorga il sangue.
Le cose svaniscono
nella nebbia
e le lacrime nascono
nella lingua
dei segreti e del miracolo.
La spada di luce si è levata dalla mia fronte
e l’acqua dei fiumi è sgorgata dalle mie dita.
La mia nazionalità?
Il cuore di tutti gli uomini.
Toglietemi un po’ questo passaporto!

Arrivarono dalle montagne in trenta pesanti camion. All’inizio, giovedì notte, uccidevano con i coltelli. Poi intervennero i fucilieri, entrando nelle case, sparando a uomini, donne e bambini“.

Associated Press del 21 settembre 1982

Alle 16 di venerdì, il massacro durava ormai da 19 ore. Gli israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di distanza, non avevano risposto al crepitìo costante degli spari né alla vista dei camion carichi di corpi che venivano portati via dai campi“.

David lamb, The Los Angeles Times del 23 settembre 1982

TESTAMENTO

di Samih Al Kassem

Se mi uccidono
appoggiatemi a una roccia,
il viso rivolto al vento,
ch’io muoia
sotto le nubi della sera,
nell’erba del mattino.
Se muoio nel mio letto,
mettetemi nudo sulla terra,
su una collina del mio paese,
e che l’oblio mi liberi
o ricordatevi di me,
durante le vostre feste più belle.

La scena nel campo di Chatila, quando gli osservatori stranieri vi entrarono il sabato mattina, era come un incubo. In un giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un bambino. Oltre l’angolo, in un’altra strada, due ragazze, forse di 10 o 12 anni, giacevano sul dorso, con la testa forata e le gambe lanciate lontano. Pochi metri più avanti, otto uomini erano stati mitragliati contro una casa. Ogni viuzza sporca attraverso gli edifici vuoti – dove i palestinesi avevano vissuto dalla fuga dalla Palestina alla creazione dello Stato di Israele nel 1948 – raccontava la propria storia di orrori. In una di esse sedici uomini erano sovrapposti uno sull’altro, mummificati in posizioni contorte e grottesche“.

Loren Jankins, Washington Post del 20 settembre 1982

ADDIO

di Mahmoud Darwish

Addio!
E i venti ti dicevano:
difendete la terra,
perché noi siamo esiliati
e passano le stagioni sulle nostre labbra.
Se il tuo silenzio fosse di fuoco
Mi immergerei in esso,
per sognare il giorno in cui
dalle mie ceneri sorgeranno
gli alberi, la fonte e il portico
della nostra via.
Nelle strade incupite dalla pioggia,
sui tavoli, testimonio infedele,
il bucato della casa,
ogni finestra inquadra l’azzurro
e nei parchi, verdi trecce
corteggiano la luna,
e tu mi dicevi – Domani
ritorneremo nella nostra terra,
domani!
Addio!
I venti ci dicevano:
- Eccovi amanti -
Ma noi siamo esiliati
e vicini alla morte
perché siamo lontani dalla patria.

Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento… Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo… L’odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l’uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore“.

Elaine Carey, Daily Mail del 20 settembre 1982

NEVE SULLE TERRE OCCUPATE

di Tawfiq Zayyad

Che cosa può uccidere la decisione
In un popolo che combatte?
Sulla mia patria – anche se l’hanno dimenticato -
sono passati mille aggressori
poi si sono sciolti
come la neve.
Tutti.

A TE PALESTINA RITORNEREMO

Anonimo

Di palmo in palmo ritorneremo.
Ritorneremo intrecciando l’alloro.
Ritorneremo portando il fuoco.
Con tenacia ed insistenza.
Siamo un vulcano terribile.
Ritorneremo da te con una lotta ininterrotta.
Una fila di noi cadrà.
Una fila avanzerà.
E la lotta continuerà…

Gli assassini degli scorsi venerdì e sabato non risparmiarono né età né sesso nel loro massacro, uccidendo uomini, donne, bambini e nonni sulla porta di casa e nelle strade. L’odore dei corpi in decomposizione stagnò sul campo per tutta la giornata di ieri prima che arrivasse l’armata libanese“.

Robert Fisk, Times del 20 settembre 1982

Molte case erano state fatte saltare con la dinamite o spianate con i bulldozer, cosicchè tutto quello che rimaneva da vedere dei loro abitanti erano membra staccate, capelli misti a sangue o mani che uscivano dalle macerie. In un caso, una madre e un padre erano stati colpiti ripetutamente mentre cercavano di far scudo con il loro corpo a tre bambini, che giacevano nelle loro braccia, con i volti pietrificati, trasformati in maschere di terrore. Coloro che hanno visitato i luoghi dei massacri ed hanno osservato l’ubicazione delle postazioni degli israeliani, quali esse erano venerdì, a meno di 500 metri di distanza, non possono credere che il massacro abbia avuto luogo senza che gli israeliani sentissero o vedessero. Oltretutto, gli israeliani avevano sistemato dei posti di comando sulla sommità di due alti edifici che affacciavano sui campi. La conclusione è che, non solo gli israeliani avrebbero potuto osservare l’operazione dei falangisti – operazione che, almeno in parte, si svolse durante le ore del giorno – ma hanno certamente udito gli urli di dolore dei morenti“.

James Machanus, The Guardian del 20 settembre 1982

In cima all’edificio soldati israeliani guardavano verso i campi con i binocoli. Miliziani libanesi arrivarono in una jeep e volevano portare via un’assistente sanitaria norvegese. Ci rivolgemmo ad un soldato israeliano che disse ai miliziani di andare via. Infatti partirono. Alle 11.30 circa gli israeliani ci condussero a Beirut Ovest. Sedetti sul sedile anteriore di una jeep della IDF. L’autista mi disse: – Oggi è il mio Natale (intendendo la festività ebraica del Roshanah). Vorrei essere a casa con la mia famiglia. Credete che mi piaccia andare porta a porta e vedere donne e bambini? – Gli chiesi quante persone avesse ucciso. Rispose che non era affar mio. Disse anche che – l’armata libanese era impotente, erano stati a Beirut per anni e non avevano fatto nulla, che Israele era dovuta arrivare per fare tutto il lavoro“.

Testimonianza di Ellen Siegel, cittadina americana, infermiera volontaria, ebrea

Sin dalla seconda settimana della guerra, lo scorso giugno, funzionari israeliani parlavano in privato di un piano all’esame del ministro della Difesa Ariel Sharon che prevedeva l’ingresso dei falangisti nella Beirut Ovest e nei campi dei rifugiati per attaccare le forze dell’OLP“.

David Shipler, New York Times, settembre 1982

James Pringle, inviato di Newsweek, cerca venerdì di entrare a Sabra, mentre gli assassini stanno andando avanti nell’opera. Viene bloccato da soldati israeliani e, insieme, da miliziani falangisti del maggiore Haddad. Pringle chiede ad un uomo di Haddad il perché della sparatoria in corso: “Li stiamo scannando“, risponde il miliziano.

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