L’ACCORDO DI GINEVRA: GUERRA ALLA MEMORIA E NEGAZIONE DELLA REALTÀ
di Juma’ Jamal *
I firmatari e sostenitori dell’Accordo di Ginevra stanno diffondendo l’idea che questo accordo potrebbe portare ad una riconciliazione storica, definita come il riconoscimento reciproco del diritto dell’altra parte ad uno stato. Ma mentre i Palestinesi dovrebbero riconoscere – per l’ennesima volta – Israele come stato ebraico, gli israeliani dovrebbero riconoscere in un secondo momento lo stato palestinese, nelle modalità che saranno concesse.
Notevole è il fatto che la riconciliazione, di cui parla l’Accordo, porterà ad una soluzione finale del conflitto che vieterà ai palestinesi di “presentare alcuna rivendicazione legata ad eventi avvenuti prima dell’Accordo”. La questione centrale non sta però nel riconoscere uno stato palestinese ma nella sua composizione perché la ragione di fondo per cui la stragrande maggioranza di palestinesi rifiuta l’Accordo sta nel tipo di stato di cui si parla. È evidente che l’Accordo è quasi del tutto staccato dalla realtà dell’Occupazione che, come il Muro, continua senza ostacoli.
L’Accordo di Ginevra è costruito a partire dalla struttura degli Accordi di Oslo, che hanno già dimostrato con il loro fallimento come non è possibile firmare “accordi” mentre l’occupazione è ancora in atto. A Oslo, entrambe le parti hanno firmato un accordo ed è iniziato un percorso di cosiddetti negoziati, che è durato più di sette anni e non ha mai tenuto conto dell’intensificarsi delle confische delle terre palestinesi da parte israeliana, dell’espansione delle colonie esistenti e della costruzione di nuove colonie, così come pure della costruzione di una rete stradale ad uso esclusivo dei coloni in tutta la Cisgiordania e nella Striscia di Gaza – sempre allo scopo di distruggere la continuità del territorio e di limitare la crescita delle comunità palestinesi. L’escalation di queste realtà e di tante altre restrizioni della vita dei palestinesi ha portato ad un deterioramento della vita economica, sociale e politica ed ha prodotto come risultato la volontà di resistenza che sta alla base della seconda Intifada.
Che tipo di stato palestinese?
Chi firma l’Accordo e perché?
Una Guerra contro la Memoria e la Realtà
Che tipo di stato palestinese?
Frontiere e Stato
L’Accordo parla di frontiere fra due stati che dovrebbero partire dalla definizione ONU del 4 Giugno 1967. Invece si parla di “modifiche reciproche” intendendo lo scambio di Gerusalemme e della parte occidentale di Betlemme con un pezzo di deserto. Ma non si ferma qui. Gli israeliani potranno mantenere anche una “presenza minore” nella Valle del Giordano, senza che sia specificato che cosa s’intende con “minore”. Una tale “presenza” è soltanto uno degli esempi che testimoniano che il Muro – in questo caso nella Cisgiordania orientale -, dal punto di vista del linguaggio israeliano, è conforme al senso dell’Accordo.
Le modifiche di cui parla l’Accordo includono anche delle “Stazioni di Allerta Rapida” (EWS) – basi militari con sistemi radar – per controllare traffico aereo e movimenti terrestri di ogni tipo su un’area che giunge fino all’Iraq. Queste “stazioni”, già esistenti in vari punti della Cisgiordania, continueranno a perpetuare l’occupazione nelle zone settentrionali e centrali della Cisgiordania secondo il criterio della “quantità minima necessaria” di terre da tenere sotto controllo israeliano, mentre l’area circostante sarà sotto controllo internazionale. Le aree controllate da Israele o da coloni d’Israele, sparse in tutta la Cisgiordania, fanno sì che di fatto la sovranità Palestinese sui territori del 4 Giugno 1967 sia una mera illusione. Fanno parte del gioco di contraddizioni, modifiche ed eccezioni che caratterizzano gli accordi con Israele.
L’Accordo di Ginevra assomiglia quindi molto di più alla realtà quotidiana di oggi che non ad una riconciliazione di domani.
