LA MESSINSCENA DI GINEVRA
di Ilan Pappe
Viviamo in un tempo di vera e propria aggressione mediatica intensa e invadente e lo sappiamo bene. I telespettatori israeliani hanno avuto un bel colpo di fortuna a vedere di sfuggita alcune immagini delle riunioni che hanno prodotto gli accordi di Ginevra. Le affrettate sequenze che abbiamo visto in novembre ci hanno mostrato un gruppo di noti scrittori e pacifisti israeliani che urlavano addosso a un gruppo di palestinesi non proprio noti e piuttosto spauriti, in gran parte funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese. A suo tempo Abba Eban aveva detto che i palestinesi non perdono mai l’occasione di perdere un’occasione: era proprio questo quanto andavano più o meno gridando gli Israeliani: “Questa è la vostra ultima chance, questa è la migliore e la più generosa offerta che Israele vi abbia mai proposto“.
Si trattava di una scena familiare. Le svariate memorie prodotte dai protagonisti dell’Accordo di Oslo sottolineano che cose analoghe erano state dette pure in quella occasione, mentre fughe di notizie dal summit di Camp David nel 2000 descrivono rapporti analoghi tra Clinton, Barak e Arafat. In effetti, il tono e il comportamento israeliano non sono cambiati da quando l’Inghilterra, alla fine della seconda guerra mondiale, rinunciando al suo mandato ha provocato il trasferimento della questione palestinese alle Nazioni Unite. Allora le Nazioni Unite erano un’organizzazione molto giovane e inesperta e le persone che erano state nominate per trovare una soluzione alla Questione Palestinese non sapevano né da dove cominciare né come procedere. L’Agenzia Ebraica [il potere sionista nelle sue varie ramificazioni] ha colmato questo vuoto in modo perfetto e rapido sfruttando il disorientamento e la passività palestinesi.
Nel maggio 1947, l’Agenzia ha trasmesso un piano completo a un Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina (UNSCOP: United Nations Special Commitee on Palestine), che proponeva la creazione di uno Stato Ebraico sull’80% della Palestina, corrispondente più o meno ad Israele di oggi escludendo i Territori Occupati. Nel novembre 1947, il Comitato ha ridotto lo Stato Ebraico al 55% della Palestina ed ha trasformato il piano nella Risoluzione numero 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il fatto che la Palestina abbia rifiutato questa risoluzione non ha sorpreso nessuno: i palestinesi si erano opposti ad una spartizione fin dal 1918. Invece la sua approvazione da parte sionista era prevista in anticipo.
Visto che i Palestinesi non approvavano l’idea sionista della spartizione, era tempo di assumersi la responsabilità di un’azione unilaterale. Infatti, col piano del maggio 1947, la dirigenza ebraica ha indicato con chiarezza le parti della Palestina alle quali il futuro Stato Ebraico ambiva. Il problema era che all’interno di quell’80% della Palestina che volevano, gli ebrei erano una minoranza: il 40% (660.000 ebrei per un milione di palestinesi). Ma i dirigenti sionisti avevano previsto questa difficoltà fin dalla nascita del loro progetto. La soluzione che proponevano era la deportazione forzata della popolazione indigena per poter fondare uno Stato Ebraico. Negli anni ’40 sono stati elaborati vari piani di pulizia etnica per liberare le grandi aree individuate come parti del futuro Stato Ebraico in Palestina.
La Palestina non è stata divisa: è stata distrutta e una gran parte del suo popolo è stata espulsa. Questi sono i fatti che hanno determinato lo scoppio del conflitto che dura da allora. Negli anni ’60 nasce l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) come incarnazione della lotta palestinese in vista del ritorno, della ricostruzione e della restituzione. Ma i profughi sono stati ignorati dalla comunità internazionale e dai poteri regionali arabi. Soltanto Nasser sembrava aver assunto la loro causa forzando la Lega Araba ad esprimere le sue preoccupazioni. Ma, come dimostrato dalle improvvide manovre arabe del giugno 1967, tutto ciò non è servito.
