Balata camp

Balata camp (prima parte)

Domenica 31 Agosto 2003

Il campo profughi di Balata vicino Nablus è il campo più popolato della West Bank: in un area di 1 km quadrato abitano 25.000 persone.

Vi ricordo brevemente che gli abitanti di questi campi nella West Bank, a Gaza e nei paesi arabi confinanti (circa due milioni di persone), sono i profughi della prima guerra arabo-israeliana (1948) e i loro discendenti. Famiglie che hanno abitato per secoli in quella terra che ora si chiama stato di Israele e che sono scappate prima e immediatamente dopo la fondazione dello stato per paura della guerra e del terrorismo sionista
[sui gruppi terroristici sionisti consiglio l'articolo dell'israeliano Ury Avnery su www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/27-Agosto-2003/art37.html].

Famiglie che da 55 anni aspettano di ritornare nelle loro case; aspettano non solo perchè sono arabi e sentimentali, aspettano perché il diritto internazionale garantisce il rientro per i profughi di guerra, aspettano perché c’è una risoluzione dell’ONU che ha ribadito questo loro diritto (una delle 36 risoluzioni dell’ONU che Israele attualmente viola).

Aspettano e intanto vivono ammassati in zone delimitate sotto l’amministrazione dell’UNRWA, l’ente delle Nazioni Unite che si occupa dei profughi palestinesi, da cui ricevono la casa, il cibo e l’istruzione elementare.

I campi sono la peggiore realtà che si può incontrare nelle Palestina occupata: l’asfalto non esiste, la rete fognaria è inadeguata, alcuni vicoli sono larghi non più di 40 cm, le case non potendosi estendere al di là dell’area assegnata all’UNRWA si sviluppano in altezza; quando qualcuno si sposa la famiglia costruisce un altro piano per il nuovo nucleo familiare.

Nel campo di Balata l’unico edificio in buono stato è l’imponente moschea che c’è all’entrata, icona dell’aria che tira da queste parti.

Siamo nell’immediata periferia della città, ma qui non è più Nablus, qui siamo a Balata: qui le donne sono tutte velate e con gli uomini non hanno nessun tipo di contatto fisico, anche le Internazionali (a Balata c’è la base dell’ISM) non possono toccarsi troppo con gli uomini, non possono fumare.
Qui nei processi di pace e nelle tregue non ci hanno mai creduto.
Qui anche i volontari del Medical Relief sono visti con diffidenza, sono gente di Nablus, sono stranieri.
Qui ci sono delle armi e persone pronte ad usarle, anche se fino ad oggi scontri diretti non c’è ne sono stati, solo simbolici colpi sparati in aria.
Qui molti bambini camminano scalzi nella polvere ed hanno la carnagione più scura.
Qui quelli che lavoravano facevano gli schiavi in Israele, ora le frontiere sono chiuse e non lavora quasi nessuno.
Qui la povertà e l’emarginazione si toccano con mano, ad ogni angolo, ad ogni vicolo.
Qui 4 giorni è arrivato l’esercito israeliano


Balata camp (seconda parte)

Lunedì 1 Settembre 2003

Balata è un brutto posto, anche quando non c’è l’IDF come in questi giorni, sembra l’anticamera dell’inferno.

Le strada principale è un deserto di polvere dove le jeep scorrazzano allegramente, le due entrate sono presidiate dai tank, quei pochi sfigati negozietti sono serrati, gli shebab sono appostati nei vicoli e tirano pietre quando vedono passare le jeep, le jeep si fermano all’altezza dei vicoli e sparano.
Ogni tanto l’esercito occupa una casa, chiude tutta la famiglia in una stanza, abbatte qualche parete distrugge qualche mobile e poi se ne va…
this is a terror place and we do what we want…” la strategia dei soldati magistralmente riassunta da uno di loro.

What they wants: vi faccio il bilancio di quello che abbiamo visto in questi giorni, non di tutto quello che hanno voluto fare, solo di quello che abbiamo visto.
(Tenete presente che tutti questi episodi sono accaduti non durante operazioni di guerra, bensì durante il lancio di pietre su mezzi blindatissimi e tank)

Un ragazzo di 16 anni ha perso un occhio, colpito dai particolari proiettili di gomma israeliani. Noi abbiamo conservato il “proiettile di gomma”: una palla di piombo poco più grande di una biglia rivestito da un sottile strato di piombo…”what they wants“.

Un bambino di 9 anni ieri è stato colpito in bocca, la mascella è andata in pezzi e ora si trova in ospedale rischia di morire, lo abbiamo soccorso insieme ai volontari del Medical Relief. Non c’era nessuno scontro a fuoco in atto, solo il solito lancio di pietre, mentre correvamo verso l’ambulanza il soldatino che ha sparato è sceso dalla jeep bianco in volto, lo ha guardato e ci ha gridato:”let him die!!”…”What they wants“.