Sicurezza e Terrorismo
L’argomento della sicurezza occupa gran parte dell’Accordo e prevede che entrambe le parti lavoreranno per combattere “terrorismo e violenza”. “Un comitato misto di sicurezza sarà istituito per risolvere tensioni locali”, nasceranno sottocomitati e un ufficio permanente che terrà regolarmente delle riunioni per coordinare gli sforzi tesi a fermare “terrorismo e violenza” contro persone, proprietà, organizzazioni e territori in entrambe le parti. Il senso di tutto ciò può essere riassunto nel fatto che lo Stato Palestinese smilitarizzato è tenuto a cooperare con i militari e con il governo israeliano in caso di attacchi “terroristici”. Per poter adempiere al suo compito di garantire la sicurezza israeliana, lo Stato Palestinese disporrà di una “Forza di Sicurezza Palestinese” (PSF), i cui compiti principali andranno dal pattugliamento delle frontiere al mantenimento dell’ordine pubblico – una struttura simile a quella creata dopo la firma degli Accordi di Oslo che davano all’occupato la responsabilità della sicurezza e della realizzazione delle politiche dell’occupante.
Affinché la cooperazione sulla sicurezza possa funzionare nel modo migliore ci dovrà essere uno scambio di informazioni che dipenderà dalla definizione israeliana di “terrorismo”. L’esperienza attuale c’insegna che questo si traduce nel fatto che l’intero popolo palestinese è visto come una minaccia alla sicurezza israeliana. Secondo l’Accordo, lo Stato Palestinese dovrà cooperare con un comitato trilaterale che fisserà delle politiche comuni contro “violenza e terrorismo”. La resistenza nazionale palestinese sarà quindi definita “violenza e terrorismo”.
Ciò che caratterizza l’Accordo è la quantità di termini incomprensibili o ambigui utilizzati dai promotori. Per esempio, l’Accordo parla dell’istituzione di leggi contro il razzismo, il terrorismo e la violenza. Non si sa però a che cosa ci si riferisce esattamente quando parla di terrorismo anche perché si dà per scontato che si attribuisca lo stesso significato alle parole. La parola più contraddittoria è il termine “razzismo”. Infatti gli israeliani potrebbero pensare che studiare la Nakba (la catastrofe del ’48) in una scuola palestinese possa essere considerato “razzismo”, ma, secondo questo Accordo, non sarebbe razzista dichiarare che Israele è uno stato ebraico e fissare i limiti alla percentuale di non-ebrei che possono risiedere al suo interno.
La cooperazione sulla sicurezza fra le due parti includerà anche uno sforzo congiunto teso a creare un Medio Oriente libero da armi di distruzione di massa. Senza elencare un’altra volta tutte le contraddizioni, questi Accordi rappresentano e giocano la partita israeliana, trascurando l’esistenza di reattori nucleari israeliani e dell’industria globale delle armi visto che queste non vengono considerate una minaccia per la sicurezza internazionale, anzi esistono proprio per “lottare contro il terrorismo” costituito dalle case palestinesi nei campi profughi o da qualsiasi altro luogo che Israele decida di attaccare.
L’Accordo sottintende che il Sud del Libano e stati come la Siria e l’Iran rappresentino la “vera” minaccia alla sicurezza in Medio Oriente per il semplice fatto che non accettano la definizione di “terrorismo” imposta a livello internazionale. Lo Stato Palestinese non potrà quindi “cooperare o creare alleanze con un’organizzazione o alleanza di tipo militare o di sicurezza che abbia fra i suoi obiettivi quello di lanciare attacchi o altri atti ostili contro Israele”. Fino a prova contraria gli unici aggressori contro i Palestinesi sono gli israeliani e lo Stato Palestinese dovrà combattere i propri cittadini e gli stati e le organizzazioni che sostengono la causa palestinese per garantire la “sicurezza” israeliana.
Sovranità e ghetti circondati dal Muro
La sovranità palestinese sarà su una terra divisa in ghetti e lacerata da colonie israeliane e da una rete stradale per i coloni. Le frontiere saranno controllate da comitati internazionali e si prevede una presenza israeliana sul territorio palestinese oltre a comitati misti di sicurezza all’interno di uno stato palestinese smilitarizzato. Questi sarebbero gli elementi nuovi di “sovranità” presenti nel dizionario dei firmatari.