Nel giugno 1967, tutta la Palestina è diventata Israele: la nuova realtà geopolitica esigeva di avviare un processo di pace. All’inizio le Nazioni Unite hanno preso l’iniziativa, ma sono state ben presto sostituite dagli artigiani statunitensi della pace. I primi architetti della Pax Americana avevano idee tutte loro sulla questione, che sono state categoricamente respinte da Israele senza concludere nulla. Il mediatore statunitense è diventato il mandatario dei piani di pace israeliani che erano basati su tre precondizioni: che non si sarebbe fatto cenno alla questione della pulizia etnica del 1948, che i negoziati si sarebbero riferiti soltanto al futuro delle zone che Israele aveva occupato nel 1967 – ossia Cisgiordania e Striscia di Gaza – e in terzo luogo che il destino della minoranza palestinese in Israele non sarebbe stato oggetto di una soluzione specifica. Ciò significava che l’80% della Palestina e più del 50% dei palestinesi sarebbero stati esclusi dal processo di pace. Questa formula è stata accettata senza riserve dagli Stati Uniti e venduta come la migliore offerta possibile a tutto il resto del mondo.
Israele sembrava voler spartire la West Bank con la Giordania, per poi abbandonare definitivamente questa ipotesi quando il Likud è arrivato al potere nel 1977. Quel nuovo governo non era interessato a nessun genere di accordo o di compromesso. Questo progetto è stato riproposto fra il 1984 ed il 1987, durante il governo di unità nazionale in Israele, fino a quando i giordani si sono resi conto che il governo israeliano non avrebbe mai consegnato tutta la Cisgiordania, nemmeno a loro.
L’occupazione israeliana è andata avanti senza ostacoli, in assenza di un processo di pace equo. Fin dall’inizio – un bel po’ prima degli attentati suicidi – ci sono state distruzioni di case, assassini di civili innocenti, espulsioni, sbarramenti e un generale costante stato di persecuzione. Gli anni ’50 e ’60 hanno segnato un permanente aumento del movimento dei coloni, che ha prodotto non soltanto espropriazioni di terre, ma anche un forte incremento di atti di pura brutalità. I palestinesi hanno risposto con una radicalizzazione dell’islam politico, che è diventato in breve una forza di cui tener conto. La sua resistenza all’occupazione era più coraggiosa di qualunque altra praticata sino ad allora, ma il suo atteggiamento nei confronti dei rivali interni e, in generale, della popolazione, era altrettanto rigido. Nessun settore del suo movimento ha mostrato il benché minimo interesse a tentare una via diplomatica per risolvere il conflitto. Nelle zone occupate la frustrazione si è fatta sempre più forte fino a che, nel dicembre 1987, la popolazione locale si solleva di nuovo contro l’occupante.
Quando la violenza si è fermata, è iniziato un nuovo periodo di processi di pace, uguale ai precedenti. L’équipe israeliana si è allargata comprendendo universitari e politici. Ancora una volta si trattava di un tentativo israeliano di accattivarsi l’approvazione statunitense. Ancora una volta gli USA hanno tentato di portare avanti i loro progetti: il processo di Madrid del 1991 faceva parte del tentativo statunitense di giustificare la loro prima guerra del Golfo. I palestinesi potevano trovarsi d’accordo con certe idee contenute in questo processo, ma la strada era lunga e difficile e nel frattempo si era sviluppata una nuova iniziativa israeliana.
Questa iniziativa introduceva un nuovo elemento. Per la prima volta, gli israeliani si sono messi alla ricerca di interlocutori palestinesi vicini al loro modello di pace per la Palestina, puntando al vertice: la dirigenza dell’OLP a Tunisi. Quest’ultima è rimasta abbindolata dalla promessa israeliana – inclusa nell’art.5, clausola 3 dell’Accordo di Oslo – che dopo cinque anni dedicati ai bisogni di sicurezza di Israele, le principali richieste palestinesi sarebbero state poste sul tavolo dei negoziati. Nel frattempo i Palestinesi avrebbero potuto fingere di essere indipendenti, ma in realtà si è offerta loro l’opportunità di formare un’Autorità Nazionale Palestinese che, decorata dei simboli della sovranità, era destinata a rimanere intatta solo se avesse infierito contro qualunque movimento di resistenza contro Israele. E a tale scopo, l’Autorità Nazionale Palestinese ha messo in piedi cinque organizzazioni di servizi segreti.
