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	<title>Comitato di solidarietà con il popolo palestinese</title>
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		<title>Idee genocide antipalestinesi e silenzio dei media</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 16:38:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Razzismo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Paolo Maccioni
da Megachip &#8211; Democrazia nella comunicazione
Dai blog d’Oltreoceano si apprende una notizia ripresa pure dai più attenti blogger nostrani e quasi per niente dai media a grande diffusione.
Martin Kramer, membro di un centro studi dell’Università di Harvard, oltre che dell’influente Winep, Istituto per le politiche del vicino Oriente, alla conferenza Herzliya in Israele [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>di Paolo Maccioni</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.megachipdue.info/tematiche/guerra-e-verita/3017-idee-genocide-antipalestinesi-e-silenzio-dei-media.html">da Megachip &#8211; Democrazia nella comunicazione</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dai blog d’Oltreoceano si apprende una notizia ripresa pure dai più attenti blogger nostrani e quasi per niente dai media a grande diffusione.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em></em>Martin Kramer, membro di un centro studi dell’Università di Harvard, oltre che dell’influente Winep, Istituto per le politiche del vicino Oriente, alla conferenza Herzliya in Israele ha teorizzato misure per limitare le nascite del popolo palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Kramer ha pure auspicato che l’Occidente smetta di fornire aiuti che possono incoraggiare i palestinesi a riprodursi e dar vita così a «giovani maschi superflui» (parole sue).</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma: se patisce d’inedia, la popolazione palestinese invecchia e diminuisce di numero, così il problema del terrorismo è risolto. Ovvero: incitamento al genocidio, secondo il diritto internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni intellettuali condannano l’esecranda posizione di Kramer, come <a href="http://www.huffingtonpost.com/mj-rosenberg/yes-kramer-did-advocate-p_b_475350.html" target="_blank">M.J. Rosenberg</a> e <a href="http://www.richardsilverstein.com/tikun_olam/2010/02/23/martin-kramer-advocate-of-genocide-infanticide-or-just-plain-anti-muslim-racism/" target="_blank">Richard Silverstein</a> che l’hanno definito rispettivamente “genocida” e “razzista anti-musulmano”, o come <a href="http://walt.foreignpolicy.com/posts/2010/02/27/kramer_versus_kramer">Stephen Walt</a> che lamenta la pilatesca indolenza di Harvard rispetto alle richieste di allontanamento o di sanzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando ci si chiede: ma com’è potuto accadere che quando settant’anni fa alcuni intellettuali redassero il manifesto della razza la gente non si oppose e non s’indignò abbastanza?</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, si può rispondere: è possibile esattamente come oggi sono in pochi a indignarsi per questa idea. Intanto perché sono in pochi a conoscerla. L’eco data dai blog alla sconcertante notizia contrasta con l’assurdo, complice silenzio dei media ufficiali.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Da «E Polis» (3 marzo 2010)</em></p>
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		<title>Una crescita nella quale la Palestina possa credere</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/una-crescita-nella-quale-la-palestina-possa-credere/</link>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 16:34:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[ANP]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[di Sam Bahour
da Guardian.co.uk

 Un grave equivoco è stato messo in circolazione dalla dirigenza palestinese a Ramallah. I mezzi di informazione, le organizzazioni internazionali, i governi stranieri e i palestinesi in generale sono stati portati a credere che il fermento di attività economica nella West Bank rappresenti lo sviluppo economico che porta ad uno stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Sam Bahour</em></p>
<p><a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/mar/01/gdp-growth-palestine-hardship">da Guardian.co.uk</a><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Un grave equivoco è stato messo in circolazione dalla dirigenza palestinese a Ramallah. I mezzi di informazione, le organizzazioni internazionali, i governi stranieri e i palestinesi in generale sono stati portati a credere che il fermento di attività economica nella West Bank rappresenti lo sviluppo economico che porta ad uno stato indipendente. Sul campo i fatti riducono in brandelli questo ragionamento, proprio perché Israele continua a microdirigere i frammenti economici del progettato futuro stato della Palestina verso una stagnazione sistemica.<span id="more-1613"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Sento già le voci – “ma essere positivo”, “da qualche parte dobbiamo iniziare”, “stiamo operando unilateralmente verso uno stato”, “ma, l’anno scorso,abbiamo avuto una crescita del PIL del 7%”, ecc. Essere positivi è una cosa, ma essere deliranti ed acquiescenti nei confronti dell’occupazione militare che controlla ogni aspetto importante della nostra vita, soprattutto quello economico, è inaccettabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non metto in dubbio le buone intenzioni (fatta eccezione per l’occupante) di tutti gi attori economici coinvolti nella promozione di questo equivoco secondo il quale i banchieri occidentali sono su un rapido treno di crescita economica.</p>
<p style="text-align: justify;">La dirigenza palestinese ha lasciato pochissimo, o per nulla, capitale politico, così si è previsto che si concentri sulle attività economiche – cosa che affermo essere molto diversa dallo sviluppo economico rivolto alla costituzione di uno stato. Si aggiunga a questo il fatto che alcuni operatori chiave palestinesi, vale a dire il Primo Ministro Salam Fayyad, hanno già dato inizio alla campagna per le possibili elezioni presidenziali, e si può vedere facilmente la necessità di un’autogiustificazione per partecipare, ogni giorno o due, ad una cerimonia del taglio del nastro.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli israeliani non avrebbero potuto chiedere di più. Con il pretesto dello slogan del primo ministro israeliano di “pace economica”, Israele ha potuto gettare fumo negli occhi del mondo, con il creare fatti irreversibili sul terreno, come le colonie illegali per soli ebrei, e il continuare a premere con tale durezza sulla società palestinese che molti palestinesi stanno emigrando spontaneamente – una cosa che Israele non è riuscito a realizzare completamente con la forza nel corso di diverse vicende belliche, in particolar modo nel 1948 e nel 1967. Questo lento, ma costante esodo sta svuotando la Palestina del suo capitale umano, già fortemente impoverito dalle restrizioni che ci sono state imposte.</p>
<p style="text-align: justify;">La comunità dei donatori, che continua a sostenere generosamente il governo palestinese a Ramallah, inoltre, non può davvero essere accusata di aspettare di avere un assetto economico per giustificare il suo costante sostegno finanziario all’Autorità Palestinese. Gli Stati sono stati politicamente disabili per decenni in quanto sempre in attesa dell’ulteriore segnale politico degli Stati Uniti. La migliore cosa che per loro possa seguire è quella di pretendere  lo sviluppo istituzionale e la riforma all’interno di un contesto di pace economica. La missione di Tony Blair, l’inviato speciale del Quartetto, è esattamente questo: una missione economica e non politica, anche se il Quartetto è una creatura politica (Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite) che porta l’ultimo onere che rimane per affrontare le questioni politiche fondamentali che stanno creando ostacoli ad una risoluzione impegnativa del conflitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Le organizzazioni internazionali non sono del tutto da biasimare. Esse hanno solo gli strumenti che usano per misurare le economie di Stati sovrani, del tipo del PIL, del PNL e dei rapporti di crescita. Così, quando devo guidare un’ora di più per raggiungere la mia destinazione, perché Israele ha eretto una barriera di separazione illegale, o quando l’esercito israeliano proibisce che le strade che attraversano la West Bank siano riparate, il che determina un danno costante alla mia auto, tutto ciò rappresenta un grande insieme di informazioni per il GDP [gross domestic product = prodotto interno lordo = PIL, ndt] della Palestina, in quanto consumo più carburante e mi reco al mio centro per la riparazione delle auto con maggiore frequenza. Detto questo, quasi tutte le relazioni che provengono da queste organizzazioni specializzate, come la Banca Mondiale, sono più fedeli alla realtà sul terreno della maggior parte delle altre. Questo può essere mostrato da poche frasi riportate nell’ultima relazione della Banca Mondiale:</p>
<p style="text-align: justify;">“Nel corso del tempo, tuttavia, l’apparato di controllo è diventato gradualmente più sofisticato ed efficace nella sua capacità di interferire e influenzare ogni aspetto della vita palestinese, comprese le opportunità di lavoro, il lavoro e i guadagni. Estensivo e multistrato, l’apparato di controllo comprende il sistema dei permessi, gli ostacoli fisici noti come blocchi, strade limitate, divieti di accesso a gran parte del territorio nella West Bank e più in particolare la barriera di separazione. Essa ha trasformato la West Bank in un insieme frammentato di isole sociali ed economiche o da enclavi tagliate fuori le una dalle altre.”</p>
<p style="text-align: justify;">Potrei andare avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">I fatti se ne stanno alla piena luce del giorno per coloro che sono disposti a scovarli. L’occupazione militare israeliana è viva e vegeta in ogni rientranza e fessura di Gaza e della West Bank, specialmente a Gerusalemme. Il 40 per cento della nostra popolazione sotto occupazione a Gaza sta venendo strangolata di proposito. Il 60 per cento della nostra popolazione totale – rifugiati e quelli della diaspora – non è nemmeno nella coscienza delle menti della maggior parte degli attori.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attività economica, nella quale sono coinvolto (e di cui sono fiero) sta sviluppandosi e la cosa in sé e per sé non dovrebbe essere una novità. Inoltre,  essa non dovrebbe essere sommata come sviluppo economico. Si, i palestinesi si svegliano ogni mattina per andare al lavoro proprio come nel resto del mondo, nonostante le restrizioni economiche più strangolanti che essi  abbiano mai affrontato.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, da nessuna parte è reperibile uno sviluppo economico e una crescita che siano degni di un aumento che li rapporti all’economia di un futuro stato. Come potrebbe essere? Tutti gli aspetti chiave di una vera economia sono saldamente nelle mani di Israele, la nostra occupante. Israele, da sola, detiene le leve per la nostra acqua, del movimento, dell’accesso, tutti i confini, lo spazio aereo, l’elettricità, lo spettro elettromagnetico, solo per citare alcuni casi. Un nuovo edificio a Ramallah, o 100 per quella questione, servono per belle cerimonie di taglio del nastro, ma sono tanto lontani dalla costruzione di uno stato economico quanto il torto lo è dal giusto.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro giorno, un amico israeliano mi fece notare un modo diverso di guardare che cosa c’è sul tavolo. Essere positivo, sono disponibile ad accettare la “pace economica” di Benjamin Netanyahu quando lui e il suo paese si comporteranno seriamente a proposito del rilascio delle risorse economiche della Palestina sulle quali detengono il pieno controllo. In mancanza di ciò, noi palestinesi continueremo a raccogliere i pezzi della nostra vita, fino a che non arriverà il giorno inevitabile della resa dei conti, quando Israele dovrà guardare se stessa in uno specchio ed accettare ciò che vi vedrà come una realtà – uno stato di Apartheid.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> traduzione di Mariano Mingarelli</em><a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1824:una-crescita-nella-quale-la-palestina-possa-credere&amp;catid=23:interventi&amp;Itemid=43"> Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a><em><br />
</em></p>
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		<title>Non è mai esistito un campo della pace israeliano</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 14:54:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Gideon Levy (7 marzo 2010)
Il campo della pace israeliano non è morto. Piuttosto non è mai nato. Anche se è vero che dall’estate del 1967 vari gruppi politici radicali e coraggiosi si sono impegnati contro l’occupazione – tutti degni di stima – qui non è mai esistito un ampio, influente campo della pace.