Non è un caso che l’Accordo non menzioni il Muro, mentre invece gli articoli sul territorio, sul ritiro, sulle frontiere e soprattutto sulla sicurezza sono funzionali al tracciato del Muro. L’Accordo dice che ci sarà una presenza israeliana in vari punti della Cisgiordania – e questa presenza risponde alla realtà concreta che Israele sta costruendo sul terreno. L’Accordo afferma che “Israele mantiene una piccola presenza militare nella Valle del Giordano” per un periodo indefinito – una misura che può essere vista solo in funzione della costruzione del Muro nella parte orientale della Cisgiordania che isola l’intera Valle del Giordano. L’Accordo continua dicendo che “Israele manterrà due “EWS” (Stazioni di Allerta Rapida) nel nord e nel centro della Cisgiordania” che saranno sotto diretto controllo israeliano mentre le aree circostanti saranno sotto controllo internazionale. La posizione esatta delle “EWS” non viene specificata. Esiste già una EWS in un’area che sarà isolata dal Muro nella Valle del Giordano e altre in diverse aree isolate dietro il Muro. Ulteriori zone già isolate dal Muro nel Nord o da isolare nel centro della Cisgiordania saranno le probabili candidate per altre EWS. Nel caso di Gerusalemme, Israele sta delineando le frontiere con il Muro legittimato dal fatto che i palestinesi avranno il controllo su alcuni quartieri sparsi in Gerusalemme Est. Ed anche il Muro meridionale attorno ai distretti di Betlemme e Hebron è in linea con l’Accordo visto che una delle zone scambiata/annessa ad Israele comprenderà tutta la zona occidentale di Betlemme che verrà isolata a ovest dal Muro.
La continua presenza israeliana con varie modalità – ma sempre sotto forma di Occupazione – garantisce lo strangolamento della Cisgiordania, mentre il Muro ha come compito di migliorare il controllo israeliano sulle zone palestinesi che rimangono fuori dal Muro. Tutto ciò insieme alle restrizioni della libertà di movimento dei Palestinesi e tramite un sistema di permessi che garantisce il controllo israeliano, serve a rendere la sopravvivenza dei palestinesi sulla loro terra del tutto impossibile. Il Muro funziona da frontiera, ma potrebbe anche “svilupparsi” come un recinto che circonda le aree controllate da Israele sotto il pretesto delle loro necessità di sicurezza (che è quello che sta succedendo ora con gli insediamenti e le “zone sterili” che li circondano). Gli spezzoni del cosiddetto Stato Palestinese – dei veri e propri ghetti – diventerebbero così delle enclavi circondate dai Muri.
La realtà è che il Muro continua a crescere giorno dopo giorno e circa ¼ della sua costruzione è già stata completata, mentre ci sono ben pochi segni che il Muro possa mai essere distrutto. La lezione di Oslo è chiara: la divergenza, fra la retorica della “pace” e la continua espansione degli insediamenti ed i lavori che accelerano la costruzione del Muro in varie zone della Cisgiordania, aiuta soltanto l’espansione del controllo israeliano.
I Profughi e il Diritto al Ritorno
Per quanto riguarda la parte dell’Accordo relativa ai profughi, non c’è altra possibilità che comprenderla come negazione dell’intera causa palestinese. L’Accordo parla di “libertà di scelta” dei profughi riguardo ad un loro “posto di residenza permanente” (PRP) dando la priorità ai profughi in Libano. La “libertà di scelta” significa soprattutto che Israele ha il diritto di decidere la percentuale dei palestinesi che possono tornare alle loro case e sulla loro terra, da dove erano stati costretti di scappare. C’è poi una domanda a cui i firmatari dell’Accordo non possono rispondere: che cosa succede se tutti i profughi – in Sira, in Giordania, in Libano e nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza – vogliono tornare nelle loro case e nei loro paesi occupati nel 1948 dove Israele ha costruito il suo stato a loro spese? La libertà di scelta non dovrebbe essere discussa fino a quando il diritto all’autodeterminazione dei Palestinesi non fa affatto parte di questa “scelta”.
La cosa più significativa in questo Accordo è la sua insistenza sul fatto che nel futuro i profughi palestinesi non potranno più fare nessuna rivendicazione. L’Accordo è quindi in armonia con le politiche razziste israeliane che dicono che i profughi non ritorneranno mai. Il Muro che Israele sta costruendo in Cisgiordania mira all’espulsione della popolazione dai loro villaggi e dalle città ed è una continuazione in linea diretta di ciò che l’Accordo definisce come un passato che dovrebbe essere dimenticato. La scelta libera dei profughi non esclude soltanto un ritorno nelle terre del ’48 ma anche in quelle della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Non a caso il Muro circonda città e villaggi isolandoli dalle loro terre e quindi dalla loro unica possibilità di espansione, assicurandosi quindi di non lasciar modo ai profughi di ritornare in queste zone. La politica razzista israeliana non può accettare il ritorno dei profughi alle loro case da cui erano stati espulsi e neanche un loro ritorno nella Cisgiordania è accettabile per “motivi demografici”. Nonostante ciò, i profughi avranno, secondo l’Accordo, la “libertà di scelta” del loro “posto di residenza permanente”!
Chi firma l’Accordo e perché?
