Inferno Nablus – racconto di due pacifiste

Quattro settembre, le dieci di sera: a Nablus iniziano a entrare i militari israeliani: cinque carri armati passano nella strada davanti a noi, poi camionette, blindati, jeep. In poche ore il coprifuoco viene esteso a tutta la parte occidentale della città.

Cinque settembre, le tre del mattino: un ragazzo viene ucciso, i militari dicono che si chiama Mohammed. Alle dieci il giovane è ancora in strada, morto; non permettono all’ambulanza di portarlo via. Tentiamo di raggiungere la scuola dove ci sono i ragazzi del Medical relief team (ong per l’assistenza sanitaria nei Territori Occupati). Stanno controllando che tutti i bambini siano presenti, che le famiglie della casa vicino abbiano raggiunto un posto sicuro.

Parliamo con un soldato nella jeep: ci dice che fra qualche minuto faranno esplodere un’abitazione vicino alla scuola. Allibiti chiediamo di portare le famiglie e i bambini con noi, lontano dall’edificio. Conosce le conseguenze traumatiche che queste persone e i bambini subiranno? “Certo!”, ci risponde. Perché non ci permette di portarli in salvo? Il soldato dice che è troppo tardi: l’edificio sta per saltare in aria. Ci incamminiamo verso la scuola. Urla: “Stop, go away!”, è molto nervoso, temiamo ci spari e facciamo un passo indietro. Il nostro sguardo è richiamato da un grande frastuono: vediamo la luce arancio dello scoppio: tutto è saltato per aria, un’onda di fumo si alza in cielo, i pezzi della casa investono la scuola, le cui finestre scoppiano; tutte le persone attorno sono investite dagli oggetti e dai detriti. Lo hanno fatto anche se c’erano bambini, donne, ragazzi! Tutti urlano, piangono, corriamo verso la scuola per aiutarli. L’edificio all’interno è devastato, tutte le finestre per terra, i bambini piangono, urlano. Qualcuno li prende in braccio e li stringe forte, ma non basta.

Entriamo in una delle case vicine, colpite dal fuoco; arrivano i pompieri, della casa non è rimasto niente, solo macerie: la folla è intorno all’edificio, raccolgono le foto delle famiglie che abitavano lì, qualche oggetto, qualche ricordo frantumato. Molte persone si rivolgono ai soldati, esprimono tutta la loro rabbia urlando, piangendo. I soldati ridono forte.

Alle due e mezzo, venti persone sono già in ospedale: esaurimento nervoso, sono sotto schok.

Simona Barberini e Federica Tonin – International solidarity movement (Ism) – Nablus

[da Il Manifesto del 6 settembre 2003]

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