E’ [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --> <!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><em>di Gideon Levy</em> (7 marzo 2010)</p>
<p style="text-align: justify;">Il campo della pace israeliano non è morto. Piuttosto non è mai nato. Anche se è vero che dall’estate del 1967 vari gruppi politici radicali e coraggiosi si sono impegnati contro l’occupazione – tutti degni di stima – qui non è mai esistito un ampio, influente campo della pace.<span id="more-1610"></span></p>
<p style="text-align: justify;">E’ vero, dopo la guerra di Yom Kippur, dopo la prima guerra del Libano e durante i vertiginosi giorni di Oslo (oh, che giorni da capogiro), i cittadini sono scesi in strada, di solito quando era bel tempo e quando alle manifestazioni si suonava il meglio della musica israeliana, ma pochi dicevano qualcosa di decisivo o di coraggioso e ancora meno erano quelli pronti a pagare di persona per le loro attività. Dopo l’assassinio del Primo ministro Yitzak Rabin la gente accendeva candele in piazza e cantava canzoni Aviv Geffen, ma certo non si poteva parlare di un vero e proprio campo della pace.</p>
<p style="text-align: justify;">È altresì vero che quella assunta dal cosiddetto movimento Matzpen subito dopo la guerra dei sei giorni è ormai diventata la posizione israeliana condivisa, ma sono solo parole, prive di contenuto. Niente di significativo è stato fatto sinora per metterla in pratica. Ci si sarebbe aspettati di più, molto di più, da una società democratica che ha dietro casa una così lunga e crudele occupazione e il cui governo ha soprattutto usato il linguaggio della paura, delle minacce, della violenza. In passato sono esistite società nel cui nome sono state commesse ingiustizie spaventose, ma almeno in alcune si sono avute genuine proteste di sinistra, arrabbiate e determinate, di quelle che implicano rischio e coraggio e non si limitano ad azioni all’interno del comodo consenso. Una società occupante le cui piazze sono state vuote per anni, eccezion fatta per vacui raduni  commemorativi e proteste con scarsa partecipazione, non può lavarsene le mani. Né lo possono la pace e la democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che non sia scesa in piazza una gran quantità di gente durante l’operazione israeliana Cast Lead a Gaza, dimostra che non esiste un campo della pace. Se la gente non si riversa nelle strade adesso – quando i pericoli sono in agguato e si perdono continuamente le occasioni e la democrazia riceve colpi su colpi ogni giorno e non ci sono risorse sufficienti per difenderla e la destra controlla la scena politica e i coloni accumulano sempre più potere – vuol dire che non esiste una vera sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è niente che faccia capire il triste stato della sinistra come il dibattito sul futuro del partito Meretz. È della settimana scorsa la strana e ridicola relazione sul mediocre risultato del partito nelle ultime elezioni. Il Meretz è scomparso perché ha perso la parola; non c’è bisogno di una commissione per scoprirlo. Ma anche nei suoi giorni migliori il Meretz non era un vero campo della pace. Quando plaudeva a Oslo, ignorava deliberatamente il fatto che i campioni degli “storici” accordi di pace non avevano mai pensato di evacuare anche un solo insediamento nel corso della grande “conquista” che valse ai suoi promotori il premio Nobel per la pace, sì, per la pace. Coloro che militavano da questa parte trascuravano anche le violazioni degli accordi perpetrate da Israele, la sua pace ingannevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, il problema affondava le sue radici soprattutto nell’impossibile adesione della sinistra al sionismo nel senso storico. Proprio come non può esserci uno Stato democratico ed ebraico a un tempo, occorre stabilire anzitutto che cosa viene prima – non può esserci una sinistra che condivida le posizioni del sionismo ormai superato, che ha costruito lo Stato ma ne ha guidato il corso. Questa illusoria sinistra non è mai riuscita a capire sino in fondo il problema palestinese – creato nel 1948, non nel 1967 – poiché non si rende conto che esso non può essere risolto ignorando l’ingiustizia fatta sin dall’inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">La sinistra illusoria non ha mai capito il punto più importante: per i palestinesi, accettare i confini del 1967 insieme a una soluzione del problema dei rifugiati, che comprenda il ritorno di almeno un numero simbolico di questi, sono concessioni penose. Essi rappresentano anche il solo giusto compromesso, senza il quale non sarà possibile arrivare a una soluzione pacifica; ma è insensato accusare i palestinesi di perdere un’occasione. Una proposta siffatta,  anche considerando quelle “di vasta portata” di Ehud Barak e Ehud Olmert, non gli è mai stata fatta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Meretz  troverà certamente un qualche accordo organizzativo e tornerà ad avere una mezza dozzina di membri elettei alla Knesset, un giorno particolarmente fortunato ne avrà forse una dozzina. Ma questo non è molto. Gli altri gruppi di sinistra, sia ebrei sia arabi, restano esclusi. Nessuno sa che farsene, nessuno pensa ad accoglierli, e sono troppo piccoli per esercitare qualsiasi influenza. Non resta che dire pane al pane: Il campo della pace israeliano è ancora un bambino non nato.</p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><em>Traduzione di Marilla Boffito</em></p>
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		<title>Vivere in Palestina</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 12:40:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Due articoli interessanti:
Israele fa pressione sui beduini della Valle del Giordano perchè se ne vadano
Al-Hadidiyeh, febbraio 2010: Israele esercita di fatto una pressione sulla comunità dei beduini palestinesi perché se ne vadano dalla Valle del Giordano
La Valle del Giordano è classificata come Area C ed è, perciò, sotto il completo controllo israeliano.
Israele ha imposto in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Due articoli interessanti:</h3>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;"><strong>Israele fa pressione sui beduini della Valle del Giordano perchè se ne vadano</strong></span></h3>
<h3 style="text-align: center;">Al-Hadidiyeh, febbraio 2010: Israele esercita di fatto una pressione sulla comunità dei beduini palestinesi perché se ne vadano dalla Valle del Giordano</h3>
<p style="text-align: justify;"><em>La Valle del Giordano è classificata come Area C ed è, perciò, sotto il completo controllo israeliano.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Israele ha imposto in quell’area dure restrizioni all’attività edilizia e al movimento, che applica però solo ai palestinesi, spingendoli di fatto ad andarsene dall’area.</p>
<p style="text-align: justify;">leggi tutto su: <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1822:israele-fa-pressione-sui-beduini-della-valle-del-giordano-perche-se-ne-vadano&amp;catid=25:dalla-palestina&amp;Itemid=75">Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">I proprietari delle case distrutte a Gaza.. in attesa di una speranza..</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Gaza &#8211; Ma&#8217;an – ….si ricordano bene della data della demolizione delle loro case come fosse la data della loro nascita!</p>
<p style="text-align: justify;">Sono migliaia i cittadini  le cui case sono state distrutte dall&#8217;inizio dell&#8217;Intifada di Al-Aqsa. In seguito all’invasione dei terreni adiacenti al confine con la città di Rafah effettuata dalle forze d&#8217;occupazione, in quella zona sono state distrutte migliaia di case. Ora, la popolazione è in attesa della ricostruzione delle loro abitazioni, pur sapendo che l’assedio, la divisione politica interna, il blocco della ricostruzione imposto da Israele e il divieto di ingresso al materiale da costruzione possano complessivamente prolungare la loro attesa.</p>
<p style="text-align: justify;">leggi tutto su: <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1823:i-proprietari-delle-case-distrutte-a-gaza-attendono&amp;catid=25:dalla-palestina&amp;Itemid=75">Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Non c&#8217;è tregua ad At TUWANI</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/non-ce-tregua-ad-at-tuwani/</link>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 12:22:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[ Comunicato stampa (da Operazione Colomba del 7/03/2010)
TRE BAMBINI PALESTINESI TRATTENUTI MENTRE RACCOGLIEVANO DELLE ERBE 
[Nota:  Secondo la IV Convenzione di Ginevra, la corte internazionale di giustizia dell' Aia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti israeliani sono considerati illegali secondo la legge [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong>Comunicato stampa (da Operazione Colomba del 7/03/2010)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>TRE BAMBINI PALESTINESI TRATTENUTI MENTRE RACCOGLIEVANO DELLE ERBE </strong></p>
<p><em>[Nota:  Secondo la IV Convenzione di Ginevra, la corte internazionale di giustizia dell' Aia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti israeliani sono considerati illegali secondo la legge israeliana]</em></p>
<p lang="it-IT"><strong>At Tuwani, South Hebron Hills</strong></p>
<p lang="it-IT">Il 6 marzo 2010 alle ore 10:30 del mattino un gruppo di soldati israeliani ha fermato tre bambini, due tredicenni e un quattordicenne, mentre stavano raccogliendo delle erbe nel villaggio di At-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron.<span id="more-1584"></span></p>
<p lang="it-IT">I bambini erano assieme ad alcuni volontari di Operazione Colomba sulla collina di Khelly, di proprietà privata palestinese, vicino all&#8217;insediamento di Ma&#8217;on, quando sono arrivati dei soldati a bordo di una jeep militare. Tre di loro hanno iniziato a correre verso i ragazzi, hanno ritirato loro le cesoie che stavano utilizzando per raccogliere delle erbe e li hanno spinti verso la jeep. I soldati hanno poi fatto inginocchiare i ragazzi a terra per una decina di minuti, mentre nel frattempo è arrivato sul posto anche il capo della sicurezza di Ma&#8217;on. Due dei ragazzi sono stati forzati a salire sulla jeep, mentre il terzo ha tentato di scappare. Un soldato lo ha rincorso, ha tolto la sicura al suo M16 e ha rivolto l&#8217;arma contro il bambino che si è fermato immediatamente. Il minore è stato poi messo assieme agli altri e la jeep è partita con tutti bambini all&#8217;interno.</p>
<p lang="it-IT">Dopo circa un quarto d&#8217;ora, i membri di Operazione Colomba hanno visto i tre bambini correre loro incontro, giù da una collina, dall&#8217;altro lato della Road 317: i giovani palestinesi hanno riportato che i soldati dopo averli portati via per un breve tratto, li hanno poi rilasciarli.</p>
<p lang="it-IT">I coloni dell&#8217; insediamento di Ma&#8217; on sono spesso supportati dai soldati israeliani nei loro sforzi per rendere la valle e la collina di Khelly inaccessibili ai palestinesi, i quali sono fra l&#8217;altro proprietari di queste terre. Dal 1° febbraio, i membri di Operazione Colomba e di Christian Peacemaker Team che lavorano nell&#8217; area di At-Tuwani sono stati testimoni di come uomini, donne e bambini palestinesi siano stati ripetutamente scacciati dalle loro terre, trattenuti o arrestati.</p>
<p lang="it-IT">Le due organizzazioni mantengono una presenza permanente nel villaggio con l&#8217;obiettivo di provvedere agli accompagnamenti dei bambini palestinesi e delle loro famiglie che vivono sotto la minaccia costante di violenze da parte dei coloni e dell&#8217; esercito israeliani.</p>
<p>Per ulteriori informazioni contattare: Operazione Colomba: 054 99 25 773</p>
<p>Foto disponibili al seguente link:<br />
<a href="http://picasaweb.google.com/operationdove/20100306BambiniPalestinesiTrattenutiDaSoldatiIsraeliani?feat=directlink">http://picasaweb.google.com/operationdove/20100306BambiniPalestinesiTrattenutiDaSoldatiIsraeliani?feat=directlink</a></p>
<p style="text-align: center;">Scarica il documento dettagliato in PDF:<br />
<a href="http://www.operazionecolomba.com/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=472&amp;Itemid=38"><strong>&#8220;Un viaggio pericoloso: la violenza dei coloni contro gli scolari palestinesi sotto scorta militare&#8221;</strong></a></p>
<p><em>Background</em><br />
Per anni, gli abitanti del villaggio di Tuba hanno utilizzato la strada diretta per raggiungere il villaggio di At-Tuwani e da lì la vicina città di Yatta, centro sociale ed economico di tutta l&#8217;area. La costruzione lungo tale strada dell&#8217;insediamento israeliano di Ma&#8217;on negli anni &#8216;80 e del vicino avamposto illegale di Havat Ma&#8217;on nel 2001, ha di fatto bloccato il movimento dei palestinesi, costringendoli a percorrere sentieri più lunghi che richiedono fino a due ore di cammino.</p>
<p>Volontarie e volontari dei Christian Peacemaker Teams e di Operazione Colomba sono presenti nel villaggio di At-Tuwani dal 2004, con azioni di sostegno alla libertà di movimento dei palestinesi minacciati dalla violenza dei coloni israeliani che occupano illegalmente i territori palestinesi. La libertà di movimento è un diritto sancito dall&#8217;articolo 12 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici della Nazioni Unite, ratificata da Israele nel 1991.</p>
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		<title>«GOLDSTEIN, TI AMIAMO». IL VIDEO è SU INTERNET</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 11:35:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Gerusaleme]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Razzismo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio
Gerusalemme est, provocazione dei coloni
«Dottor Goldstein, non c’è nessuno come te al mondo. Dottor Goldstein tutti noi ti amiamo&#8230;hai mirato alla testa dei terroristi (i fedeli musulmani in preghiera, ndr), premuto il grilletto e sparato, sparato, sparato».