La “sinistra” sionista e la “comunità internazionale”: l’opposizione al Muro come legittimazione di Ginevra
Se questo è il contenuto dell’Accordo, perché l’Occidente lo sta celebrando e perché i firmatari sono così contenti? Per quanto riguarda la sinistra sionista, è evidente che le trattative di Ginevra sono un’espressione perfetta dei suoi bisogni attuali: riconquistare il potere ed assicurarsi di mantenerlo il più a lungo possibile. Quindi prima di tutto l’Accordo fa parte di una lotta interna e razzista per il potere fra gli israeliani. I pochi ma ben visibili gruppi “pacifisti” israeliani esistenti, fanno parte di questi partiti sionisti di sinistra e sostengono Ginevra. Il Muro è diventato uno dei modi con cui questi gruppi si sono distinti: la loro opposizione non è contro il Muro di per sé ma contro il suo tracciato, chiedono che sia spostato sulla o vicino alla Linea Verde. Questi appelli hanno rafforzato il sostegno internazionale all’Accordo di Ginevra.
Anche gli Stati Uniti, per garantire i loro interessi in questa regione stanno spingendo in questa direzione. Sono convinti che l’ascesa al potere del loro alleato naturale – la sinistra sionista – riuscirà a normalizzare e a togliere vento alle vele della resistenza anti-USA che sta crescendo nella regione per poter così arrivare a completare loro piani.
L’élite palestinese
I palestinesi che hanno partecipato alla firma del Accordo fanno parte dell’élite che prospetta uno stato che soddisfi i loro interessi. Ginevra prevede uno Stato Palestinese che, al contrario di quello israeliano che è lo Stato per tutti i cittadini ebraici, sarà lo stato dell’élite che ha degli interessi strategici in comune con quelli israelo-americani. Per questa élite, la causa palestinese come lotta e destino è scarsamente proficua in un momento in cui gli USA dominano come superpotenza. Quindi proclama che non c’è altra soluzione se non quella di accontentarsi e di lavorare su quello che definiscono “la realtà”. L’opzione per queste persone è facile: tutto quello che devono fare è firmare un accordo e così non perderanno i loro privilegi. Per il resto del popolo palestinese non sarà facile: il pezzo di torta non è abbastanza grande da dividere fra alleati -Israeliani e Palestinesi- ed il popolo palestinese. La parte che toccherà al popolo palestinese in questo caso potrà essere rappresentata da un permesso di lavoro nelle aree israeliane o da un arruolamento nelle forze di sicurezza palestinesi che dovranno proteggere lo Stato d’Israele dal “terrorismo” palestinese.
L’Accordo è stato elaborato e firmato da individui che credono di avere il diritto di parlare in nome del popolo palestinese in generale, dei suoi 4 milioni di profughi e delle decine di migliaia di vittime causati da Israele. In realtà, non hanno il mandato di farlo. L’Accordo non tratta con criteri di giustizia la causa palestinese e non garantisce gli interessi del popolo palestinese nel cui nome è stato firmato.
Una Guerra contro la Memoria e la Realtà
L’Accordo nel suo complesso mette la parola fine alla causa palestinese. La riconciliazione storica di cui parla l’Accordo non potrà essere raggiunta se non azzerando la memoria palestinese. L’insistenza nell’Accordo su programmi di “scambio culturale” mira alla riscrittura della storia facendo sì che non sia più ricordata nessuna Nakba, nessuna espulsione, nessun esproprio, nessun villaggio distrutto, nessun massacro, nessun martire, nessuna casa distrutta, nessuna terra confiscata… L’Accordo chiede la ristrutturazione dei curriculum scolastici e dei programmi culturali così che le due parti possano scambiarsi quella che loro chiamano “narrativa storica” visto che all’improvviso la causa palestinese potrebbe diventare una semplice “narrativa” con una sua parallela narrativa israeliana. Questo, ad essere onesti, non è proprio possibile visto che c’è soltanto una verità.
Insomma i firmatari, non soddisfatti delle concessioni già fatte dall’èlite palestinese, chiedono di azzerare completamente la storia e la memoria, garantendo ad Israele un totale perdono per tutti i suoi crimini commessi contro i palestinesi e portando avanti un processo di normalizzazione che punisca tutti coloro che oseranno ancora ricordare. L’Accordo è una guerra alla memoria.
In conclusione l’Accordo di Ginevra, se applicato, sarà un grande passo avanti per il sionismo nel suo tentativo di negare e di azzerare la storia, di negare al popolo palestinese i suoi diritti inalienabili e di determinare il futuro dei Palestinesi all’interno di una prospettiva di ghettizzazione e di servitù a favore dello Stato Ebraico. In sintesi, un tale accordo non avrà mai possibilità di successo.

