Road Map. Istruzioni per l’uso

Molto è stato detto sulla road map: cose vere e false. Prima ancora di prendere posizione e di mettere le opinioni a confronto sarebbe opportuno guardare la realtà dei fatti, altrimenti non si può capire.

La Palestina: una terra continuamente usurpata dove si perpetua impunemente un genocidio davanti agli occhi di tutto il mondo. Ma il governo israeliano non vuole essere disturbato… minaccia e uccide gli osservatori indesiderati! Una ragione in più per recarsi in Palestina a vedere con i propri occhi. Ci sono documenti su tutto: basta guardare le pagine web degli italiani filo-israeliani, basta leggere le offerte dei sionisti (che sembrano una barzelletta ma non lo sono) o i commenti sulle pagine web arabe in italiano… fino alle vignette. Inoltre la cronologia [seppur parziale] illustra come di giorno in giorno il terrorismo a senso unico, di stato, dello Stato d’Israele sta operando…

Intanto il genocidio continua… con le sue menzogne…con i suoi finti piani di pace!!!

Fatti degni di nota

Un “tracciato” che non porta da nessuna parte

Il fallimento garantito della Road Map

Fatti degni di nota

1947 – Il Piano di Spartizione dell’ONU ai Palestinesi:

“State per avere il 47% del 100% che in origine era vostro”

1993 – L’Accordo di Oslo ai Palestinesi:

“State per avere il 22% del 100% che in origine era vostro”

1999/2000 – La “generosa offerta” del premier labourista Barak ai Palestinesi:

“Stiamo per darvi l’80% del 22% del 100% della terra che in origine era vostra”

2000 – Il Piano di Pace di Sharon ai Palestinesi:

“Stiamo per darvi il 42% dell’80% del 22% del 100% della terra che in origine era vostra, e questo 42% rimarrà sotto coprifuoco continuo”

L’offerta dei sionisti oltranzisti ai Palestinesi:

“Secondo la nostra versione della Bibbia voi avete diritto allo 0% del 42% dell’80% del 22% del 100% della terra che in origine vostra”

La Road Map di Bush ai Palestinesi:

“Se fermate la vostra resistenza (quella che noi chiamiamo terrorismo) all’occupazione, se i vostri rifugiati rinunciano al loro diritto a ritornare alle loro case, se acconsentite a scegliere soltanto dirigenti accettabili per Bush e Sharon, se acconsentite a disarmare tutti i vostri combattenti, se acconsentite a guidare le vostre auto soltanto sulle strade assegnatevi da Sharon, se non fate obiezioni al Muro che Sharon sta costruendo, se acconsentite a non esigere Gerusalemme come vostra capitale, se siete d’accordo che i programmi scolastici dei vostri bambini siano costituiti da corsi e da testi approvati dal governo israeliano, se acconsentite a non dare alla luce più di tre bambini per famiglia, allora Sharon potrebbe considerare la possibilità di negoziare con voi sul 42% dell’80% del 22% del 100% della terra che in origine era vostra”

maggio 2003
Palestine Media Center – www.palestine-pmc.com/

Un “tracciato” che non porta da nessuna parte

Due giorni fa, la coalizione di governo israeliano ha approvato (con 12 voti a favore, 7 contrari e 4 astenuti) l’adozione della “road-map”, l’ultima proposta per la pace fortemente sostenuta dagli USA, attraverso la cui implementazione al popolo palestinese sarà (forse) garantito nel 2005 uno Stato frammentato su alcune parti del 22% della Palestina storica, negando completamente il legittimo diritto al ritorno dei profughi palestinesi.

Oggi, 55 anni dopo la Nakba, Israele sta formalmente adottando la decisione di permettere la creazione di un quasi-stato palestinese entro due anni, in cambio dell’abolizione dell’essenza stessa della lotta palestinese per la giustizia e la liberazione; cioè una vera e completa fine dell’occupazione illegale da parte di Israele della terra palestinese conquistata nel 1967 e la ‘cancellazione della memoria’ del genocidio sionista del 1948 contro i palestinesi, in cui 800.000 persone furono sistematicamente terrorizzate, sradicate e dislocate allo scopo di facilitare la creazione dello stato d’Israele.

Intanto, la generosa decisione di Israele di accettare la “road-map” è già pre-condizionata da 14 riserve riguardanti le clausole della soluzione proposta. L’accettazione di Israele segue inoltre una politica, strombazzata chiassosamente da Sharon all’inizio di questo mese, di continuare nella costruzione di insediamenti ebraici illegali nei Territori Palestinesi. Qualsiasi cessazione delle attività di insediamento sarà basata su ciò che Israele riterrà illegale. Potranno sparire, ad esempio, piccoli avamposti colonici in Cisgiordania, ma rimarranno certamente i mostruosi insediamenti-città che sezionano le città, i villaggi e le terre palestinesi e che paralizzano direttamente la vita economica e sociale palestinese.

Per ironia, la limitata accettazione israeliana della “road-map” viene salutata in tutto il mondo occidentale come un passo senza precedenti nell’approvazione israeliana di uno Stato Palestinese. La mossa è accompagnata da un senso di ottimismo e da un sospiro di sollievo per la prossima fine del conflitto.

A noi sembra che ci sia, invece, una strettissima somiglianza tra la situazione di oggi e quella precedente (cioè Camp David 2), in cui il dialogo israelo-palestinese era stato caratterizzato dalle condizioni, dalle procrastinazioni, dai doppi standard e dall’impudente politica israeliana di espansionismo insieme a presunte concessioni territoriali (di terra palestinese illegalmente occupata, secondo la legge internazionale).