Centinaia di estremisti di destra israeliani hanno inneggiato a Baruch Goldstein, il colono ebreo che sedici anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Michele Giorgio</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gerusalemme est, provocazione dei coloni<br />
</strong>«<em>Dottor Goldstein, non c’è nessuno come te al mondo. Dottor Goldstein tutti noi ti amiamo&#8230;hai mirato alla testa dei terroristi (i fedeli musulmani in preghiera, ndr), premuto il grilletto e sparato, sparato, sparato</em>».<br />
Centinaia di estremisti di destra israeliani hanno inneggiato a Baruch Goldstein, il colono ebreo che sedici anni fa massacrò 29 palestinesi nella moschea della Tomba dei Patriarchi (Hebron), prima di essere ucciso a sua volta. Lo avevano già fatto ad Hebron, in occasione del Purim, e lo hanno rifatto a Gerusalemme Est. Per la loro provocazione hanno scelto il quartiere arabo di Sheikh Jarrah, da mesi al centro di forti tensioni tra i palestinesi e i coloni che cercano di insediarsi con la forza nell’area. Il sito del quotidiano Yedioth Ahronoth ha mostrato ieri un filmato in cui si vedono i coloni mentre ballano, cantano e inneggiano a Goldstein davanti agli abitanti palestinesi.<br />
Tutto sotto gli occhi della polizia, che è rimasta immobile. Al contrario i poliziotti a Sheikh Jarrah non mancano di arrestare e malmenare attivisti e pacifisti durante le manifestazioni contro le occupazioni di case arabe. Oggi pomeriggio a Sheikh Jarrah si svolgerà una nuova manifestazione di protesta di attivisti palestinesi e israeliani ma l’appuntamento più atteso è previsto per domani sera, quando nel quartiere oggetto degli appetiti della destra si terrà un raduno con centinaia di persone al quale parteciperanno anche parlamentari arabo israeliani e della sinistra, per denunciare il comportamento dei coloni che godono di aperti sostegni alla Knesset., al governo e al Comune di Gerusalemme. L’amministrazione guidata dal sindaco Nir Barkat nelle scorse settimane ha approvato la costruzione a Sheikh Jarrah di un grande parcheggio per favorire l’afflusso di «fedeli» alla Tomba del rabbino Shimon Hatzadik. Un progetto che, denunciano i palestinesi, punta in realtà a creare una «continuità territoriale» tra Sheikh Jarrah e la vicina zona ebraica di Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100305/pagina/09/pezzo/272948/"><em>da Il Manifesto </em></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Questa e&#8217; la pagina web dove e&#8217; reperibile il video di cui parla Michele Giorgio:<br />
<a href="http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3857671,00.html" target="_BLANK">http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3857671,00.html</a></strong></p>
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		<title>Salviamo l&#8217;università e la cultura palestinese</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/salviamo-luniversita-e-la-cultura-palestinese/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 23:46:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[campagna BDS]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>

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		<description><![CDATA[di Daniele Zolo
Un gruppo di docenti universitari e di ricercatori italiani, sensibili alla situazione universitaria e scolastica delle nuove generazioni palestinesi, hanno lanciato una originale iniziativa che sta sollevando notevole interesse. L&#8217;iniziativa viene presentata questa settimana da docenti delle Università di Firenze, Pisa e Milano: Angelo Baracca, Giorgio Gallo, Martina Pignatti e Giorgio Forti ne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Daniele Zolo</p>
<p style="text-align: justify;">Un gruppo di docenti universitari e di ricercatori italiani, sensibili alla situazione universitaria e scolastica delle nuove generazioni palestinesi, hanno lanciato una originale iniziativa che sta sollevando notevole interesse. L&#8217;iniziativa viene presentata questa settimana da docenti delle Università di Firenze, Pisa e Milano: Angelo Baracca, Giorgio Gallo, Martina Pignatti e Giorgio Forti ne sono i principali promotori. L&#8217;occasione è offerta dall&#8217;Israeli Apartheid Week, che è una campagna di denuncia delle discriminazioni alle quali è soggetto il popolo palestinese. Sia nei territori occupati, sia in Galilea, la situazione è molto grave, come dichiarano centri di ricerca non solo palestinesi, ma anche israeliani, come B&#8217;Tselem, il Centro israeliano che documenta le violazioni dei diritti umani nei territori occupati.<span id="more-1566"></span><br />
Il livello culturale e scientifico nelle 11 università palestinesi è stato fortemente condizionato dalla situazione politica, economica e istituzionale dei territori occupati e dalle violenze dell&#8217;esercito israeliano. In termini di perdita di vite umane, dall&#8217;ottobre 2000 al giugno 2008, circa 650 studenti sono stati uccisi, 4800 feriti e oltre 700 imprigionati. Tra i docenti, 37 sono stati uccisi, 55 feriti e 190 reclusi.<br />
Altrettanto gravi sono stati i danni bellici provocati alle strutture scolastiche e universitarie palestinesi, con la conseguenza di una bassa percentuale di studenti iscritti e di una scarsa presenza di docenti. A Gaza, in particolare, la situazione è drammatica: il 50% degli studenti è assente e lo è anche il 40% dei docenti. Durante l&#8217;operazione militare Piombo Fuso l&#8217;aviazione israeliana ha distrutto 280 scuole/asili e 16 edifici universitari. In pochi giorni sono stati uccisi 164 studenti e 12 docenti.<br />
E si devono segnalare inoltre i casi di discriminazione degli studenti non ebrei da parte di università israeliane. Il fenomeno riguarda anche università israeliane aventi sede nei territori palestinesi occupati, come è il caso dell&#8217;Ariel University College affiliato all&#8217;Università Bar Ilan. In questo quadro si fa sempre più probabile un vero e proprio etnocidio del popolo palestinese ed arabo-israeliano, sia nei territori occupati, sia in Galilea, dove vivono in condizioni di soggezione non meno di un milione e trecentomila &#8220;cittadini&#8221; arabi. Le nuove generazioni sono esposte ad una radicale perdita della consapevolezza della propria storia, delle proprie radici etniche e della propria identità culturale e linguistica. Che cosa intendono fare e stanno proponendo i docenti universitari italiani che si sono impegnati nel tentativo di salvare le nuove generazioni palestinesi? Intendono diffondere nei nostri atenei consapevolezza sulle violazioni del diritto allo studio e della libertà accademica del popolo palestinese. L&#8217;operazione va in controtendenza rispetto alla decisione del Governo italiano, che pochi mesi dopo la strage di Gaza ha firmato un accordo con il Governo israeliano per l&#8217;avvio da un Biennio scientifico e tecnologico italo-israeliano.<br />
Con una &#8220;Lettera aperta sulla discriminazione universitaria e culturale del popolo palestinese&#8221;, che sta avendo un inaspettato successo, il gruppo di docenti italiani invita i colleghi universitari ad aderire ad un progetto di intervento a favore delle università palestinesi, cercando il dialogo anche con gli accademici israeliani. L&#8217;obiettivo è l&#8217;intervento concreto a favore di studenti e studiosi palestinesi e arabo-israeliani, promuovendo convenzioni di cooperazione culturale, scientifica e didattica fra atenei italiani e atenei palestinesi. Un ulteriore passo avanti sarà l&#8217;organizzazione di un primo convegno nazionale su questi temi, con la collaborazione di istituzioni nazionali e internazionali, non solo accademiche, disposte a sostenere il progetto degli accademici italiani: aiutare le nuove generazioni palestinesi a raggiungere in assoluta autonomia un livello &#8220;normale&#8221; di scolarizzazione e acculturazione universitaria, nonostante l&#8217;occupazione, l&#8217;assedio e la repressione in corso.<br />
PS. Per ricevere il testo della &#8220;Lettera aperta&#8221; e inviare adesioni, i docenti e i ricercatori italiani possono scrivere a: <a href="mailto:%C2%ABdiritto.studio.palestina@gmail.com">«diritto.studio.palestina@gmail.com</a>»</p>
<p>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100304/pagina/08/pezzo/272851/">Il Manifesto del 4 marzo 2010</a></p>
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		<title>Parola d&#8217;ordine: stop apartheid</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 23:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Boicottaggio]]></category>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio
PALESTINA 40 atenei mobilitati in tutto il mondo: basta al regime che segrega gli arabi
Partecipano anche accademici israeliani, ma Tel Aviv: «antisemiti»
È scesa in campo addirittura l&#8217;Agenzia ebraica per contrastare conferenze, sit-in, attività culturali ed artistiche legate alla sesta «Israel apartheid week» (Iaw), l&#8217;iniziativa internazionale annuale, cominciata il primo marzo, che denuncia la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Giorgio</p>
<p><em>PALESTINA 40 atenei mobilitati in tutto il mondo: basta al regime che segrega gli arabi<br />
Partecipano anche accademici israeliani, ma Tel Aviv: «antisemiti»</em></p>
<p style="text-align: justify;">È scesa in campo addirittura l&#8217;Agenzia ebraica per contrastare conferenze, sit-in, attività culturali ed artistiche legate alla sesta «Israel apartheid week» (Iaw), l&#8217;iniziativa internazionale annuale, cominciata il primo marzo, che denuncia la politica israeliana verso i palestinesi &#8211; paragonandola alla segregazione razziale che i bianchi attuavano nei confronti dei neri in Sudafrica &#8211; in 40 università e 50 città del mondo oltre che nei centri arabo israeliani e, naturalmente, nei Territori occupati. Dopo i risultati ottenuti lo scorso anno dalla campagna internazionale «Bds» (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) di boicottaggio di Israele, le autorità dello Stato ebraico seguono ora con attenzione i consensi che l&#8217;Iaw sta raccogliendo tra studenti e docenti nelle università occidentali e l&#8217;attivismo che ha messo in moto in Europa, anche in Italia, in particolare a Pisa, Roma e Bologna. <span id="more-1564"></span><br />
Nella città toscana domani verrà lanciata un&#8217;iniziativa nazionale di accademici italiani per il diritto allo studio del popolo palestinese che, tuttavia, non invoca il boicottaggio accademico di Israele &#8211; sul quale insistono altre organizzazioni che denunciano la partecipazione di atenei e centri di ricerca israeliani a produzioni belliche e politiche di occupazione militare &#8211; ed esorta i docenti italiani ad avviare relazioni privilegiate con le università in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est.<br />
«Il paragone tra Israele e l&#8217;apartheid sudafricano è senza alcun fondamento», ha tuonato il presidente dell&#8217;Agenzia ebraica, Natan Sharansky accusando di «antisemitismo» i promotori dell&#8217;Iaw. L&#8217;obiettivo dell&#8217;Agenzia ebraica, ha spiegato Sharansky, «è quello di impedire che i nemici possano allontanare gli ebrei da Israele». Da parte loro i giornali israeliani, ad eccezione (parziale) del liberal Haaretz, sparano sull&#8217;Iaw &#8211; descritta dal notista di Maariv Ben-Dror Yemini come un tentativo di rilanciare, in altre forme, la conferenza di Durban sul razzismo &#8211; e puntano l&#8217;indice contro i cittadini israeliani che vi prendono parte, come l&#8217;economista Shir Ever (impegnato ad Amsterdam) e il docente di antropologia Jeff Halper (a Glasgow). «I gruppi che promuovono la Iaw puntano a un solo obiettivo, il completo isolamento internazionale di Israele come Stato razzista che pratica l&#8217;apartheid. Non possiamo accettare queste iniziative e le accuse che ci vengono rivolte, specie quando a farle sono cittadini del nostro paese», ha protestato il professor Gerald Steinberg, dell&#8217;università ultraconservatrice di Bar Ilan.<br />
Altri esponenti della destra hanno messo in rilievo la «partecipazione indiretta» all&#8217;Iaw di istituzioni internazionali, citando, ad esempio, la proiezione a Gaza del film di animazione «Fatenah» prodotto dall&#8217;Oms che racconta la storia (vera) di una giovane donna gravemente ammalata e deceduta per non aver potuto andare all&#8217;estero a curarsi a causa dell&#8217;assedio israeliano di Gaza.<br />
A dare un forte impulso alla Iaw e altre campagne internazionali a favore dei diritti del popolo palestinese, sono state le conseguenze della devastante offensiva israeliana «Piombo fuso» contro Gaza (1.400 palestinesi uccisi, almeno 5mila i feriti e migliaia di abitazioni distrutte o danneggiate). Un&#8217;operazione militare segnata da «crimini di guerra» contro la popolazione civile di Gaza secondo la denuncia del giudice sudafricano Richard Goldstone, incaricato dal Consiglio per i Diritti Umani, contenuta in un rapporto approvato alla fine dello scorso anno dall&#8217;Onu.<br />
Un&#8217;inchiesta che il governo e gran parte dei media israeliani hanno contestato duramente, al punto da prendere di mira anche le Ong e i centri per i diritti umani ebraici che avevano fornito la loro collaborazione alle indagini. In risposta allo sdegno delle autorità governative contro l&#8217;Iaw, ieri il poeta arabo israeliano, Salman Masalha, ha ricordato su Haaretz le pesanti discriminazioni alle quali è soggetta la minoranza araba nello Stato di Israele, sottolineando l&#8217;esistenza di comunità «soltanto per ebrei». «Questo è il solo paese democratico del mondo dove 1/5 della popolazione (gli arabi) che sulla carta gode degli stessi diritti (della maggioranza), non ha rappresentanti (dei suoi partiti) al governo», ha sottolineato Masalha.<br />
Dal Canada, uno dei paesi dove l&#8217;Iaw è maggiormente attaccata dai filo-israeliani, il noto commentatore Thomas Walkom smentisce che i dibattiti in corso nell&#8217;ambito della «settimana» abbiamo un contenuto antisemita. «La Iaw è controversa? Sì. È sbilanciata da un lato? Sì. Ma non è antisemita, a meno che non si voglia per forza pensare che criticare Israele sia un attacco a tutti gli ebrei», ha scritto Walkom sul Toronto Star.</p>
<p style="text-align: justify;">da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100304/pagina/08/pezzo/272849/">Il Manifesto del 4 marzo 2010</a></p>