Due giorni fa un adolescente è stato colpito ad una gamba, i drusi ce lo hanno strappato dalle mani lo hanno caricato sulla jeep e lo hanno portato al presidio dove sono concentrati i mezzi militari per “interrogarlo” intanto lui sanguinava… dopo 30 minuti gli hanno permesso di salire sull’ambulanza e andare in ospedale…”What they wants“.

Giorni fa nel centro della città hanno sperimentato i nuovi lacrimogeni, certa roba gialla che se la respiri per due minuti svieni. Lo hanno lanciato nella finestra di una casa, per evitare che le persone dentro soffocassero nell’attesa che arrivasse l’ambulanza i volontari hanno rotto i vetri della finestra al secondo piano tirando sassi…”What they wants”.

A volte chiediamo ai soldati di farci entrare in una casa occupata con il personale di un’ambulanza per controllare se ci sono casi che richiedono assistenza sanitaria, quando ce lo impediscono (a volte si a volte no…arbitrio, what they wants) mentre ci allontaniamo ci dicono sorridenti Bye bye…”What they wants”.

I volontari del Medical Relief vestono una particolare casacca e hanno tutti una tesserino di riconoscimento con foto e nome, serve ad indicare ai soldati sono addetti al primo soccorso e che hanno il diritto di camminare durante il coprifuoco. Ogni giorno qualcuno di questi volontari viene fermato e trattenuto per ore, è capitato anche che li picchiassero, anche le ragazze…”What they wants“.

What they wants: sono giorni che questa frase ci gira nella testa, che cosa vogliono fare?

Qual’è la giustificazione di questi soldati?
Si devono difendere?
Da cosa?
Il lancio di pietre mette a repentaglio le vite dei soldati?
Quando i soldati girano a piedi nessuno si permette di tirargli nemmeno una gomma, li bersagliano solo quando girano nei blindati.

“Lanciare le pietre non serve a niente” su questo siamo tutti d’accordo.

Ma che dovrebbero fare?
“Dovrebbero starsene chiusi in casa insieme ai loro genitori” sarebbe meglio che rischiare occhi e mascelle per ammaccare un po’ un blindato.

Sì, sarebbe meglio, ma sarebbe una resa inaccettabile.
Spiegateglielo voi a questi ragazzini che non hanno il diritto di tirare pietre su i mezzi di un esercito che occupa la loro terra da 35 anni.

Tirare le pietre è il simbolo dell’intifada, gli shabab sanno cosa rischiano ma non c’è modo di impedirglielo hanno il diritto di farlo e lo fanno.

Proviamo una volta tanto a cambiare prospettiva: parliamo dei diritti umani che stanno tanto a cuore a noi occidentali, per difendere i quali più di una guerra abbiamo fatto qui. In questi 10 giorni di assedio noi abbiamo assistito ad una sistematica e permanente violazione dei diritti umani:

  • ostacolo al soccorso i feriti
  • sequestro di intere famiglie per svariati giorni
  • lancio di lacrimogeni nelle case
  • spari su ragazzini disarmati da distanza ravvicinata
  • fermi ingiustificati e violenze su personale sanitario

Questo non è l’Iraq di Saddam Hussein né l’Afghanistan dei Talebani o la Serbia di Milosevic.
Israele è uno stato democratico che ha un seggio all’ONU, rappresentanze diplomatiche all’estero e forti rapporti commerciali con il resto del mondo.
Sarebbe ora che qualcuno cominciasse a pensare seriamente di attuare una pressione anche forte nei confronti dello stato di Israele per mettere fine a queste violazioni: embargo economico, divieto di vendere armi, osservatori internazionali, forze di interposizione (caschi blu) delle Nazioni Unite. Gli strumenti ci sono manca solo la volontà di usarli.

Qui la gente non ne può più di vivere così: oggi sono cominciate le scuole e pareva che l’esercito si fosse ritirato invece è ricomparso esattamente all’ora in cui i ragazzini escono da scuola e ci sono stati scontri. Ovviamente un ragazzino è in fin di vita in ospedale con due pallottole di gomma in corpo, una in gola e una nel collo, sparate a distanza ravvicinata, una specie di esecuzione.

Questa vita non è una vita dignitosa non è neanche vita, è solo una disperata forma di sopravvivenza.

nat

Assopace – area che riporta esperienze dalle azioni pacifiste nei luoghi di conflitto (Palestina, Balcani, Kurdistan ecc.)
http://assopace.blog.tiscali.it

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