TESTO E CONTESTO ISRAELIANO DEGLI ACCORDI DI GINEVRA
di Shiko Behar e Michael Warschawski*
Gli accordi di Ginevra, l’ultima cornice non ufficiale per la pace israelo-palestinese, resi pubblici a metà ottobre del 2003, non sono diventati la base per i negoziati ufficiali. Ma l’iniziativa ha già avuto successo in un aspetto: ha suscitato tante voci di speranza quante di protesta tra gli israeliani e i palestinesi anche se il governo israeliano li ha rifiutati e l’autorità palestinese non li ha formalmente sottoscritti. Gli accordi di Ginevra – essenzialmente una riproposizione del piano di pace presentato dal presidente Clinton alla fine del 2000 – pretendono di fissare diversi principi base sui quali costruire un accordo di pace permanente.
L’iniziativa di Ginevra richiede una seria valutazione critica da parte di coloro che sono interessati ad una pace duratura, ad una pace la più giusta possibile tra israeliani e palestinesi. I negoziati hanno coinvolto un consistente numero di importanti personaggi guidati da Yossi Beilin (già ministro nel governo laburista israeliano) e Yasser Abed Rabbo (fino a tempi recenti ministro degli affari di gabinetto dell’autorità palestinese e uno dei maggiori rappresentanti nei passati colloqui ufficiali). In questo momento gli accordi di Ginevra rappresentano il documento più avanzato sul quale si è trovato un accordo tra politici palestinesi e israeliani di alto livello.
Comunque, in un modo che ricorda le iniziative dell’epoca di Clinton, questo apparentemente coraggioso documento è intrinsecamente debole. Ed è anche presentato in maniera ingannevole e quindi votato alla sconfitta dai suoi firmatari israeliani.
Doppia urgenza
Le lezioni di Oslo
“Realismo” e “Generosità”
Sistematicamente controproducente
Che fare?
DOPPIA URGENZA
In base agli accordi, Israele è autorizzato a legalizzare e mantenere insediamenti nella Cisgiordania occupata (che ospitano oltre 300.000 coloni), inclusi tutti gli insediamenti ebraici costruiti dopo il 1967 nella parte orientale araba di Gerusalemme. In cambio i palestinesi ricevono in compenso territori equivalenti da Israele. I Palestinesi avranno la garanzia della sovranità sui territori scambiati e sulle restanti parti di Cisgiordania e Gaza, inclusi alcuni sobborghi arabi di Gerusalemme est. Questa entità sovrana palestinese rimarrà smilitarizzata. La sicurezza del Monte del Tempio/Spianata delle Moschee, luoghi sacri di Gerusalemme sarà assicurata da una forza internazionale permanente, mentre gli aspetti non riguardanti la sicurezza saranno sotto controllo palestinese e sarà garantito agli ebrei il pieno accesso al sito.
I palestinesi resi profughi nel 1948 riceveranno risarcimenti, mentre sarà su esclusiva discrezione israeliana decidere a quanti rifugiati, sul totale di oltre 4,1 milioni registrati dall’ONU, sarà permesso ritornare nelle loro case in Israele.
Questa clausola rappresenta da parte palestinese un forte compromesso – anche se non il suo totale abbandono – rispetto al diritto al ritorno dei rifugiati. A questo riguardo l’opposizione agli accordi tra i palestinesi è legittimata non solo dal punto di vista politico e morale ma anche dal punto di vista a loro favorevole della legge umanitaria e internazionale. Per giustificare questa “concessione”, i palestinesi – che hanno partecipato ai negoziati di Ginevra – sottolineano una doppia urgenza che attualmente prevale sulle altre questioni nell’arena politica israelo-palestinese.
La prima urgenza è che sta scadendo il tempo per arrivare ad una soluzione negoziata: nel prossimo futuro potrebbe non esistere più nulla di sostanziale su cui negoziare, dati i continui nuovi insediamenti israeliani nei Territori Occupati e la costruzione del muro all’interno della Cisgiordania, che sta di fatto rafforzando un regime di apartheid.