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		<title>Risorse idriche e risorse naturali</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 23:32:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Muro Gaza/Egitto]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo stupro israeliano delle risorse naturali di Gaza. Parte 3
di Peter Eyre
Quando si osserva questa carta della zona marittima risulta facile comprendere che la popolazione di Gaza non è in grado di sviluppare un industria della pesca commercialmente praticabile. Al momento essa è completamente in rovina in quanto si è esaurita l’intera riserva di pesce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Lo stupro israeliano delle risorse naturali di Gaza. Parte 3</span></h3>
<p>di Peter Eyre</p>
<p>Quando si osserva questa carta della zona marittima risulta facile comprendere che la popolazione di Gaza non è in grado di sviluppare un industria della pesca commercialmente praticabile. Al momento essa è completamente in rovina in quanto si è esaurita l’intera riserva di pesce lungo la costa.<br />
&#8230;.. <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1626&amp;Itemid=42">leggi su Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Gli esperti affermano che il muro dell’Egitto  distruggerà la falda idrica di Gaza</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Gaza – Ma’an – Domenica, durante un simposio intitolato <em>Il Muro di Metallo tra l’Egitto e Gaza</em>: <em>ripercussioni e conseguenze, di tipo ambientale ed umano</em>, tenutosi a Gaza, gli esperti hanno stabilito che il muro sotterraneo di acciaio dell’Egitto porterà alla distruzione della falda acquifera di Gaza.</p>
<p>Esperti e specialisti hanno fatto appello a università e a centri di ricerca  perché compartecipino agli studi sull’impatto del muro di acciaio dell’Egitto lungo i confini di Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8230;.<a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1704&amp;Itemid=75">leggi su Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a></p>
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		<title>Vietato parlare di Nakba</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 23:05:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; legge il provvedimento che intende punire le celebrazioni della Nakba palestinese
Una nuova legge in Israele rende crimine                      la commemorazione di ciò che i Palestinesi chiamano         [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">E&#8217; legge il provvedimento che intende punire le celebrazioni della Nakba palestinese</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Una nuova legge in Israele rende crimine                      la commemorazione di ciò che i Palestinesi chiamano                      &#8220;Nakba&#8221;, la catastrofe del loro sradicamento e pulizia                      etnica dalla Palestina, con la creazione dello Stato sionista                      nel 1948. La Knesset, il Parlamento israeliano, ha ratificato                      la &#8220;legge Nakba&#8221; già alla prima lettura.                      Saranno imposte penalità a chiunque mostri il 15 maggio,                      segni di tristezza e di lutto dentro i confini (indefiniti)                      di Israele; in quella data i palestinesi ricordano la creazione                      della crisi dei rifugiati. La radio israeliana ha commentato                      che lo scopo della legge è quello di far cessare che                      vi sia gente a lutto per quello che per Israele è il                      Giorno della Indipendenza; atti commemorativi, viene rilevato,                      sono equivalenti a &#8220;negare il carattere ebraico di Israele                      e insultare i simboli dello Stato&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Marzo10/04-03-10LeggeCelebrazioniNakba.htm"><em>da Forum Palestina</em></a></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Israele rivendica luoghi sacri situati nella West Bank</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/02/israele-rivendica-luoghi-sacri-situati-nella-west-bank/</link>
		<comments>http://www.palestinalibera.org/2010/02/israele-rivendica-luoghi-sacri-situati-nella-west-bank/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 18:40:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Gerusaleme]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>

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		<description><![CDATA[da Ma&#8217;an News Agency
Bethlehem – Ma’an – Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato, domenica, che Israele ha aggiunto due luoghi sacri siti nella West Bank occupata ad una lista dei luoghi facenti parte del patrimonio nazionale.
Entro il suo “Piano per il Ricupero e il Rafforzamento delle Infrastrutture del Patrimonio Nazionale di Israele”, l’aggiornamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=263146"><em>da Ma&#8217;an News Agency</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">Bethlehem – Ma’an – Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato, domenica, che Israele ha aggiunto due luoghi sacri siti nella West Bank occupata ad una lista dei luoghi facenti parte del patrimonio nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Entro il suo “Piano per il Ricupero e il Rafforzamento delle Infrastrutture del Patrimonio Nazionale di Israele”, l’aggiornamento riguarda la Moschea di Ibrahim a Hebron, nota agli israeliani come la Grotta dei Patriarchi, e la Tomba di Rachele a Bethlehem.<span id="more-1475"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Una lista già pronta comprende 150 luoghi in Israele, ma è fuori dal comune la manovra per aggiornarla con l’aggiunta dei due siti collocati nelle città della West Bank di Hebron e di Bethlehem, come luoghi del patrimonio israeliano, in quanto nessuno dei due si trova in Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">I progetti di restauro sono calcolati sfiorare il costo di 400 milioni di NIS israeliani ( approssimativamente 110 milioni di dollari USA).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“ Un atto di aggressione contro i Diritti culturali e religiosi.”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Funzionari dell’Autorità Palestinese hanno condannato immediatamente l’iniziativa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Questo avviso è un atto di aggressione contro i Diritti culturali e religiosi del popolo palestinese,” ha affermato, durante un’intervista telefonica,  il dr. Hamdan Taha, direttore del Dipartimento delle Antichità del Ministero del Turismo dell’Autorita Palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;">“Invece di far uso del patrimonio per promuovere la pace, esso sta venendo utilizzato come uno strumento per favorire la guerra,” ha  affermato Taha, sostenendo che il momento scelto per tali propositi potrebbe non essere scontato. “Questo è programmato espressamente per ostacolare il processo di pace.”</p>
<p style="text-align: justify;">Osservando inoltre che i luoghi  in questione sono sacri per molte religioni, Taha ha insistito sul fatto che il piano di Netanyahu di designarli quali luoghi facenti parte del patrimonio israeliano “riflette una storiografia artificiale che è utile unicamente alla politica coloniale di Israele.”</p>
<p style="text-align: justify;">Egli ha concluso dicendo che “Un sacrario religioso rispettato dai musulmani, dai cristiani e dagli ebrei dovrebbe essere onorato come un simbolo culturale e religioso, non come un’opportunità per ostruire i tentativi internazionali di pervenire ad un accordo di pace.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad Hebron, funzionari locali, nel frattempo, hanno maledetto Netanyahu a proposito della sua decisione.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatah ha dichiarato uno sciopero generale per lunedì, mentre il sindaco di Hebron, Khaled Al-Eseili, ha sollecitato l’UNESCO ad intervenire rapidamente “Per proteggere la Moschea di Ibrahim, impedire la sua profanazione, e darsi da fare contro ogni alterazione delle sue linee architettoniche.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il Diritto Internazionale, comprese le Convenzioni dell’Aja, obbligano gli occupanti a non modificare il patrimonio storico dell’occupato, ha dichiarato Fatah.</p>
<p style="text-align: justify;">Al-Eseili ha diffuso  l’annuncio indicativo secondo il quale Netanyahu è “ossessionato dal volere ostacolare</p>
<p style="text-align: justify;">il processo di pace, spingendo in tal modo la regione verso una deflagrazione. “ Egli ha detto che il Primo Ministro “continua ad imporre la realtà con la forza.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il sindaco ha affermato anche che Netanyahu “si rende conto molto bene che questa moschea è tenuta in grande considerazione da ogni cittadino arabo e musulmano,” perciò azioni messe in atto contro di lei rappresentano “ una manifestazione di disumanità.” Egli ha detto anche che, secondo ogni criterio, il passo comporta una limitazione della libertà di culto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il partito israeliano di sinistra Meretz ha stroncato la decisione.</p>
<p style="text-align: justify;">“Questo è un altro tentativo di rendere confusa la posizione dei confini tra lo stato di Israele e i Territori Occupati,” ha dichiarato Chaim Oron, presidente del partito Meretz, al quotidiano in lingua ebraica Yedioth Ahronoth.</p>
<p style="text-align: justify;">“Tutto ciò che necessita è una piccola pressione dalla destra, e Netanyahu fa come gli altri. Questa decisione pone il discorso di Netanyahu  a  Bar-Ilan, riguardante due stati per due popoli, in una luce assurda,” Ha aggiunto Oron, secondo il giornale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’esistenza di Israele è ancorata ad una “eredità nazionale ed emozionale”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I due siti palestinesi sono stati aggiunti a seguito della pressione esercitata dall’estrema destra di Israele. Secondo l’agenzia informativa Arutz Sheva gestita dai coloni, una richiesta per l’inserimento nella lista della Tomba di Giuseppe a Nablus è stata sottoscritta da oltre 1000 persone, e fra di esse anche da membri della Knesset.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella seduta del Consiglio di Governo di domenica Netanyahu ha difeso il piano in questione.</p>
<p style="text-align: justify;">“La nostra esistenza qui nel nostro paese dipende non solo dalla forza dell’IDF e dal nostro potere economico e tecnologico. Esso è ancorato innanzitutto alla nostra eredità nazionale ed emozionale, che noi instilliamo nella nostra gioventù  e nelle generazioni a venire,” ha dichiarato Netanyahu.</p>
<p style="text-align: justify;">Essa dipende dagli eroi culturali e dai simboli nazionali. Dipende dalla nostra capacità di riconoscere e di spiegare la validità della nostra causa e di evidenziare i nostri legami con la terra, a noi stessi, innanzitutto, come pure agli altri,” ha aggiunto il Primo Ministro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il comunicato di domenica segue l’approvazione della scorsa settimana di un piano per costruire due “percorsi” nel patrimonio di siti archeologici che si snodano tra Israele e la West Bank.</p>
<p style="text-align: justify;">Una strada, che inizia nei pressi del complesso della Moschea Al-Aqsa nella Gerusalemme occupata, è un “percorso dell’esperienza israeliana che congiunge i principali siti che sono connessi alla storia del ritorno di un popolo alla sua terra”, Ha annunciato Netanyahu domenica.</p>
<p style="text-align: justify;">(tradotto da <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1809:israele-rivendica-luoghi-sacri-nella-west-bank&amp;catid=25:dalla-palestina&amp;Itemid=75">mariano mingarelli</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: center;"><a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1807:smottamento-stradale-nei-pressi-del-bab-khan-az-zeit-market-di-gerusalemme&amp;catid=25:dalla-palestina&amp;Itemid=75"><strong>Gli scavi israeliani sono responsabili dei recenti sprofondamenti a Gerusalemme</strong></a></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>Complicità europea con il terrorismo del Mossad</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/02/complicita-europea-con-il-terrorismo-del-mossad/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 18:29:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[di Abd al-Bari Atwan*
L’operazione del Mossad che ha                      portato all’assassinio di Mahmoud al-Mabhouh –                     [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Abd al-Bari Atwan*</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’operazione del Mossad che ha                      portato all’assassinio di Mahmoud al-Mabhouh –                      uno dei fondatori delle brigate Ezzeddin al-Qassam, braccio                      armato di Hamas – non solo ha tradito le complicità                      di alcuni servizi di sicurezza dell’Autorità                      Palestinese e la collaborazione di alcuni suoi leader con                      i servizi segreti israeliani (Hamas, pur attribuendo al                      Mossad la paternità dell’operazione che ha portato                      all’assassinio di Mabhouh, ha accusato Mohammed Dahlan                      – membro di Fatah ed ex “uomo forte” dell’ANP                      a Gaza, prima che Hamas prendesse il potere nella Striscia                      – di essere coinvolto nell’operazione; i due palestinesi                      arrestati in Giordania e consegnati alle autorità di                      Dubai con l’accusa di aver fornito supporto logistico                      alla squadra che ha commesso l’omicidio, avevano lavorato                      in passato nei servizi di sicurezza dell’ANP, e secondo                      Hamas, lavoravano attualmente per una società immobiliare                      di proprietà di Dahlan a Dubai (N.d.T.) ), ma                      ha compromesso anche la reputazione di alcuni stati europei,                      e messo in luce la loro complicità con il terrorismo                      israeliano, soprattutto nel momento in cui questo terrorismo                      è rivolto contro gli arabi e i musulmani.                      <span id="more-1473"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo rimasti sorpresi dal silenzio di alcuni governi europei,                        che hanno lasciato che il Mossad utilizzasse impunemente                        i passaporti di alcuni loro cittadini per assassinare Mabhouh                        a Dubai, e siamo rimasti sorpresi ancor di più dalle                        inchieste pubblicate da alcuni giornali britannici venerdì                        scorso, le quali affermano che gli israeliani avevano informato                        i loro colleghi britannici del fatto che i loro agenti avrebbero                        utilizzato passaporti del Regno Unito – cosa che conferma                        che i servizi britannici erano a conoscenza di quanto stava                        accadendo, e che incoraggiano il terrorismo israeliano contro                        gli arabi.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ vero che il governo britannico si è affrettato                        a smentire queste notizie, ma il fatto che Londra non ha                        preso alcun provvedimento contro gli israeliani conferma                        che la collera ufficiale del governo britannico non è                        nient’altro che una messinscena malriuscita.</p>
