I soldati hanno lasciato Nablus

I soldati hanno lasciato Nablus. Grande euforia, ho pianto di gioia. Forse per scaricare la tensione, la rabbia, la paura accumulata nei giorni precedenti. Le case sono state liberate, gli abitanti tornano a piangere le devastazioni, ma rientrano nelle loro abitazioni.

Alcuni condividono con noi la gioia della fine dell’ennesimo incubo, altri sono molto arrabbiati, anche con noi, rappresentanti l’Occidente che lascia fare, che non vuole o non riesce a fermare le uccisioni, le distruzioni, l’occupazione.

Nel cortile interno due grandi voragini: cercavano passaggi sotterranei. Gli appartamenti sono devastati: calcinacci, armadi, specchi, stoviglie, mensole, quadri rotti, cassetti rovesciati, abiti a brandelli, finestre divelte, buchi nei muri. Pareti di legno o intercapedini divelte alla ricerca di passaggi nascosti o di armi. Linee telefoniche tagliate, un’antica cucina ridotta a pezzi, sporcizia ovunque, famiglie senza casa, mobili, soldi…

Nella piazzetta accanto al castello, cumuli di macerie, prima lì c’era la casa della famiglia Ganem. Le case intorno hanno i vetri delle finestre rotti per le esplosioni.

Visitiamo altri due appartamenti occupati: meno danni, le famiglie erano state allontanate; ora rientrano e puliscono. Si sentono impotenti, abbandonate, quasi rassegnate a subire questi soprusi, sperano soltanto che i soldati non tornino, oppure che la prossima volta non tocchi ancora a loro. Nessuno li difende, nessuno può fare nulla, soltanto denunciare a posteriori l’accaduto.

In giro per la old city: gli operai riparano le luci dei lampioni. È la prima volta che vedo tanta gente, si fatica a passare, negozi aperti, bancarelle [come un suk], giovani al Jasmin hotel, studenti a scuola o all’università. La città torna a vivere, tutti comperano: forse per fare le scorte in previsione del ritorno dei soldati?

Miriam Garavaglia, cooperante dello Sci
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