La seconda deriva dalla crescente convinzione tra le opinioni pubbliche palestinesi ed israeliane che non esistono partner dall’altra parte con cui trattare e quindi i negoziatori palestinesi sostengono che presto potrebbe diventare impossibile convincere palestinesi e israeliani che un qualsiasi tipo di soluzione negoziata del conflitto possa essere raggiunto.
I partecipanti israeliani ai negoziati di Ginevra condividono questa sensazione di doppia urgenza: ecco perché giustificano l’importanza della loro iniziativa, valorizzando la sua potenziale capacità di capovolgere la spirale di disperazione (di Israele) o perlomeno di frenarla.
LE LEZIONI DI OSLO
Benché le prospettive degli Accordi di Ginevra siano incerte, un alto ministro palestinese, Ghassan Al Khatib, ha risposto a diversi commentatori che di tali accordi “se ne parla molto” in Israele. L’iniziativa di Ginevra ha il potenziale di interrompere lo spostamento a destra dell’opinione pubblica ebraica israeliana visto che arriva dopo tre anni di assenza di iniziative ufficiali da parte del governo Sharon, tra le critiche del capo dello Staff delle forze armate israeliane Moshe Yaalon e di quattro ex dirigenti dei servizi di intelligence. Ma le analisi sul possibile impatto degli accordi devono tenere in considerazione l’esperienza degli accordi di Oslo del 1993 – che sembravano anch’essi promettere pace – e la loro disintegrazione nella seconda metà degli anni ’90.
Molti di coloro che pensavano che gli accordi di Oslo avrebbero prodotto la pace più giusta possibile, limitavano le loro analisi al testo degli accordi stessi, il che li portava a presumere che tali accordi rispondessero alle aspirazioni minime del popolo palestinese.
Questi accordi, anche se non soddisfacevano queste aspirazioni minime, avrebbero comunque potuto rappresentare un modesto punto di partenza per una pace israelo-palestinese che rispondesse ai bisogni basilari di israeliani e palestinesi (solo per quanto riguarda Gaza e Cisgiordania) a condizione che israeliani e palestinesi interpretassero il testo in maniera simile e portassero avanti i negoziati in buona fede. Sfortunatamente non è stato così.
Se i negoziatori palestinesi sembravano sinceramente intenzionati a raggiungere quello che definivano uno “storico compromesso” basato sulla Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il che significava rinunciare a “solamente” il 78% della loro rivendicazione storica dell’intero territorio della Palestina, i politici israeliani usarono i documenti di Oslo per consolidare ulteriormente il loro controllo coloniale sulle vite e sulla terra palestinesi. Durante il “processo di pace” le colonie esistenti si sono allargate, ne sono state costruite altre e il numero dei coloni è più che raddoppiato. Questi fatti portano ad una sola conclusione: i primi ministri Yitzhak Rabin e Shimon Peres intendevano sfruttare sin dall’inizio l’equilibrio asimmetrico tra le forze dello stato occupante israeliano e la società palestinese occupata per imporre all’Autorità Palestinese una concezione di pace basata sulla continua dominazione.
Molti osservatori degli accordi di Ginevra trascurano il fatto che gli anni ’90 in Israele sono stati principalmente un periodo di governo della sinistra sionista, e non del Likud e della destra ultra- nazionalista: tra l’elezione di Rabin nel 1992 e la vittoria elettorale schiacciante di Sharon sull’ex Primo Ministro Ehud Barak nel febbraio 2001, ci sono stati quasi sei anni di governo del Partito Laburista con l’appoggio a sinistra del Meretz. Contrariamente alle percezioni prevalenti, è la sinistra sionista piuttosto che la destra ad avere la principale responsabilità del fallimento del “processo di pace” negli anni ’90 e gli accordi di Ginevra nascono dalla stessa “scuola” israeliana che ha prodotto gli accordi di Oslo. Beilin e i suoi associati avrebbero potuto aumentare la praticabilità politica degli accordi di Ginevra se avessero ammesso pubblicamente il loro fallimento negli anni ’90. Loro non l’hanno fatto, rifiutandosi ancora una volta di offrire all’opinione pubblica una spiegazione alternativa per lo scoppio dell’Intifada rispetto al luogo comune che i palestinesi avrebbero “scelto la violenza”.