<p style="text-align: justify;">La signora Margaret Thatcher espulse 13 diplomatici israeliani                        e sospese la collaborazione di sicurezza con Israele nel                        1987, dopo che il Mossad aveva utilizzato passaporti britannici                        per compiere analoghe operazioni terroristiche. Ma nutriamo                        seri dubbi sul fatto che Gordon Brown, attuale primo ministro                        ed uno dei maggiori sostenitori di Israele, oltre che ex                        membro di un’associazione di amici di Israele (Labour                        Friends of Israel (N.d.T.) ), compirà un passo di                        questo genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste posizioni vergognose e queste complicità                        da parte della Gran Bretagna e di altri paesi europei ci                        confermano che i responsabili israeliani avevano ragione                        quando hanno detto che tutto il polverone mediatico di questi                        giorni era “una tempesta in un bicchier d’acqua”,                        che presto le cose si sarebbero calmate, e che tutto avrebbe                        ripreso il proprio corso naturale entro una settimana al                        massimo. Per chiudere definitivamente la questione basterà                        tutt’al più qualche scusa da parte di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il Canada e la Nuova Zelanda, Tel Aviv usò lo                        stesso sistema del “porgere le scuse”, quando                        utilizzò passaporti di questi due paesi per compiere                        operazioni analoghe (il fallito attentato a Khaled Meshaal                        nel 1997 ad Amman). Malgrado queste operazioni, i rapporti                        fra Israele e il Canada non subirono alcuna conseguenza,                        anzi si rafforzarono ulteriormente negli anni successivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo terrorismo israeliano equivale a qualunque altra                        forma di terrorismo, compreso quello di al-Qaeda. Anzi,                        forse è ancora peggiore, per un motivo molto semplice:                        al-Qaeda non è uno stato membro della Nazioni Unite,                        né pretende di essere l’unica democrazia del                        Medio Oriente, o un modello di civiltà occidentale                        nel mondo arabo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il terrorismo israeliano praticato con la complicità                        dell’Occidente è quello che fornisce ad al-Qaeda                        e a tutti gli altri gruppi estremisti la giustificazione                        per reclutare giovani musulmani oppressi e umiliati allo                        scopo di portare a termine attentati a bordo degli aerei                        o all’interno delle stazioni ferroviarie. Diciamo                        ciò, senza voler per questo approvare alcuna forma                        di terrorismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Mossad israeliano si comporta come se fosse al di sopra                        della legge, invia sicari nelle capitali di paesi moderati                        e alleati dell’Occidente, viola la loro sovranità                        alla luce del sole, compie i propri crimini confidando nel                        sostegno degli Stati Uniti e dell’Europa – anche                        laddove utilizza i passaporti di questi paesi a loro insaputa.                        I paesi occidentali spendono centinaia di miliardi con il                        pretesto di combattere il terrorismo arabo-islamico, ma                        perdono la loro credibilità ed i loro amici –                        senza i quali non possono raggiungere gli obiettivi sperati                        – allorché non muovono un dito di fronte al                        terrorismo israeliano. Ciò fa sì che i soldi                        che essi spendono siano gettati al vento.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiediamo ai paesi arabi di punire gli stati che si sono                        dimostrati complici di questo terrorismo israeliano –                        con il loro silenzio di fronte alla violazione israeliana                        della loro sovranità e di fronte all’utilizzo                        da parte di Israele di passaporti appartenenti a loro cittadini                        per compiere un’azione terroristica in un emirato                        pacifico e moderato – minacciandoli di sospendere                        ogni forma di collaborazione di sicurezza con questi stati                        se non si affretteranno ad esercitare pressioni su Israele                        affinché consegni i killer alla giustizia il prima                        possibile. Tuttavia sappiamo bene che la maggior parte dei                        governi arabi non possiedono una reale sovranità,                        sono privi di orgoglio, e si piegano completamente ai diktat                        ed agli ordini impartiti dall’Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci rimane da dire che l’Autorità Palestinese                        (due suoi ex funzionari sono coinvolti in questo attentato                        terroristico) avrà perso quel poco che le restava                        in termini di reputazione e credibilità, e non meriterà                        di rappresentare neanche un solo palestinese, se non si                        mobiliterà immediatamente per punire i suoi leader                        coinvolti e fare pulizia nei suoi ranghi allontanando tutti                        coloro che collaborano con il Mossad il prima possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Due scandali in meno di una settimana – uno nel quale                        sono coinvolti i servizi di sicurezza che si presuppone                        debbano lavorare contro Israele e a difesa del cittadino                        palestinese, e che si sono trasformati invece in strumenti                        di spionaggio a scopo di ricatto a danno dei palestinesi                        e degli stessi responsabili dell’ANP, e l’altro                        nel quale è emersa una complicità con il Mossad                        per liquidare uno dei combattenti che hanno posto la loro                        vita al servizio della questione palestinese e della lotta                        contro l’occupazione – sono troppi.</p>
<p style="text-align: justify;">*Abd al-Bari Atwan è un giornalista                        palestinese resid<em>ente in Gran Bretagna; è direttore                        del quotidiano “al-Quds al-Arabi”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>tradotto e pubblicato dal sito www.medarabnews.com</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Febbraio10/24-02-10ComplicitaEuropeaMossad.htm">da Forum Palestina</a><br />
</em></p>
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		<title>Giù un pezzo di muro a Bilin</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/02/giu-un-pezzo-di-muro-a-bilin/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 23:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Muro]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Giù un pezzo di muro a Bilin, la resistenza modello compie cinque anni
di Michele Giorgio
I pacifisti abbattono una parte della barriera. Per bloccare il corteo l&#8217;esercito israeliano usa anche idranti spara-liquami
Sono arrivati da ogni angolo della Cisgiordania, da Israele e dall&#8217;estero gli oltre 1.500 attivisti che ieri a Bilin hanno festeggiato i cinque anni della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;"><strong><strong>Giù un pezzo di muro a Bilin, la resistenza modello compie cinque anni</strong></strong></span></h3>
<p style="text-align: justify;">di Michele Giorgio<br />
<em>I pacifisti abbattono una parte della barriera. Per bloccare il corteo l&#8217;esercito israeliano usa anche idranti spara-liquami</em></p>
<p style="text-align: justify;">Sono arrivati da ogni angolo della Cisgiordania, da Israele e dall&#8217;estero gli oltre 1.500 attivisti che ieri a Bilin hanno festeggiato i cinque anni della lotta del villaggio palestinese divenuto il simbolo della resistenza popolare contro il muro israeliano. Una folla colorata che si è unita agli abitanti del villaggio per ribadire che la battaglia per ottenere lo smantellamento della barriera che ha tagliato fuori Bilin da buona parte dei suoi terreni agricoli continuerà. <span id="more-1466"></span>Non ha certo spento la protesta la sentenza emessa qualche giorno fa dalla Corte suprema israeliana che ha ordinato all&#8217;esercito occupante di spostare la recinzione, in modo da restituire a Bilin una porzione dei 200 ettari di terra fertile confiscati negli anni passati. Per dimostrare che il comitato popolare non si accontenta di questa sentenza ieri &#8211; durante il corteo di protesta che si tiene ogni venerdì &#8211; decine di giovani hanno smantellato una trentina di metri di barriera durante. I soldati israeliani hanno risposto con una pioggia di candelotti lacrimogeni, granate assordanti e spruzzando con gli idranti dell&#8217;«acqua puzzolente», simile a quella di fogna, con una sostanza chimica così penetrante che rimane attaccata alla pelle e agli abiti per giorni. Una quindicina di manifestanti sono rimasti intossicati e alcuni di loro sono stati portati via dalle ambulanze. La scorsa settimana un gruppo di manifestanti aveva marciato travestito da Na&#8217;vi, il popolo che si ribella ai colonizzatori umani, protagonista del film «Avatar».<br />
«Quanto accade ogni settimana a Bilin è il risultato più importante che la resistenza popolare all&#8217;occupazione e al muro abbia ottenuto sino ad oggi» ci dice Jonatan Pollak, di Anarchici contro il muro. «I successi parziali però non devono appagarci &#8211; ha aggiunto Pollak -: l&#8217;obiettivo rimane l&#8217;abbattimento del regime di occupazione militare e lo smantellamento totale del muro dell&#8217;apartheid. Dobbiamo raggiungerlo nonostante la repressione e gli arresti che sempre più di frequente colpiscono i principali esponenti (come Abdallah abu Rahme, ndr) di questa rivolta non violenta».<br />
In questo villaggio che vive nel ricordo di Basem, ucciso da un candelotto lacrimogeno sparato dai soldati israeliani, non hanno importanza nazionalità e origini, nessuno ti chiede a quale fede appartieni. Qui l&#8217;unico «testo sacro» è il parere favorevole espresso il 9 luglio 2004 dalla Corte Internazionale di Giustizia dell&#8217;Aia alla risoluzione ES-10/15 dell&#8217;Onu che ha sancito che «l&#8217;edificazione del Muro che Israele, potenza occupante, è in procinto (a quel tempo, ndr) di costruire nel territorio palestinese occupato, ivi compreso l&#8217;interno e intorno a Gerusalemme est, e il regime che gli è associato, sono contrari al diritto internazionale». Ad accompagnare ieri la marcia di Bilin c&#8217;erano il premier dell&#8217;Anp Salam Fayyad, il deputato Mustafa Barghuti, e il sindaco di Ginevra Remy Pagani.</p>
<p style="text-align: justify;">da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100220/pagina/08/pezzo/271946/">Il Manifesto</a></p>
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		<title>Traballa Dagan, il capo del Mossad</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 23:03:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[Crisi diplomatica dopo l&#8217;operazione «speciale» di Dubai. Ambasciatori di Israele convocati a Londra, Parigi e Dublino
di Michele Giorgio
Sono stati ripresi e individuati gli 11 membri del commando che ha ucciso un dirigente di Hamas: la polizia degli Emirati ha trasmesso i mandati di cattura all&#8217;Interpol e si dice «certa al 99%» che sia il Mossad. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Crisi diplomatica dopo l&#8217;operazione «speciale» di Dubai. Ambasciatori di Israele convocati a Londra, Parigi e Dublino</em></p>
<p style="text-align: justify;">di Michele Giorgio</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sono stati ripresi e individuati gli 11 membri del commando che ha ucciso un dirigente di Hamas: la polizia degli Emirati ha trasmesso i mandati di cattura all&#8217;Interpol e si dice «certa al 99%» che sia il Mossad. L&#8217;uso di falsi passaporti provoca crisi con Londra, Parigi e Dublino. Il governo di Israele difende il capo della sua intelligence<span id="more-1463"></span></em></p>
<p style="text-align: justify;">Se il Times di Londra riconosce a Israele il diritto di «difendersi» in ogni modo, quindi facendo anche uso di passaporti britannici per operazioni «speciali» del Mossad, il governo di Gordon Brown al contrario non sembra disposto a concedere a Tel Aviv tanta libertà di azione.<br />
Ieri dunque il ministro degli esteri britannico David Miliband ha convocato l&#8217;ambasciatore israeliano per chiedere a Tel Aviv una «cooperazione piena» nell&#8217;inchiesta sull&#8217;utilizzo di passaporti del Regno unito (appartenenti a israeliani con la doppia cittadinanza) da parte del commando che il mese scorso ha assassinato in un hotel di Dubai Mahmoud al-Mabhouh, uno dei fondatori dell&#8217;ala militare di Hamas. «Noi speriamo e ci attendiamo che cooperino pienamente con gli inquirenti», ha detto Miliband dopo avere incontrato al Foreign Office l&#8217;ambasciatore dello Stato ebraico.<br />