Un vero stato, la libertà e la sovranità dei palestinesi sulla loro terra non è certamente l’obiettivo della road-map tracciata dal Quartetto (che sono poi i responsabili della catastrofe del 1948) e sostenuta dagli USA (sponsor imperiale di Israele). La sua implementazione, neanche certa, visti i precedenti di cui Israele ha dato prova, potrà portare solo alla creazione di bantustan palestinesi, sottosviluppati, decadenti, possibile pattumiera di rifiuti tossici e governati dalle leggi di apartheid del sistema democratico israeliano.

www.arabcomint.com

IL FALLIMENTO GARANTITO DELLA ROAD MAP

di Tanya Rehinart

Con una certa frequenza un “piano di pace” esce fuori dai cassetti della Casa Bianca e coinvolge i discorsi pubblici per qualche settimana. Sebbene questo rituale abbia un percorso prestabilito ed una fine predeterminata, è curioso vedere come in Israele molti siano ancora portati a credere che ogni volta sia diverso.

La Road Map annuncia che questa volta “l’obiettivo è un regolamento finale e completo del conflitto Israelo-Palestinese entro il 2005“. Per verificare se c’è qualche cosa di concreto in questa direzione, è necessario chiarire innanzitutto di che conflitto si tratta.

Dal punto di vista israeliano si potrebbe aver l’impressione che il nodo della questione è il “diritto al ritorno”: i Palestinesi stanno tentando di minare alle fondamenta la stessa esistenza dello stato di Israele con la richiesta di permettere ai loro rifugiati di tornare, e cercano di raggiungere tutto questo con il terrore. Sembra che sia stato dimenticato che in pratica siamo di fronte ad un classico conflitto sulla terra e sulle risorse (soprattutto l’acqua). Il documento della Road Map si caratterizza per la completa assenza di ogni dimensione territoriale.

Le richieste fatte ai Palestinesi sono chiare: mettere in piedi un governo che sia definito democratico dagli USA, organizzare tre forze di sicurezza che siano definite affidabili da Israele e schiacciare il terrorismo. Una volta che queste richieste siano state adempiute, inizierà la terza fase, nella quale l’occupazione miracolosamente finirà. Ma il documento non pone nessuna condizione a Israele su questa terza fase. Molti israeliani capiscono che non c’è nessuna via d’uscita al conflitto senza il ritiro dell’esercito israeliano dai Territori Occupati e senza lo smantellamento degli insediamenti. Ma questi concetti base non sono nemmeno accennati nel documento, che parla solo di congelamento degli insediamenti e dello smantellamento dei nuovi avamposti (già nella prima fase).

La prima fase è più concreta perché riprende il Piano Tenet. In questa fase si prevede che Israele “si ritiri dalle aree palestinesi occupate dal 28 settembre 2000… [e reinstalli] lo status quo che esisteva allora“. Non ci sono dubbi che l’adempimento di questa richiesta può contribuire notevolmente a creare una certa calma, anche se temporanea.

Se credessi che i rappresentanti europei nel ‘quartetto’ avessero la capacità di realizzare questo piano, lo avrei accolto con favore. Ma non c’è alcun fondamento per questa speranza. Il Piano Tenet è caduto sotto i riflettori più volte nel passato. L’ultimo round fu quello che sembrò essere un’iniziativa americana di ‘cessate il fuoco’ nel marzo 2002, motivo per il quale Zinni e Cheney furono mandati nella regione. Già allora Sharon disse con chiarezza che non era d’accordo con questa richiesta, mentre era solo disponibile ad alleviare le condizioni della popolazione nelle aree in cui la calma fosse assicurata (Ha’aretz, Aluf Ben, 19.3.02). Questo non ha impedito agli USA di indicare nei palestinesi la parte che ha rifiutato il cessate il fuoco. Con la fine di questa iniziativa, Israele ha scatenato l’operazione di distruzione “Defensive Shield“, con la benedizione degli USA.

Israele ha risposto alla Road Map con le stesse vecchie obiezioni. Ha sottolineato che non è sufficiente un alt negoziato al terrorismo: ciò che vuole è uno scontro diretto tra le nuove forze di sicurezza e le organizzazioni delle opposizioni (cioè, una guerra civile). Israele chiede anche che sia fatta una dichiarazione palestinese di fine del conflitto e di rinuncia del “diritto al ritorno”, come precondizione all’inizio del processo, non alla fine. Per l’ennesima volta, nulla di tutto questo mina la convinzione degli USA che Israele è la parte che sta cercando la pace, la parte “la cui sicurezza è la chiave per la sicurezza del mondo“, come sostiene Condoleezza Rice.

Oggi gli Stati Uniti sono governati da falchi la cui visione è “una guerra infinita“. Israele, i cui leader sono sempre ansiosi di iniziare un’altra guerra, rappresenta un punto di forza in questa visione. Non vi è quindi nessuna base per credere che gli USA permetteranno a nessuno di esercitare delle pressioni su Israele per fare la benché minima concessione.

Il 13 marzo 2002, alla vigilia della visita di Zinni nella regione, l’esercito israeliano lo ha accolto attaccando il campo profughi di Jabalya, nel quale 24 Palestinesi sono stati uccisi in una sola notte. Powell invece è stato accolto con un’ondata di arresti e di deportazioni di attivisti internazionali.

Nella Pax Americana, non vi è spazio per i pacifisti. La pace può essere portata solo dai tanks.

da Yediot Aharonot il 14 Maggio 2005
tradotto su Peacelink: www.italy2.peacelink.org/palestina/articles/art_488.html – ripreso da Indimedia- Italia
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