Nel 1993, invece di cercare di convincere gli israeliani che stava per iniziare una nuova era basata sull’eguaglianza e sulla coesistenza pacifica, i leader della coalizione Labour-Meretz hanno basato la loro strategia di marketing unicamente sulla sicurezza, sulla separazione dai palestinesi e sulla continuità della supremazia coloniale israeliana. Non hanno voluto riconoscere alcuna responsabilità israeliana o sionista per gli oltre 100 anni di conflitto; al contrario, hanno consciamente legato il conflitto, politicamente e retoricamente, al “terrorismo” e allo storico rifiuto dei Palestinesi a qualsiasi accordo.
Ascoltando attentamente le personalità israeliane legate agli accordi di Ginevra, soprattutto quando parlano in ebraico, è subito evidente che non hanno imparato nulla dal loro fallimento di Oslo. Infatti si rivolgono all’opinione pubblica israeliana, per sostenere l’iniziativa di Ginevra, con lo stesso comportamento e le stesse strategie di marketing di allora.
“REALISMO” E “GENEROSITÀ”
Il testo degli accordi di Ginevra ha scarso significato al di fuori del contesto politico e giornalistico nel quale è stato “venduto” all’opinione pubblica israeliana. In pratica, la reale sostanza degli accordi è fissata nella “esegesi” verbale e scritta che circonda il testo degli accordi. Questo contesto di spiegazioni preannuncia già il fiasco politico a cui sembra destinato il testo nel prossimo futuro.
Un articolo pubblicato su The Guardian (un quotidiano inglese), scritto da uno dei più importanti partecipanti israeliani agli accordi di Ginevra, il famoso scrittore Amos Oz, illustra queste posizioni. L’articolo di Oz, intitolato “We have done the gruntwork of peace”, era basato su un articolo pubblicato precedentemente in ebraico in Israele. Oz spiega che i colloqui di Ginevra sono differenti dai passati rapporti israelo-palestinesi: per esempio, non vi è più discussione sul “diritto al ritorno dei profughi” ma piuttosto “una soluzione al problema dei profughi”, non c’è più discussione sul “ritorno ai confini del 1967″ ma “una mappa logica che tenga anche conto della realtà presente sul territorio e non solo della storia”.
Lettori innocenti potrebbero concludere che la logica è una caratteristica mentale della sola sinistra sionista e che gli israeliani, al contrario dei palestinesi, non hanno mai basato alcuna loro rivendicazione nazionale sulla storia. Il messaggio principale di Oz è il seguente: negli accordi di Ginevra i palestinesi hanno finalmente scelto di essere “realistici” e di rinunciare non solo al diritto al ritorno, ma anche alla richiesta di un completo ritiro nei confini del 1967.
Oz, che è uno dei principali “guru” del movimento israeliano “Peace Now”, fa uno sforzo ulteriore per ribadire che è stata l’ostinazione palestinese a portare al fallimento di Oslo e del vertice di Camp David del luglio 2000. Oz sostiene che i pacifisti israeliani alla fine hanno avuto successo convincendo gli irrazionali palestinesi ad accettare i “paletti” stabiliti dalla sinistra israeliana. Questi “paletti”, secondo un collega di Oz, rappresentano un grande sacrificio da parte loro perché – scrive lo stesso Oz – “sono pronto a rinunciare a niente di meno che ad una parte della mia stessa fede religiosa, poiché sono pronto, con il cuore a pezzi, ad accettare la sovranità palestinese sul Monte del Tempio”. E poi ricorre di nuovo ad un simile simbolismo propagandistico dichiarando: “noi cediamo la sovranità di una parte della Terra di Israele, dove rimangono i nostri cuori”. Quali sono allora, i principali problemi, per Oz e per la scuola israeliana di Ginevra che egli ben rappresenta, rispetto all’opinione pubblica israeliana?