Lo stesso hanno fatto Dublino e Parigi, dopo la rivelazione che i killer del dirigente di Hamas erano in possesso anche di un passaporto francese e di tre irlandesi. Ad aggiungere pressioni è stata la polizia di Dubai, che ieri ha comunicato di essere certa «al 99%» che dietro l&#8217;omicidio ci sia il Mossad e ha già provveduto a far inserire nelle liste dell&#8217;Interpol i nomi degli 11 sospetti assassini di al Mabhouh.<br />
Sulla graticola in queste ore c&#8217;è il capo del Mossad, Meir Dagan, osannato in patria, elogiato un paio d&#8217;anni fa anche da un importante quotidiano italiano e più di recente persino da un giornale arabo, l&#8217;egiziano al Ahram. Dagan va benissimo al premier Netanyahu e al resto del governo, e lui stesso ha già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di dimettersi. Tuttavia il gioco ora è scoperto. Israele continua a non ammettere (e non smentire) il suo coinvolgimento nell&#8217;uccisione di al Mabhouh. Ma anche alla Gran Bretagna, riconoscendo il modo di agire tipico del Mossad, ha chiamato in causa Israele. Così si è fatta più folta la schiera degli «esperti» israeliani che suggeriscono a Dagan di andarsene, come fece il predecessore Danny Yatom nel 1997 dopo il fallito omicidio del leader di Hamas in esilio, Khaled Mashaal, ad Amman (due agenti del Mossad, in possesso di passaporti canadesi, furono catturati dalla polizia giordana). E&#8217; perciò difficile immaginare a fine anno l&#8217;ennesimo rinnovo dell&#8217;incarico a Dagan, nominato capo del servizio segreto israeliano nell&#8217;agosto 2002 dall&#8217;allora premier Ariel Sharon.<br />
Le dimissioni di Dagan sarebbero un colpo diretto allo stesso Netanyahu. Il capo del Mossad, spietato contro i palestinesi, che si proclama piuttosto un «amante della pittura e della cucina italiana», è considerato in Israele una specie di «superman»: l&#8217;uomo che, mettendo da parte scrupoli ed esitazioni, ha ridato al servizio segreto israeliano quell&#8217;immagine di brutale efficienza che aveva avuto prima dell&#8217;arrivo al comando di Ephraim Halevy, amante dell&#8217;analisi e della tecnologia più che dell&#8217;azione. Appena nominato, Dagan ha mandato in pensione decine di agenti poi sostituiti da giovani (anche arabi). Soprattutto ha incrementato le operazioni sporche e gli omicidi mirati. Il suo «colpo» principale è stato l&#8217;uccisione a Damasco di Imad Mughniyeh, il comandante militare di Hezbollah, per il quale appena qualche giorno fa il leader del movimento sciita libanese, Hasan Nasrallah, è tornato a promettere una «vendetta fredda». Per ironia Dagan ha commesso i primi passi falsi contro un obiettivo più «facile», al Mabhouh, certamente meno protetto di Mughniyeh. Un caso che è diventato un grande intrigo internazionale a causa dell&#8217;uso spregiudicato di passaporti europei ma anche per l&#8217;uso di numeri di cellulari austriaci (proprio come avevano fatto alcuni attentatori di Mumbai).<br />
Non solo. Il capo del Mossad rischia di trascinare nel baratro anche i suoi collaborazionisti arabi. Nella rete delle indagini della polizia di Dubai sono finiti anche due palestinesi, Ahmad Hasnain e Anwar Shekhaiber, entrambi ex funzionari degli apparati di sicurezza dell&#8217;Anp di Abu Mazen, già in carcere nell&#8217;Emirato dopo essere stati arrestati in Giordania. Originari di Gaza e fuggiti quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, si erano riciclati come «businessmen» ma, evidentemente, hanno continuato a svolgere il loro incarico contro Hamas collaborando direttamente con il Mossad.<br />
Il loro ruolo, denuncia Hamas, sarebbe la prova del «profondo coinvolgimento dell&#8217;Anp» nella morte di Mabhouh. Ma anche il movimento islamico deve guardare al suo interno. Uno dei suoi capi militari, Nehru Massoud, un fedelissimo di Khaled Mashaal, sarebbe finito in galera in Siria perché sospettato d&#8217;essere la vera talpa dell&#8217;operazione Mabhouh. «E&#8217; una menzogna», ha detto un portavoce dell&#8217;ufficio siriano di Hamas. Ma la posizione di Nehru Massoud resta tutta da chiarire.</p>
<p style="text-align: justify;">da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100219/pagina/09/pezzo/271859/">Il Manifesto</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>MOSSAD Una mega-agenzia di 1200 uomini</em> &#8211; <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100219/pagina/09/pezzo/271858/">L&#8217;«Istituto», un mito costruito sui cadaveri</a> <em>di Maurizio Matteuzzi</em> (Il Manifesto)</p>
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		<title>L’assassinio di al-Mabhouh diventa un caso internazionale</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/02/l%e2%80%99assassinio-di-al-mabhouh-diventa-un-caso-internazionale/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 22:52:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[Il caso scoppiato a seguito dell’assassinio                      dell’alto funzionario di Hamas, Mahmoud al-Mabhouh,                      a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Il caso scoppiato a seguito dell’assassinio                      dell’alto funzionario di Hamas, Mahmoud al-Mabhouh,                      a Dubai sembra ingigantirsi di giorno in giorno; mentre il                      capo della polizia dell’Emirato ha affermato che l’Interpol                      dovrebbe emettere un mandato di cattura internazionale contro                      il capo del Mossad (il servizio di intelligence israeliana),                      i dettagli emersi dalle indagini rischiano anche di raffreddare                      i rapporti fra Tel Aviv e Londra. L’articolo del &#8220;The                      Indipendent &#8220;qui proposto ricostruisce gli sviluppi del                      caso fino a mercoledì 17 febbraio, quando esso ha cominciato                      ad assumere proporzioni internazionali. Da <a href="http://www.medarabnews.com/">www.medarabnews.com</a></em></p>
<p style="text-align: justify;">La morte violenta di Mahmoud al-Mabhouh avvenuta                      in un lussuoso hotel di Dubai è stata un altro capitolo                      della lunga e sanguinosa storia politica del Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1460"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ma l’uccisione del militante palestinese                      lo scorso mese ha provocato nei giorni scorsi una furiosa                      polemica internazionale in seguito sia alla diffusione di                      immagini eccezionali delle telecamere a circuito chiuso che                      mostravano i momenti antecedenti al misterioso assassinio                      dell’esponente di Hamas, sia alla smentita di Londra                      e Dublino che i presunti killer fossero di nazionalità                      britannica o irlandese.</p>
<p style="text-align: justify;">Lunedì scorso le autorità di                      Dubai hanno affermato che 6 degli assassini erano entrati                      negli Emirati Arabi Uniti per compiere la loro missione segreta                      con passaporti del Regno Unito, mentre gli altri avevano usato                      documenti di viaggio irlandesi, francesi o tedeschi (la                      lista dei sospetti attualmente è salita a 18 (N.d.T.)                      ).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma pochi giorni fa il governo britannico                      ha dichiarato di ritenere che i 6 passaporti inglesi, identificati                      da alcuni funzionari nell’Emirato del Golfo come quelli                      usati per compiere l’omicidio, erano “falsi”.                      I 3 passaporti irlandesi sono stati liquidati dai responsabili                      di Dublino come delle contraffazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal momento che Israele ha rifiutato di rilasciare                      qualsiasi commento sulle speculazioni – avanzate anche                      da Hamas – che sostengono che l’operazione sia                      stata eseguita dal Mossad, l’agenzia di intelligence                      israeliana, l’ambasciata del Regno Unito a Tel Aviv                      ha annunciato che è stata avviata un’indagine                      britannica.</p>
<p style="text-align: justify;">Almeno due persone munite di passaporto britannico                      residenti in Israele, che hanno nomi uguali a quelli utilizzati                      dai sospetti assassini, hanno espresso preoccupazione riguardo                      all’evidente appropriazione delle loro identità                      da parte dei sospettati. Martedì scorso, Paul Keeley                      ha dichiarato all’Independent: “io non so come                      il mio nome possa essere stato utilizzato, e questa è                      una domanda alla quale vorrei trovare una risposta”.</p>
<p style="text-align: justify;">Le riprese video registrate all’albergo                      a cinque stelle “al-Bustan Rotana Hotel” ritraggono                      Mabhouh, 49 anni, mentre arriva da solo. I killer, travestiti                      da turisti sportivi, sono quindi giunti sul posto e lo hanno                      seguito, perfino salendo nello stesso ascensore di Mabhouh                      per identificare il numero della sua stanza. Essi sono tornati                      più tardi e hanno aspettato la vittima che è                      stata poi soffocata, probabilmente dopo aver subito elettroshock                      e torture.</p>
<p style="text-align: justify;">I killer hanno trascorso meno di 19 ore a                      Dubai. Sono arrivati su voli separati, hanno pagato l’albergo                      in contati e preso stanze il più vicino possibile a                      quella di Mabhouh. “Gail Folliard”, l’unica                      donna, ha giocato un ruolo fondamentale nell’operazione                      di sorveglianza. Nella foto del suo passaporto è bionda,                      ma nelle registrazioni delle telecamere a circuito chiuso                      che la ritraggono mentre osserva Mabhouh nella hall dell’albergo,                      facendo finta di parlare al telefono, indossa una parrucca                      scura. I 5 uomini che hanno eseguito l’omicidio avevano                      con sé borse sportive e racchette da tennis. Sono stati                      visti entrare insieme nell’ascensore per salire ad aspettare                      il funzionario di Hamas nella stanza 230.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Mossad ha una lunga storia di uso di passaporti                      stranieri per eseguire operazioni all’estero. Nel 1997,                      una squadra di sicari usò passaporti canadesi per un                      fallito attentato contro un leader di Hamas, Khaled Meshaal                      (l’attuale capo dell’ufficio politico del                      movimento (N.d.T.) ), in Giordania.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Emirati Arabi Uniti hanno richiesto aiuto                      internazionale nell’indagine sull’omicidio. Il                      capo della polizia degli Emirati, Dahi Khalfan Tamim, non                      ha accusato direttamente il Mossad, ma ha dichiarato: “I                      leader di certi paesi hanno dato ordini ai loro agenti dell’intelligence                      per eseguire l’omicidio” (un’accusa più                      diretta è arrivata ieri, quando Tamim ha chiesto un                      mandato di arresto internazionale nei confronti del capo del                      Mossad qualora fosse dimostrato, come da lui ritenuto probabile,                      che il servizio di intelligence israeliano è responsabile                      dell’assassinio (N.d.T.) ).</p>
<p style="text-align: justify;">Mabhouh era ricercato in Israele per il suo                      coinvolgimento nel rapimento e nell’uccisione di due                      soldati in libera uscita nel 1989. Alcuni funzionari a Tel                      Aviv sostengono che Mabhouh si trovava a Dubai diretto in                      Iran per ottenere armi. Ma l’aspro antagonismo tra Hamas                      e la sua fazione palestinese rivale, Fatah, potrebbe aver                      contribuito anch’essa alla morte di Mabhouh. Due palestinesi                      sono stati arrestati in Giordania perché collegati                      all’assassinio.</p>
<p style="text-align: justify;">Si ritiene che la dichiarazione di martedì                      dell’ambasciata britannica sia stata rilasciata sulla                      base del fatto che le firme e le fotografie non corrispondevano                      in nessuno dei passaporti emessi dal Foreign and Commonwealth                      Office (FCO). Gli altri nomi dei cittadini “britannici”                      citati da Dubai nel complotto erano Michael Lawrence Barney,                      James Leonard Clarke, Jonathan Louis Graham, Paul John Keeley                      e Stephen Daniel Hodes. L’FCO e Scotland Yard stanno                      cercando di rintracciare questi individui.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Dipartimento degli Affari Esteri irlandese                      ha dichiarato di non avere nessuna documentazione di alcun                      passaporto che sia stato emesso a nome di Gail Folliard, Evan                      Dennings e Kevin Daveron. Le autorità francesi e tedesche                      hanno detto che anche i passaporti di un certo “Peter                      Elvinger” e “Michael Boenheimer” erano stati                      contraffatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il signor Keeley, un espatriato originario                      di Havering – nei sobborghi di Londra – ha detto                      di trovarsi in uno stato di “confusione” da quando                      ha sentito che il suo nome era spuntato fuori dal caso di                      Dubai. “È come essere in una specie di sogno                      ad occhi aperti. È un po’ strano. Non sono andato                      all’estero per due anni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il signor Keeley, che possiede sia il passaporto                      inglese che quello israeliano e dice di non averli mai persi,                      ha dichiarato: “L’ultima volta che sono stato                      fuori dal paese è stato per un paio di giorni in Turchia”.                      Keeley, che vive a sud di Haifa, ha detto che non è                      stato contattato da nessuna delle autorità britanniche                      o israeliane, e ha aggiunto: “Vorrei delle risposte                      ma davvero non so a chi telefonare”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha detto di non avere opinioni riguardo all’operazione                      in sé, spiegando: “Non sono il tipo di persona                      che segue la politica”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro cittadino britannico “incastrato”                      è Melvyn Adam Mildiner, che vive vicino Gerusalemme.                      Ha detto: “Sono andato a dormire con una polmonite e                      mi sono svegliato da omicida. Non so assolutamente come fare                      a riabilitare il mio nome. Non so chi lo abbia scelto né                      perché. Sono arrabbiato, irritato e spaventato”.</p>
