Un accordo su un’ipotesi è un accordo ipotetico
di Azmi Bishara*
Oggi, giorno della pubblicazione degli accordi di Ginevra, il giornale Ha’aretz propone una vignetta con due israeliani che si incontrano alla caffetteria dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Tutt’e due sono in partenza per Ginevra e si scambiano battute sulla loro partecipazione all’ennesima trattativa di pace. Nel corso degli ultimi due decenni la ricca Europa ha investito decine, se non centinaia di milioni di dollari nell’intento di costruire tra “le due parti” un ponte al di sopra dell’abisso. Senza alcun dubbio la messinscena e la distribuzione dei ruoli di questo ipotetico accordo annunciato a Ginevra sotto il titolo: “L’impegno pubblico verso l’Accordo di Ginevra” rientra nella prassi che l’Europa promuove per compensare l’assenza di un suo reale atteggiamento critico nei confronti di Israele. Abbiamo assistito recentemente a una sfrenata concorrenza tra le capitali europee per ospitare “dialoghi” destinati ad incoraggiare i negoziati. Ora il quadro è chiaro: si propone una fase intermedia i cui protagonisti sono una vecchia sinistra europea sostenuta da istituzioni cristiane, civili e governative, una vecchia sinistra palestinese e una sinistra israeliana sionista che ha cambiato rotta verso una posizione accettabile. Ma, in realtà, si tratta di una composizione a mezza strada tra la sinistra sionista e la posizione “ufficiale” palestinese: cosa che può diventare per i governi israeliani una comoda base di partenza per nuovi negoziati. Malgrado la collera suscitata dall’utilizzo da parte della sinistra sionista di sostenitori europei per denunciare il suo governo, il Likud ritenendosi più che soddisfatto incrementa le sue aspettative: “se (i palestinesi) hanno ceduto per voce di Yossi Beilin il diritto al ritorno, che cosa potrebbero ancora concedere a noi?”.
Le posizioni critiche verso questa iniziativa sostengono che i Palestinesi abbiano fatto delle concessioni sul diritto al ritorno. Ma alcuni partecipanti all’iniziativa sostengono quando si rivolgono al pubblico arabo che “non c’è stata nessuna firma”. È vero: non c’è stata firma, ma “un impegno pubblico verso l’accordo”, il che significa una firma pubblica. Sostengono di non aver ceduto sul diritto al ritorno, però contemporaneamente affermano che quella delineata è l’unica possibilità. Non abbiamo capito bene in che cosa consista questa unica possibilità: le concessioni sul diritto al ritorno o il mantenimento del diritto al ritorno? È chiaro che intendono le concessioni. Sono in molti a fare questa precisazione. Sono molti quelli che, sottovoce o a chiare parole, affermano che tutti sanno che il diritto al ritorno è inapplicabile. In questo “impegno pubblico” si parla della risoluzione 194 come di un diritto alle compensazioni invece che di un diritto al ritorno ed alle compensazioni. Il diritto al ritorno viene concesso evidentemente solo per chi è ben accetto da Israele. Risulta più che chiaro al lettore che il diritto al ritorno non viene rispettato perché Israele non l’ha mai accettato ed anzi fa di tutto per ridurre il numero e la cittadinanza degli arabi viventi in Israele.
In realtà, l’abbandono del diritto al ritorno o più precisamente l’abbandono della pratica del diritto al ritorno, è stato l’oggetto delle principali iniziative politiche che si sono moltiplicate come funghi in questi ultimi tempi. Questa iniziativa è stata preceduta da altre meno prestigiose dal punto di vista della regia e della messinscena, probabilmente perché i loro autori erano un ex-membro dei servizi di sicurezza israeliani e un professore associato in un’università palestinese che non godevano del sostegno delle forze liberali ebraiche nel mondo e in particolare in Europa e negli USA. È l’unico motivo? Evidentemente no. L’iniziativa di Ginevra si distingue dalle precedenti (Camp David e Taba) perché non si limita ai principi generali, ma mira ad instaurare una soluzione ipotetica e dettagliata fino nei minimi particolare, cercando così di dimostrare che la soluzione è possibile.
Si tratta di un accordo ipotetico. Le due parti si immaginano, secondo quest’accordo, di giungere ad un accordo. Si tratta forse di una commedia, di una specie di gara, come quelle praticate nei dipartimenti universitari, chiamate “conflict resolution” (soluzione di conflitti), in cui gli studenti, secondo il gioco delle parti, simulano un conflitto davanti agli altri? La risposta è evidentemente no. La parte palestinese è una parte reale, semi-ufficiale, accompagnata da parti arabe stanche del conflitto, o desiderose di svolgere un ruolo “positivo e costruttivo” nella pace, secondo i parametri degli Stati Uniti. Gli USA, come si sa, sono molto selettivi per quanto concerne la questione della democrazia.
Gli arabi e i palestinesi sono parti reali ed hanno trasformato la posizione araba in uno strumento nelle mani della sinistra sionista, modellabile a secondo delle sue esigenze nei confronti dell’opinione pubblica israeliana, quale principale arbitro del destino del conflitto. L’opinione pubblica israeliana è una parte ipotetica che non ha avuto potere decisionale né a Camp David nè a Taba: non aveva potere decisionale ai tempi di Barak, come non ce l’ha oggi, e ci può solo consegnare nelle mani di Sharon.
Alcuni affermano che si tratta di una iniziativa delle società civili, in effetti l’ambiente sapeva di “società civile”: e chi, meglio della Svizzera, può rappresentare questo tipo di ambiente fatto di artisti e fini parlatori, con tutto il “politicamente corretto” possibile, accompagnato -perché no?- da musica occidentale ed orientale. Ma la realtà non è così: solo la messinscena è stile società civile. La parte palestinese è ufficiale, così come i governi arabi ed occidentali. La parte israeliana invece non è ufficiale. Quindi neanche l’iniziativa è ufficiale.