Mancando di capacità di autocritica, Oz rinforza l’autostima di Israele e sottrae ai palestinesi la posizione di vittime, rappresentando se stesso e Israele come le vere vittime. Non fa nessun tentativo per comprendere gli enormi sacrifici fatti dalla controparte palestinese. La sua prosa rispecchia gli assunti che sottostavano alle “generose” offerte di Barak ad Arafat a Camp David nel luglio 2002.
Per convincere l’opinione pubblica, gli israeliani che hanno sottoscritto gli accordi di Ginevra devono dimostrare – o almeno così credono di dover fare – che gli israeliani “hanno vinto” e che i palestinesi “hanno rinunciato”. Il più grande difetto degli accordi di Ginevra è che la basilare nozione dei diritti umani e politici inalienabili del popolo palestinese è totalmente ignorata da Oz e dai suoi soci, come già nel caso degli accordi di Oslo. Seguendo l’esempio di Barak, Oz sostituisce il concetto di diritti con quello di carità: “se avessimo offerto loro nel 1967 quello che offriamo oggi”… Quando non è riconosciuto alcun posto ai diritti e all’equilibrio delle forze, questa posizione favorisce in maniera evidente l’occupante illegale e il racconto corrente israeliano si legge in questo modo: i palestinesi hanno rinunciato ai loro obiettivi distruttivi (perché per Oz e la scuola di Ginevra “‘ritorno’ è una parola in codice per significare la distruzione di Israele”) perciò noi, campo pacifista israeliano, abbiamo deciso di essere estremamente generosi.
SISTEMATICAMENTE CONTROPRODUCENTE
A parte la loro valenza morale, gli argomenti di “marketing” dei partecipanti israeliani a Ginevra sono controproducenti politicamente rispetto all’obiettivo di generare un cambiamento nell’opinione pubblica israeliana. Se i diritti politici ed umani non esistono e il conflitto deriva dall’irrazionale determinazione palestinese di cacciare gli ebrei, come possono gli israeliani credere che i palestinesi possano cambiare? E se i palestinesi cambiano solamente perché il campo pacifista israeliano è stato abbastanza duro nel trattare con loro, allora perché non essere ancora più duri in modo da costringerli ad accettare la dominazione israeliana senza alcuna concessione di nessun tipo?
Anche gli alchimisti politici del calibro della scuola di Ginevra non possono costruire la fiducia basandola sulla menzogna: alcuni dei partecipanti di Ginevra per convincere l’opinione pubblica israeliana sostengono che, questa volta, i palestinesi hanno rinunciato al loro diritto al ritorno.
Una semplice lettura dell’articolo 7 degli accordi rivela che i palestinesi che hanno partecipato ai colloqui di Ginevra sono davvero pronti a fare notevoli compromessi rispetto ai diritti dei profughi palestinesi: però non sono arrivati così lontano da rinunciare al “diritto al ritorno”, come stabilito dalla risoluzione 194 dell’ONU approvata nel 1948, dato che una tale mossa cancellerebbe immediatamente e totalmente la loro legittimità agli occhi dell’opinione pubblica palestinese.
Coloro che sono interessati ad una pace duratura, alla pace più giusta possibile tra israeliani e palestinesi, devono pertanto porsi una domanda: perché la scuola di Ginevra cerca di comprarsi l’opinione pubblica israeliana sostenendo esattamente il contrario di quello che la controparte palestinese dice alla propria opinione pubblica?
Il risultato finale del processo di Ginevra consisterà così solo in un aumento delle differenze tra le letture israeliane e palestinesi, preparando in questo modo ancora una volta il campo per l’accusa israeliana, reiterata dai decani della stessa scuola di Ginevra, che i palestinesi sono bugiardi.