<p style="text-align: justify;">Siccome la foto fornita dalla polizia di                      Dubai non coincide con la sua, il signor Mildiner ha aggiunto:                      “Non sono io, il che è un motivo di speranza                      nell’intera faccenda perché almeno posso mostrarla                      e dire, ‘Guardate, non sono io. Io ho il mio passaporto’.                      È in casa mia, insieme a tutti i passaporti di ogni                      membro della mia famiglia, e non ha timbri di Dubai perché                      non ci sono mai andato a Dubai”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il capo della polizia di Dubai ha detto di                      essere rimasto perplesso dalla mancanza di sicurezza intorno                      a Mabhouh. “Hamas non ci ha detto chi era. Se ne andava                      in giro da solo. Se si trattava di un leader così importante,                      perché non aveva persone che lo scortavano?”,                      ha detto.</p>
<p style="text-align: justify;">L’omicidio ha dominato i media israeliani,                      dove alcuni commentatori hanno espresso ammirazione per l’operazione,                      così come hanno fatto notare che l’onnipresente                      diffusione delle telecamere a circuito chiuso e l’accessibilità                      istantanea ai dati informatici ha reso significativamente                      più difficili simili operazioni. “Di questi tempi                      – ha detto alla Reuters Gad Shimron, un ex ufficiale                      superiore del Mossad – qualsiasi guardia di frontiera                      ha un accesso quasi immediato ai database internazionali tramite                      i quali può identificare i documenti. Ciò significa                      che i passaporti utilizzati dalle spie devono essere il più                      possibile simili a quelli veri”.</p>
<p style="text-align: justify;">Kim Sengupta e Donald Macintyre</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Febbraio10/19-02-10AssassinioAlMabhouh.htm">da Forum Palestina</a></p>
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		<title>&#8230;da che parte stanno gli stati arabi?</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/02/da-che-parte-stanno-gli-stati-arabi/</link>
		<comments>http://www.palestinalibera.org/2010/02/da-che-parte-stanno-gli-stati-arabi/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 11:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Stati arabi]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[Iran                      e questione nucleare: da che parte stanno gli stati arabi                      ?
da Forum [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;"><strong>Iran                      e questione nucleare: da che parte stanno gli stati arabi                      ?</strong></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Febbraio10/17-02-10IranQuestioneNucleare.htm"><em>da Forum Palestina</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le difficoltà negoziali in merito                      alla questione nucleare iraniana sembrano spingere in questi                      giorni gli Stati Uniti ed altri paesi occidentali a mobilitarsi                      per imporre nuove sanzioni all’Iran. Tuttavia non vi                      è un accordo unanime a livello internazionale: a coloro                      che vogliono imporre pesanti sanzioni, e che addirittura non                      escludono un intervento militare qualora queste ultime dovessero                      rivelarsi inefficaci, si contrappongono altri (fra cui la                      Russia) che propongono sanzioni volte a colpire esclusivamente                      il programma nucleare e che continuano a non escludere l’approccio                      negoziale, ed altri ancora (fra cui la Cina) che ritengono                      che la strada del dialogo e della paziente trattativa diplomatica                      sia l’unica percorribile.<span id="more-1414"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ma qual è la posizione dei paesi arabi                      rispetto alla questione nucleare iraniana?</p>
<p style="text-align: justify;">Va detto subito che la questione nucleare                      è solo uno degli elementi che influenzano l’andamento                      dei rapporti arabo-iraniani, e in alcuni casi nemmeno il principale.                      Ciò del resto è vero anche per altri paesi a                      livello internazionale, sebbene la concentrazione mediatica                      sul programma nucleare iraniano sembri quasi suggerire che                      esso sia l’unico elemento a determinare i rapporti fra                      l’Iran e il resto del mondo. Forse tre titoli apparsi                      in queste ultime settimane sui giornali arabi possono ben                      riassumere il dilemma in cui si trovano gli arabi rispetto                      all’Iran: “Se alla ‘Repubblica’ viene                      preferita la ‘Rivoluzione’”, “Il silenzio                      arabo non può sostituire una linea politica nei confronti                      di un Iran travagliato”, e “L’interrogativo                      dei momenti difficili: con l’Iran… o con Israele?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo titolo, relativo ad una articolo                      apparso sul quotidiano “Dar al-Hayat”, riassume                      la principale accusa che viene rivolta da alcuni governi arabi                      – ed in particolar modo dai cosiddetti regimi arabi                      “moderati” – alla Repubblica Islamica iraniana.                      Quest’ultima emerse dalla Rivoluzione che nel 1979 depose                      lo scià, ma molti arabi accusano il regime iraniano                      di aver preferito continuare a promuovere un’ideologia                      rivoluzionaria, tentando di “esportare” la Rivoluzione                      Islamica nei paesi limitrofi, invece di dedicarsi al rafforzamento                      delle istituzioni della nuova “Repubblica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il timore che la Rivoluzione sciita del 1979                      potesse essere esportata anche nei paesi arabi fu alla base                      del sostegno che questi ultimi diedero quasi unanimemente                      all’Iraq di Saddam Hussein nel corso della sanguinosa                      ed estenuante guerra Iran-Iraq scoppiata nel 1980, all’indomani                      della Rivoluzione, e protrattasi per otto anni. Tale conflitto                      è comunemente noto in Iran come la “Guerra Imposta”,                      ovvero una guerra subita a causa dell’aggressione di                      Saddam Hussein.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa guerra, che ha dissanguato due paesi,                      è alla radice della diffidenza e dei risentimenti che                      esistono ancora oggi fra l’Iran e molti paesi arabi.</p>
<p style="text-align: justify;">Paesi come l’Arabia Saudita, l’Egitto                      e la Giordania accusano l’Iran di far leva sulle minoranze                      sciite nel mondo arabo – in Libano, in Iraq, ma anche                      nella penisola araba (paesi come lo Yemen, il Bahrein e l’Arabia                      Saudita presentano tutti al loro interno cospicue minoranze                      sciite) – e sui movimenti della “resistenza araba”                      (Hamas e Hezbollah) per promuovere la propria influenza regionale                      a scapito dei regimi al potere nei paesi arabi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’allarme sulla minaccia rappresentata                      dal possibile emergere di una “mezzaluna sciita”                      estesa dalla penisola araba alla Palestina, passando per l’Iraq                      e il Libano, fu lanciato nel 2003 dal re giordano Abdullah                      II , poco prima dell’invasione americana dell’Iraq.                      La tesi sostenuta da Abdullah, ma anche da altri, era che                      il rovesciamento di Saddam avrebbe consegnato l’Iraq                      agli sciiti iracheni, politicamente vicini all’Iran.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto spesso la contrapposizione fra i regimi                      arabi “moderati” e l’Iran viene descritta                      in termini settari, ovvero come una contrapposizione tra sciiti                      e sunniti. Ciò vale in particolare nel contesto della                      rivalità tra Teheran e Riyadh. Il regime saudita, in                      qualità di custode dei luoghi santi dell’Islam                      alla Mecca e a Medina, si erge a difensore dell’ortodossia                      sunnita contro quella che la stampa saudita spesso indica                      genericamente come la “minaccia sciita”.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo molti osservatori, questa descrizione                      nasconde però una realtà diversa, e cioè                      il fatto che i motivi di contrasto sono politici più                      che religiosi, ed hanno a che fare con questioni di supremazia                      regionale. Tale descrizione inoltre rischia di determinare                      un approccio negativo dei regimi arabi nei confronti delle                      minoranze sciite presenti all’interno dei loro paesi                      (a maggioranza sunnita). Tali minoranze sono da sempre parte                      integrante del mondo arabo, e costituiscono un elemento della                      storia di questi paesi, e non un corpo estraneo manovrato                      da potenze non arabe (ovvero dall’Iran). Del resto,                      come hanno rilevato alcuni, proprio il fatto che queste minoranze                      spesso sono discriminate le rende più facilmente preda                      di influenze esterne.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è chi ha fatto notare che                      un discorso analogo vale per i movimenti della “resistenza                      araba” (e in particolare per Hamas) e per le correnti                      islamiche nel mondo arabo. Hamas è un movimento sunnita                      palestinese i cui legami con l’Iran si sono rinsaldati                      a seguito dell’isolamento in cui questo movimento è                      venuto a trovarsi all’indomani della sua vittoria elettorale                      in Palestina nel 2006. Il governo costituito da Hamas fu boicottato                      anche dai paesi arabi “moderati”, oltre che da                      Israele, dagli Stati Uniti e dall’Europa, e ciò                      lo spinse a cercare appoggi altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i Fratelli Musulmani sono spesso accusati                      da alcuni governi arabi di essere “agenti” dell’Iran.                      Ma, se è vero che i Fratelli Musulmani egiziani e palestinesi                      (Hamas è considerato un prodotto di questa corrente                      islamica) hanno spesso posizioni vicine a quelle di Teheran,                      ciò è dovuto essenzialmente al fatto che il                      regime iraniano si erge a difensore della causa palestinese.                      I Fratelli Musulmani nei paesi arabi del Golfo (e recentemente                      anche in Siria) si sono invece spesso mostrati infastiditi                      dalle ingerenze iraniane negli affari interni dei loro rispettivi                      paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Da queste osservazioni emerge come non vi                      sia necessariamente un rapporto simbiotico fra i movimenti                      della “resistenza” e i movimenti islamici nel                      mondo arabo da un lato, e l’Iran dall’altro. Alcuni                      commentatori arabi hanno sostenuto che, se è vero che                      l’Iran tenta di far leva su queste forze per promuovere                      la propria influenza nella regione, è altrettanto vero                      che ciò è reso possibile dalle debolezze interne                      dei paesi arabi, dove alcune minoranze (in particolare sciite)                      sono discriminate, e dove i movimenti politici di opposizione                      vengono repressi da regimi non democratici. Questi regimi                      reagiscono con durezza alle “ingerenze” iraniane                      proprio perché tali ingerenze vanno a sostegno di movimenti                      che minacciano il loro potere assoluto.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quanto detto, si vede come le posizioni                      nei confronti dell’Iran siano molto diversificate all’interno                      del mondo arabo, sia tra i regimi da un lato ed i movimenti                      di opposizione dall’altro, sia tra i governi di diversi                      paesi. Se i cosiddetti regimi arabi “moderati”                      hanno un rapporto antagonistico con Teheran, un paese come                      la Siria ha con il regime iraniano un’alleanza ormai                      trentennale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche fra gli stessi paesi arabi del Golfo                      le posizioni nei confronti dell’Iran sono tutt’altro                      che univoche. Ciò è dovuto al fatto che molti                      di questi paesi hanno stretti rapporti economici e commerciali                      con l’Iran, dalle cui coste sono separati soltanto da                      pochi chilometri di mare. Il Qatar condivide con l’Iran                      l’enorme bacino gassifero di Pars; Dubai intrattiene                      stretti rapporti finanziari con Teheran ed ha al suo interno                      un’influente comunità di iraniani espatriati;                      il Kuwait, che ancora ricorda l’invasione irachena del                      1990, condivide con il regime iraniano l’interesse ad                      impedire la rinascita di un Iraq forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero che tutti i paesi arabi                      del Golfo temono un Iran dotato di armi nucleari, essi non                      hanno però elaborato una strategia politica comune                      per affrontare la questione nucleare iraniana, a causa dei                      loro interessi spesso contrastanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa situazione è ben riassunta                      dal secondo titolo (apparso sul quotidiano “The National”                      degli Emirati Arabi Uniti) a cui abbiamo accennato all’inizio:                      “Il silenzio arabo non può sostituire una linea                      politica nei confronti di un Iran travagliato”.</p>
