Vita senza gioia nell’inferno di Chatila
Viaggio nel campo dove i falangisti libanesi, con l’ausilio israeliano, massacrarono tremila palestinesi
Reietti della terra i 18.000 abitanti di Chatila, non solo palestinesi ma anche immigrati di altri paesi, vivono ammassati in un agglomerato di poco più di un chilometro quadrato e vedono avanzare verso di loro i palazzi della speculazione edilizia dove non potranno mai abitare
STEFANO CHIARINI – INVIATO A BEIRUT
“Non è possibile che ci sia qualcosa di peggio dell’inferno attraverso il quale siamo passati in questi ultimi 50 anni, da quando siamo stati cacciati dalla Palestina. È questa la nostra grande forza. Più di quel che già ci ha fatto Sharon non ci potrà fare. Mi hanno rubato la casa e le vigne in Palestina, fatto saltare la casa qui in Libano cinque volte. Massacrato il marito e altri nove parenti. Vivo in questa topaia senz’acqua e senza luce dal 1984. Che abbiamo da perdere? Siamo morti tante volte che la morte non ci fa più paura. Anzi è più misericordiosa di quanto lo sia il mondo nei nostri confronti, è l’unica a liberarci da una insopportabile non-vita“.
Moina, cinquant’anni, profuga palestinese originaria della zona di Akko vive in una stanzetta di pochi metri quadrati allo stesso tempo cucina, salotto e camera da letto, nel campo di Chatila, alla periferia sud di Beirut. “È il mondo ad avere paura di Sharon -continua tranquilla e sicura- perché non ci uccide in silenzio“. “Anche quel giorno di settembre del 1982 per alcune ore cercarono di massacrarci in silenzio – continua Moina dopo averci offerto un te ultrazuccherato, quasi iracheno – con i coltelli e le asce passando da una casa all’altra ma qualche grido strappò il silenzio e la gran parte riuscì a fuggire“.
Sul muro della misera casa, al piano terra, le foto della figlia, appena sposatasi che però – ci dice preoccupata la mamma- non avrebbe mai superato del tutto lo shock di quella notte. La bimba aveva poco più di un anno, quando, il 17 settembre 1982, il padre venne decapitato con un colpo d’ascia mentre la teneva in braccio, stretta per non farla cadere, anche quando era ormai senza vita. Andò ancora peggio, ci dice sospirando e invocando Allah, ad un vicino di casa al quale i falangisti, sotto gli occhi degli israeliani, legarono le gambe a due camion che poi partirono in due direzioni opposte.
Moina è una dei 18.000 abitanti di Chatila, a loro volta parte dei circa 390.000 rifugiati palestinesi in Libano che vivono, in maggioranza, in dodici campi, in condizioni di vita indegne di ogni essere umano. Basti pensare che una recente ricerca di un istituto norvegese, il Fafo, ha rilevato che ben il 50% degli adulti ha una qualche forma di handicap fisico o mentale, che il 60% dei trentenni non ha una istruzione di base, che il 60% delle famiglie è sotto la linea di povertà (meno di 500 dollari al mese per una famiglia di cinque persone) e che i casi disperati di miseria assoluta, secondo le stime dell’Unrwa, sono oltre l’11,5% del totale, assai più che nella striscia di Gaza. La disoccupazione ufficiale è ufficialmente al 42% ma in realtà è assai più alta. I profughi palestinesi in Libano non possono lavorare ufficialmente in oltre 70 mestieri e professioni, non possono avere alcuna proprietà e non possono ricostruire le proprie case nei campi al di fuori dei limiti originari del 1948.