Alcuni dei più cinici partecipanti israeliani alle trattative di Ginevra sanno perfettamente che esiste una contraddizione esplosiva tra la lettura palestinese degli accordi e il modo in cui vengono venduti all’opinione pubblica israeliana. Questi israeliani sembrano credere che un’esposizione falsata della posizione palestinese possa aiutarli a indurre gli israeliani a riportare il Partito Laburista al potere, dove troverà il modo per imporre gli “accordi”.
Ma i laburisti non riusciranno a tornare al potere perché le loro politiche sono una pallida replica delle convinzioni dei partiti di destra. In campo socio-economico il Partito Laburista sostiene posizioni neoliberiste simili a quelle di Binyamin Nethanyahu del Likud. E in merito al conflitto arabo-israeliano, parlamentari laburisti come il gen. Binyamin Ben Eliezer, Efraim Sneh e Dany Yatom hanno una posizione probabilmente peggiore di alcuni parlamentari del Likud.
La questione per l’elettore medio rimane la stessa: perché votare per una copia (laburista) quando si può votare per l’originale (Likud)?
CHE FARE?
I politici israeliani, se sono davvero interessati ad una pace sostenibile e praticabile per la loro popolazione, dovranno presentare un piano di pace che abbia il sostegno della base palestinese. A questo scopo l’opinione pubblica israeliana dovrà sviluppare una più seria comprensione delle dinamiche che stanno alla base del conflitto arabo-israeliano.
Piuttosto che insistere su questa o quella clausola del testo degli accordi di Ginevra, gli israeliani interessati a raggiungere una pace giusta e duratura devono immediatamente concentrarsi sulle sincere spiegazioni scritte e verbali necessarie a contestualizzare in maniera produttiva questi accordi.
In primo luogo, gli israeliani critici devono dire all’opinione pubblica israeliana che il conflitto non è la conseguenza del terrorismo o del fanatismo palestinesi, ma piuttosto il risultato dell’espropriazione e dell’occupazione israeliane. Insomma la responsabilità israeliana del conflitto deve essere smascherata dagli israeliani stessi. I diritti umani e politici fondamentali dei palestinesi, negati dalla politica israeliana di occupazione e di colonizzazione devono essere riconosciuti in ogni accordo che intenda raggiungere una pace giusta. Deve essere reso chiaro all’opinione pubblica israeliana che c’è un’unica “generosa offerta” tra Israele e Palestina ed è la volontà da parte di alcuni palestinesi di rinunciare al 78% delle rivendicazioni sulla loro patria storica.
Il diritto al ritorno è un diritto umano fondamentale. La volontà di alcuni palestinesi di considerarlo oggetto di negoziato, tenendo in considerazione le preoccupazioni demografiche di Israele, deve essere percepito come ulteriore generosa offerta palestinese. Gli israeliani critici devono chiedere ai loro concittadini israeliani – inclusa la scuola di Ginevra -: come si può chiedere ai palestinesi di rinunciare al loro diritto al ritorno prima ancora che gli israeliani riconoscano la loro esistenza come popolo?
Inoltre gli israeliani critici e quindi i politici israeliani dovrebbero promuovere seriamente una concezione positiva di “pace” basata sulla coesistenza e sull’eguaglianza. Deve essere decisamente rigettata – non solo per la sua corruzione morale ma anche perché non ha possibilità di funzionare – la concezione della “pace” di Oz e dei suoi soci di Ginevra, che intendono la “pace” come mezzo per tenere i palestinesi fuori dalla loro vista al di là del muro e considerano i palestinesi un pericolo esistenziale.
Come nel caso degli accordi di Oslo del 1993, negli accordi di Ginevra il contesto è molto più importante del testo, ancor più per quanto concerne l’opinione pubblica israeliana.
[traduzione da "Middle East report" - www.merip.org]
* Shiko Behar è direttore del Alternative Information Center (AIC), organizzazione israelo-palestinese con sede a Gerusalemme e Beit Sahour; Michael Warschawski è co-presidente dell’AIC)