Forse la concessione sul diritto al ritorno è stata una contropartita a tutte le altre questioni? No. C’è stato “impegno pubblico” a fare concessioni sul diritto al ritorno senza fissare nient’altro. Mentre si accettava la permanenza delle grandi colonie situate lungo la Linea verde, un’altra concessione veniva fatta sul principio dell’illegalità delle colonie costruite sulle terre occupate nel 1967. Non è stato messo in discussione il principio della legittimità degli insediamenti, si è negoziato solo sul numero di colonie da annettere a Israele.
L’iniziativa spinge le parti arabe partecipanti a “impegnarsi pubblicamente” a riconoscere Israele in quanto Stato Ebraico, garantendogli così una copertura palestinese. È da sottolineare che la parte palestinese aveva rifiutato di sottoscrivere questo passaggio anche ai tempi del summit di Aqaba.
Come ben sappiamo, l’art.17 della legge ‘di principio’ della Knesset (Israele non ha mai adottato una costituzione) stabilisce che ogni partito che voglia partecipare alle elezioni in Israele deve riconoscere che Israele è uno Stato ebreo e democratico. Mi domando se gli arabi hanno intenzione di partecipare alle elezioni in Israele oppure mirano a chiudere i conti con Israele. Si tratta di un patto storico con il sionismo o di un patteggiamento con l’entità da esso creata? Il documento è una proposta per un patto storico con il sionismo. Non si è mai stato preteso di arrivare a tanto in nessun accordo di pace. È la più importante affermazione portata a casa dalla sinistra sionista grazie agli Accordi di Ginevra. Noi, palestinesi dei Territori del ’48 rivendichiamo e lottiamo per la trasformazione di Israele in uno Stato per tutti i suoi cittadini. Ciò probabilmente farà sorridere questa sinistra sionista il cui odio verso le forze arabe illuminate è illimitato, soprattutto per quanto concerne la discussione sul rapporto fra Stato Ebraico, da una parte, e sionismo e democrazia dall’altra.
Al termine della cerimonia diffusa in diretta dai media arabi sotto il titolo “cerimonia della firma degli Accordi di Ginevra tra i Palestinesi e degli Israeliani” (notate la differenza/contrapposizione tra i e degli) – i Palestinesi ritornano alla monotonia dell’occupazione, delle invasioni, del muro dell’apartheid, ritornano a Sharon, al marasma interno della sinistra sionista ed al suo tentativo di convincere della veridicità delle concessioni arabe sul diritto al ritorno. La destra sionista, rivolgendosi al mondo arabo, metterà in risalto le dichiarazioni che respingono la concessione del diritto al ritorno. Noi torniamo al solito dialogo tra i gruppi palestinesi. Non c’è nulla di nuovo. L’unica novità è che la posizione ufficiale palestinese di revisione del diritto al ritorno è diventata attualmente un “impegno pubblico”.
L’iniziativa aveva lo scopo di provare che ci fosse un partner palestinese per un accordo di pace? Avevo già scritto in un precedente articolo che l’obiettivo della sinistra sionista era quello di battere proprio su questo punto la posizione di Barak. Questa idea è diventata la bandiera dei “favorevoli a Ginevra” sicuri che questo evento contribuisca a convincere la società israeliana che esiste un partner palestinese. Sembra quasi che i Palestinesi debbano continuare a fare concessioni politiche più per permettere agli israeliani di negoziare con loro che per arrivare a un qualche accordo. La questione reale non è l’inesistenza di una parte palestinese adatta a negoziare, ma l’inesistenza di una parte palestinese davvero disposta ad accettare le idee dell’attuale società israeliana.
Barak aveva accampato l’inesistenza di una controparte palestinese. Invece a Sharon non interessa neppure la presenza o meno di una controparte, perché non ha niente da proporre per arrivare ad una soluzione complessiva. È realista ed è convinto di non poter trovare palestinesi disposti ad accettare le sue proposte. Sharon aveva fatto delle proposte al vecchio primo ministro palestinese, al nuovo e ad altri ancora. Lui è pronto a negoziati no stop, solo che non c’è niente da negoziare con Sharon. Riteniamo gravida di mille pericoli persino la proposta del ritiro entro le linee del 28 settembre (l’unica proposta praticabile all’interno della “road map”).
Effettivamente è possibile arrivare a un patteggiamento con Yossi Beilin sotto Sharon, ma non è possibile arrivare a un patteggiamento con Sharon sotto Sharon. Occorre quindi che la strategia palestinese sia a lungo termine, che sia una strategia basata sul mantenimento dell’unità nazionale palestinese e sull’avvio di un processo politico nazionale e democratico da presentare al mondo intero.
Sharon si trova in un’impasse, non a causa degli accordo di Ginevra, ma per il fallimento della sua politica di sicurezza, per la stagnazione economica e per il fallimento della sua politica mediatica sul piano internazionale. Il documento di Ginevra non dà nessun contributo in una fase come quella attuale in cui non c’è all’orizzonte nessuna prospettiva di un accordo relativamente giusto tra le parti.
*Azmi Bishara è membro del Parlamento israeliano (Knesset) e Presidente dell’Unione Nazionale Democratica Nasra (Nazareth)
[pubblicato su Arabic Media Internet Network il 4 dicembre 2003
ripreso da Solidarité Palestaine - www.solidarite-palestine.org/rdp-int-031204-1.html]