Un regime di apartheid
Così Chatila, costruita in un avvallamento sabbioso non troppo lontano dal mare, si sviluppa sempre più in altezza con vicoli sempre più bui e case sempre più alte. Le notti e i giorni qui sono più bui di quelli di ogni altro posto. Notti di incubi, di ricordi, di volti che non ci sono più, di scene che non si possono ricordare perché ti uccidono la mente e ti stringono il cuore. Incubi di disperazione, di miseria, di una vita passata a bighellonare nel campo senza poter lavorare o a lavorare per una manciata di lire libanesi. Di urla di famiglie disgregate che attraversano i vicoli, in alcuni casi di poco più di un metro di larghezza, con al centro un’acqua putrida che tutto impregna di un odore nauseabondo. Il presente è insopportabile e i profughi vivono quasi sospesi tra la speranza del ritorno futuro in Palestina per il quale sono pronti a morire e un passato di dolci ricordi della “terra del latte e del miele“. Ricordi di campi coltivati, di greggi, di case con il pergolato, di vigne, di aranceti, di spazi liberi, di terra, di alberi, che molti non hanno mai visto ma che costituiscono comunque parte essenziale della loro identità. Ricordi dei mille colori dell’arcobaleno che a Chatila e nei campi profughi non ci sono mai stati: il verde delle colture, il marrone scuro della terra smossa, il giallo del grano, il blu del mare, l’azzurro del cielo, il giallo della luce del sole che entra nelle case. Colori sconosciuti nelle misere stradine dei campi profughi dove imperano il nero del sudicio dei muri, il marrone nauseabondo del fango, il grigio del cemento che lascia appena intravedere una striscina di azzurro lassù in alto dove i palazzi, in un ritorno al medioevo, quasi si sorreggono poggiandosi l’uno all’altro. Ricordi del passato e sogni del futuro impersonificati da una miriade di uccellini in gabbia, come i loro proprietari, che si intravedono su ogni sporgenza, balconcino, terrazza, gli unici posti dove i bambini possono giocare. Tutti aspettano che la gabbia si apra e possano tornare nella loro terra. Senza la prospettiva del ritorno i profughi non riuscirebbero neppure a vivere, non parliamo a lottare e combattere. I 18.000 abitanti di Chatila, non solo palestinesi ma anche immigrati di tanti altri paesi, vivono ammassati l’uno sull’altro in un agglomerato di poco più di un chilometro di raggio e vedono avanzare verso di loro i palazzi della speculazione edilizia dove non potranno mai abitare, cliniche dove non vengono accolti, campi da gioco dove non possono giocare.
Una passività mascherata da realismo
Un lento ma continuo tentativo di cancellare la loro esistenza realizzato ieri da Sharon con le ruspe e i massacri e oggi con la miseria, la speculazione, le autostrade, i parcheggi. A questo i profughi rispondono aggrappandosi alla terra e facendo rivivere nella vita quotidiana, attraverso le foto ingiallite appese ai muri delle povere case o nei racconti degli anziani, i loro villaggi e le loro città come se fossero a portata di mano. I bambini vanno alla scuola Ramallah dell’ONU, i più grandicelli alla media “Galilea”, gli ospedali si chiamano Gaza e Akko. “Guardatevi dalla passività mascherata da realismo – ci dice Jamil un giovane studente universitario che passa il tempo facendo piccoli lavoretti – perché non porta da nessuna parte come dimostra la vicenda di Oslo. Il governo israeliano non vuole una pace giusta, non vuole riconoscere le sue responsabilità nella nostra tragedia ma soprattutto non vuole alcuno stato palestinese sovrano con capitale Gerusalemme est e non lo vorrà mai finche gli Stati uniti, la comunità internazionale e i regimi arabi glielo permetteranno“.
“Sharon non vuole la pace, vuole la resa e un nuovo esodo – interviene un altro giovane in tuta da meccanico – per questo anche se non siamo d’accordo con lui oggi siamo tutti con Arafat prigioniero come noi, e come noi minacciato di essere ucciso, di essere cacciato dalla sua terra. E con lui continueremo a combattere. Il mondo smetta di darci consigli o di porci condizioni impossibili e pensi invece a fermare Ariel Sharon. Ma non ci facciamo illusioni. Sappiamo bene che, come 21 anni fa a Sabra e Chatila, questo non avverrà. Sappiamo che saremo lasciati ancora una volta soli ma sappiamo anche che il mondo non avrà pace finché non saranno riconosciuti i nostri diritti“.
Il Manifesto – 18 settembre 2003