La pseudo-autonomia della Palestina agiva poco contro l’occupazione, che in certe zone, era diretta ed in altre indiretta. Intanto arrivavano altri coloni ebrei e dappertutto continuava la persecuzione. Quando l’opposizione palestinese si è rivalsa con gli attacchi suicidi, gli israeliani hanno arricchito il loro repertorio di punizioni collettive a tal punto che il sostegno ai kamikaze è aumentato di settimana in settimana.
Sei anni dopo la firma di Oslo, il “campo della pace” in Israele è di nuovo giunto al potere con Ehud Barak. Un anno più tardi, questi doveva fronteggiare una crisi politica provocata dalla sua eccessiva ambizione in quasi tutti i campi. La pace con i palestinesi sembrava essere la sua unica salvezza. I palestinesi si aspettavano che la promessa fatta ad Oslo diventasse la base per nuovi negoziati. Avevano accettato di aspettare cinque anni: era ora di discutere la questione di Gerusalemme, il destino dei profughi e il futuro delle colonie. Gli israeliani hanno ancora una volta architettato un piano, arruolando ancor più universitari ed esperti ” professionisti”. La dirigenza palestinese, divisa, è stata incapace di produrre contro-proposte senza aiuto esterno ed ha cercato consigli presso improbabili intermediari, come l’Istituto Adam Smith di Londra.
Non c’è da sorprendersi se sul tavolo dei negoziati di Camp David nell’estate 2000 c’era solo il progetto israeliano. Fatto proprio dagli USA, prevedeva il ritiro dalla maggior parte dei territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza e lasciava ai palestinesi il 15% della Palestina originaria sotto forma di cantoni separati, intersecati da strade maestre, colonie, campi militari e muri. Nessuna capitale palestinese a Gerusalemme, nessuna soluzione al problema dei profughi e un totale abuso del concetto di Stato e di indipendenza. Persino il pur fragile Arafat, che fino a quel momento era sembrato soddisfatto dai vantaggi derivanti dal potere, non avendo mai esercitato il sulta (il potere reale), non poteva firmare un documento che si prendesse gioco di ogni richiesta palestinese. Così è stato subito accusato di essere un “guerrafondaio”.
Manifestanti disarmati hanno espresso la loro costernazione nell’autunno 2000 e l’esercito israeliano ha sparato loro addosso. La risposta palestinese è stata immediata e la resistenza si è militarizzata. Dopo tre anni di una seconda Intifada, sono ripresi gli sforzi di pace. La formula è identica: un’iniziativa israeliana rispondente al pubblico ed ai bisogni israeliani, fatta passare per onesta mediazione da parte degli USA.
Nel 2003 si sono fatte strada tre iniziative. La prima aveva già ricevuto il sostegno degli USA: la Road Map. Al termine di questo progetto, il 10% dei palestinesi sarebbero stati suddivisi in due enormi campi-prigione (uno a Gaza e l’altro in Cisgiordania) senza alcuna soluzione al problema dei profughi e in più con un controllo totale da parte israeliana su Gerusalemme.
La seconda iniziativa, che non ha avuto nessun seguito, è la proposta Ayalon-Nusseibeh, basata su un ritiro totale dai Territori occupati (ad eccezione della Grande Gerusalemme, che abbraccia circa un terzo della Cisgiordania) come contropartita ad una promessa palestinese di lasciar perdere il diritto al ritorno dei profughi. Sari Nusseibeh è il presidente dell’Università al-Quds e vecchio rappresentante dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gerusalemme. Amy Ayalo, dirigente dello Shin Bet (servizi segreti israeliani) dal 1996 al 2000, vive nell’antico villaggio di Ijzim, da cui la popolazione palestinese è stata espulsa nel 1948. Il piano Ayalon-Nusseibeh non ha scosso gli Israeliani, ma ha depresso le comunità dei profughi.
