Amnesty International: “Palestina, il disastro di una terra occupata”

Israele sotto accusa: Insediamenti illegali. Le violazioni e i soprusi uccidono anche l’economia

di Raffaele Vitali

La Palestina sta implodendo. Fra attentati kamikaze, reazioni militari e omicidi mirati, nessuno si è preoccupato di studiare la situazione economico-sociale del paese, ormai al collasso. È questa una delle accuse che Amnesty international pone nel nuovo rapporto, “Sopravvivere sotto assedio: l’impatto delle restrizioni di movimento sul diritto al lavoro”, pubblicato ieri.

Al pari delle documentate violazioni dei diritti umani come la tortura e la detenzione sommaria, quotidiane nelle carceri israeliane, le restrizioni negano i diritti di sopravvivenza di uno Stato. Disoccupazione e povertà, malnutrizione, problemi sanitari e carenze educative sono la conseguenza di tre anni di chiusura dei passaggi, di blocchi stradali, di checkpoints e di lunghe ore di coprifuoco.

Queste restrizioni, apportate dal governo israeliano “a difesa dei propri territori”, impediscono ai lavoratori palestinesi di raggiungere il posto di lavoro o di portare a termine la distribuzione dei prodotti.

Quasi il 60% della popolazione palestinese vive al di sotto della soglia di povertà, due dollari al giorno, ed è costretta a dipendere dagli aiuti internazionali. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 50% e non esiste nessun sistema statale di aiuto.

Secondo Amnesty questa situazione, direttamente collegabile all’occupazione israeliana, è alla base della crescita del radicalismo fra i giovani palestinesi, sopraffatti da un futuro incerto e privo di prospettive economiche.

Per limitare gli spostamenti palestinesi, Israele utilizza metodi diversi che, a discapito del ritiro israeliano dal 40% della West Bank – Cisgiordania, stanno piegando l’economia palestinese.

Primo: chiusura delle strade. Le strade principali della West Bank sono proibite ai veicoli palestinesi, perché riservate a quelli israeliani. Usare strade secondarie non significa libertà perché blocchi improvvisi, divieti di transito e inviti, spesso armati, a tornare indietro, sono quotidiani. “Ogni volta che guido per strada e vedo un carro armato in lontananza – racconta un avvocato palestinese – posso solo sperare di tornare a casa per rivedere i miei figli. Se i soldati mi sparano, permesso o no, io potrei essere presentato come un terrorista e loro resterebbero impuniti”.

Secondo: “Back – to – back system”. È il metodo migliore per influire sullo sviluppo del commercio. I beni devono essere trasferiti dal camion fermo sul lato del checkpoint, su di un altro appostato dall’altra parte. Il passaggio può richiedere ore e ciò comporta un innalzamento dei costi (più veicoli, più autisti) e il deterioramento dei prodotti, soprattutto quelli agricoli.

Terzo: il coprifuoco. Gli israeliani programmano permessi da cinque ore, che possono essere revocati in ogni momento, durante i quali i palestinesi possono muoversi. Se si contravviene a questi ordini, l’esercito è autorizzato, come sottolinea il Procuratore militare generale, “a sparare perché opera in aree e circostanze in cui è richiesto l’uso della forza”. Il coprifuoco è il colpo mortale alla vita delle fabbriche, perché non permette lo spostamento dei lavoratori, se non per poche ore, rendendo impossibile la produzione.

Il 14 giugno 2002, denuncia Amnesty, un nuovo colpo alla libertà. Il governo israeliano ha cominciato la costruzione di una barriera-recinto-muro lungo il confine della Cisgiordania. Lunga 350 km, ipertecnologica, costa due milioni di euro al chilometro e dovrebbe avere una funzione difensiva contro gli attacchi dei kamikaze palestinesi.

La maggior parte della barriera è costruita sul territorio palestinese della West Bank. “La terra in questa zona è molto fertile, ricca di acqua, ma la parte migliore rimarrà nella zona israeliana” è l’accusa di Amnesty.

Qafin, cittadina a ovest di Jenin, è un caso simbolico. Il 60% delle terre coltivate, con migliaia di ulivi, non è più palestinese. Molti palestinesi lavoravano nella zona israeliana, ma l’erezione del muro ha impedito loro il passaggio. Ecco creati altri disoccupati.

Tutto questo in nome della sicurezza di Israele, che a discapito delle leggi internazionali, opera come vuole sul territorio occupato, spesso nel silenzio.

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