Ed ora assistiamo alla messinscena di Ginevra: una costruzione grandiosa per la pretenziosità del documento e per il fastoso cerimoniale di stile hollywoodiano. Non se ne farà niente, questo è fuor di dubbio, ma vale la pena di dar uno sguardo un po’ più da vicino. Per la prima volta c’è un pieno riconoscimento del diritto del popolo ebreo ad avere uno Stato e l’accettazione di Gerusalemme come capitale d’Israele. Il documento propone soluzioni pratiche e dettagliate al problema dei profughi, problema che è stato la causa del fallimento di tutti gli sforzi sino ad oggi. Nel documento c’è anche la promessa alla maggioranza degli ebrei che vivono negli insediamenti in Cisgiordania che potranno restare nelle loro case e faranno parte dello Stato d’Israele. C’è anche l’impegno palestinese a smilitarizzare lo Stato Palestinese e a non permettere a truppe straniere di stazionarvi.
Salta agli occhi che, se l’ostacolo del diritto al ritorno dei profughi è stato rimosso e se la pace e la riconciliazione devono essere condotte a buon fine, l’ebraicità di Israele (cioè l’ebraicità dello Stato originario con gli annessi blocchi di colonie in Cisgiordania e nella Grande Gerusalemme) non è affatto un ostacolo. Al contrario, quello che manca, sarebbe il riconoscimento palestinese di un nuovo, grande Israele. E che cosa si offre ai Palestinesi per incoraggiarli a riconoscere uno Stato costruito sulla terra dalla quale nel 1948 sono stati cacciati via per ripulirla etnicamente e che poi, nel 1967, è stata loro definitivamente sottratta? In che cosa consiste la generosa offerta che i pacifisti israeliani spingono i loro omologhi palestinesi della campagna di Ginevra a non lasciarsi scappare? Un mini-Stato costruito sul 15% di ciò che era la Palestina, con una capitale vicino a Gerusalemme, ma non a Gerusalemme, e nessun esercito. A ben guardare, l’autorità e il potere concessi a uno Stato simile non hanno nulla a che vedere con la nozione di Stato globalmente intesa o elaborata su basi scientifiche di qualsiasi tipo.
Ma la cosa più rilevante è che il progetto di Ginevra lascerebbe i profughi in esilio. Gli “ingenui” dicono che i profughi palestinesi potrebbero scegliere tra ritornare in ciò che resta del loro paese di un tempo e restare nei campi profughi. E siccome probabilmente sceglieranno di aspettare che la comunità internazionale rispetti i suoi impegni perorando il ritorno incondizionato secondo la Risoluzione n° 194, continueranno a restare profughi, mentre i loro compatrioti in Israele continueranno ad essere cittadini di serie B nel restante 85% della Palestina.
Non c’è nessun riconoscimento delle cause di questo conflitto (la pulizia etnica del 1948), nessun processo di verità e di riconciliazione che responsabilizzi Israele per le sue azioni nel ’48 e dopo. A queste condizioni, né i Palestinesi né il mondo arabo nel suo insieme si sentiranno disposti ad accettare uno Stato Ebreo.
Durante una celebrazione a Tel Aviv, gli architetti dell’Accordo di Ginevra hanno intonato a più riprese una canzone popolare intitolata “E Tel Aviv sarà Ginevra”. Ma Tel Aviv non è Ginevra: essa è costruita sulle rovine di sei villaggi palestinesi distrutti nel 1948 e non diventerà mai Ginevra. Dovrebbe tutt’al più aspirare ad essere una Alessandria o una Beirut, cioè gli ebrei che hanno invaso il mondo arabo con la forza dovrebbero dimostrare la loro volontà di far parte del Medio Oriente piuttosto di volervi restare come Stato straniero.