<p style="text-align: justify;">In altre parole, se molti arabi hanno la                      consapevolezza che il silenzio arabo – ovvero l’assenza                      di una linea politica definita nei confronti della questione                      nucleare iraniana – non può che danneggiare gli                      interessi arabi, d’altra parte nessuno sa come arrivare                      ad una linea politica comune.</p>
<p style="text-align: justify;">Tralasciando coloro che non temono un Iran                      nucleare (eventualmente in possesso di armi atomiche), che                      pure hanno un peso politico non irrilevante nel mondo arabo,                      coloro che vogliono fermare il programma nucleare iraniano                      si trovano di fronte a un dilemma di difficile soluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">La possibilità di un intervento militare                      è l’ultima opzione da prendere in considerazione                      (soprattutto per i paesi arabi del Golfo) a causa dei rischi                      enormi che esso comporterebbe. In caso di attacco militare,                      l’Iran minaccia infatti di chiudere lo stretto di Hormuz                      bloccando il traffico petrolifero, ed è inoltre in                      grado di colpire militarmente la penisola araba. Alcuni non                      escludono che Teheran possa colpire anche attraverso i suoi                      alleati nella regione (Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina,                      e forse anche la Siria). Ciò potrebbe scatenare una                      guerra regionale di fronte alla quale nessuno sa come reagirebbero                      le masse arabe.</p>
<p style="text-align: justify;">Un intervento militare contro Teheran, dunque,                      non solo minaccerebbe direttamente i paesi della penisola                      araba, ma metterebbe a dura prova la stabilità dei                      regimi arabi in generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per altro verso, nessuno nel mondo arabo                      fa molto affidamento su un cambio di regime in Iran. Il leader                      dell’opposizione iraniana Mir Hossein Mussavi ha dimostrato                      di non essere meno determinato di Ahmadinejad in merito alla                      prosecuzione del programma nucleare iraniano. Se nei paesi                      arabi alcuni sperano che un Iran più democratico farebbe                      meno leva su alleati regionali come Hamas e Hezbollah, altri                      temono che un regime iraniano minacciato sul fronte interno                      metterebbe in atto una strategia offensiva a livello regionale                      nel tentativo di soffocare il dissenso interno, mobilitando                      il paese contro una minaccia esterna.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta la via negoziale, e quella che prevede                      l’applicazione di sanzioni. Ma, premesso che le sanzioni                      difficilmente convinceranno l’Iran a rinunciare al proprio                      programma nucleare senza ricevere nulla in cambio, entrambe                      queste strade portano a due scenari egualmente poco allettanti                      per molti paesi arabi, e soprattutto per i paesi del Golfo:                      la necessità di convivere con un Iran nucleare qualora                      i negoziati e le sanzioni fallissero (cosa che determinerebbe                      una corsa al riarmo nella regione, ed una dipendenza ancora                      più accentuata di questi paesi dagli Stati Uniti sotto                      il profilo della sicurezza), oppure un grande accordo fra                      l’Iran e gli USA (accordo che rischierebbe di anteporre                      gli interessi economici dell’Iran a quelli degli arabi                      agli occhi di Washington).</p>
<p style="text-align: justify;">In entrambi i casi, i paesi arabi (soprattutto                      i paesi petroliferi del Golfo) rischiano di vedere ulteriormente                      ridimensionato il loro peso politico e accresciuta la loro                      dipendenza da potenze esterne: la superpotenza americana e                      la potenza regionale iraniana.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente non la pensano così coloro                      che nel mondo arabo ritengono di essere già ostaggio                      di Washington e della minaccia rappresentata dall’arsenale                      nucleare di Israele. Costoro ritengono che Washington e Tel                      Aviv in realtà non temano soltanto le ambizioni nucleari                      di Teheran, ma l’alleanza regionale che oltre all’Iran                      comprende la Siria, Hamas e Hezbollah, e che si oppone ad                      Israele minacciandone il primato militare e mettendo in pericolo                      l’egemonia americana nella regione.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo costoro, la mobilitazione israelo-americana                      contro l’Iran mira non soltanto a domare il regime di                      Teheran, ma anche a distruggere questa alleanza regionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna poi chiedersi se il regime iraniano                      sia realmente in grado di portare avanti il proprio programma                      nucleare. Alla luce delle difficoltà tecniche che Teheran                      sembra incontrare in questo momento, nel mondo arabo vi sono                      coloro che affermano che tutta l’insistenza di Tel Aviv                      e Washington sulla presunta “minaccia” rappresentata                      da una quanto mai remota bomba nucleare iraniana serva solo                      a permettere ad Israele di non affrontare il processo di pace                      israelo-palestinese – e le dolorose concessioni che                      esso comporterebbe – con il pretesto di dover affrontare                      il “nemico” iraniano.</p>
<p style="text-align: justify;">Agli occhi di costoro, un Iran nucleare,                      lungi dal rappresentare un fattore di destabilizzazione della                      regione, potrebbe invece contribuire a contenere l’aggressività                      di Israele, e addirittura spingere Tel Aviv a cercare la pace                      con i suoi vicini risolvendo la questione palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce di queste posizioni contrastanti                      nel mondo arabo, è evidente che un inasprimento della                      crisi iraniana, determinato dall’imposizione di pesanti                      sanzioni o addirittura dalla minaccia di un intervento militare,                      è destinato a esacerbare le contrapposizioni ed il                      clima di conflitto nei paesi arabi – paesi già                      aspramente polarizzati dalle guerre e dalle tensioni dell’era                      Bush. Il rischio a cui va incontro il mondo arabo nell’eventualità                      di un’escalation della crisi è ben sintetizzato                      dal terzo titolo (apparso sul quotidiano libanese “al-Safir”)                      a cui abbiamo fatto riferimento all’inizio: “L’interrogativo                      dei momenti difficili: con l’Iran… o con Israele?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo dilemma riassume, secondo alcuni,                      il vicolo cieco in cui si trovano quei paesi arabi che per                      opporsi all’Iran finirebbero per schierarsi inevitabilmente                      con l’asse israelo-americano, ancora una volta a scapito                      della questione palestinese e degli interessi arabi in generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Come afferma l’articolo del quotidiano                      libanese, questo interrogativo potrebbe imporsi al prossimo                      vertice arabo previsto in Libia alla fine di marzo. Se ciò                      dovesse accadere, potrebbero riemergere e riacutizzarsi tutte                      le crisi che hanno lacerato il mondo arabo in questi anni,                      con possibili ripercussioni in Iraq (dove già le tensioni                      settarie sono alle stelle in vista delle elezioni di marzo),                      in Libano (un paese che già adesso sembra avviarsi                      verso una rinnovata paralisi istituzionale) e in Palestina                      (dove prosegue l’assedio di Gaza, e non sembrano esservi                      speranze di una riconciliazione tra Fatah e Hamas in tempi                      brevi).</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno potrebbe osservare che gli arabi                      probabilmente non hanno nulla da guadagnare né schierandosi                      con gli USA e Israele, né schierandosi con l’Iran.                      Essi potrebbero trarre vantaggio solo da una posizione araba                      ferma e unitaria che salvaguardi gli interessi arabi. Ma una                      posizione araba comune attualmente appare come una possibilità                      quanto mai remota.</p>
<p><em>dal sito www.medarabnews.com </em></p>
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		<title>Il tiro mancino di Israele</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 20:23:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[ANP]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[di Uri Avnery* (da Forum Palestina)
Lo scandalo sessuale e le accuse di corruzione                      contro alti esponenti dell’ANP, che in questi giorni              [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>di Uri Avnery*</em> (<a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Febbraio10/17-02-10TiroMancino.htm">da Forum Palestina</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scandalo sessuale e le accuse di corruzione                      contro alti esponenti dell’ANP, che in questi giorni                      stanno mettendo in serio imbarazzo il presidente palestinese                      Mahmoud Abbas, hanno a che fare con una manovra pilotata da                      Israele? – si chiede il giornalista israeliano Uri Avnery<span id="more-1410"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Questa settimana il governo israeliano ha                      giocato un tiro mancino a Mahmoud Abbas. Da mesi ormai, Abbas                      ha fatto arrabbiare il premier Netanyahu. Ha rifiutato di                      avviare “negoziati di pace” mentre gli insediamenti                      in Cisgiordania e nella parte orientale di Gerusalemme continuano                      ad espandersi. Tutti sanno che i negoziati proposti sono privi                      di significato e non condurranno da nessuna parte. Netanyahu                      ne ha bisogno per stornare le pressioni degli Stati Uniti.                      Barack Obama ne ha bisogno per sfoggiare qualche risultato,                      per quanto piccolo possa essere. Ma Abbas sa che il suo consenso                      aiuterebbe Hamas a presentarlo come un collaborazionista.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora Netanyahu ha deciso di dare una lezione                      ad Abbas. Per tre giorni, giorno dopo giorno e programma dopo                      programma, Channel 10 (la seconda rete televisiva più                      importante di Israele) ha trasmesso scioccanti “rivelazioni”                      riguardo a scandali sessuali e finanziari che coinvolgono                      i vertici dell’Autorità Nazionale Palestinese.                      Una persona che è stata presentata come “un alto                      comandante” del Servizio di Sicurezza palestinese, col                      grado di generale, è apparso sulla televisione israeliana                      accusando i leader dell’ANP e il movimento di Fatah                      di aver rubato centinaia di milioni di dollari e di aver commesso                      disgustosi reati sessuali. Le “rivelazioni” possono                      mettere in pericolo la stessa esistenza dell’Autorità                      Palestinese e di Fatah.</p>
<p style="text-align: justify;">Materiale del genere non sarebbe stato trasmesso                      se l’Agenzia di Sicurezza di Israele (nota come Shin                      Bet) si fosse opposta. Il felice autore dello scoop è                      stato Tzvi Yehezekeli, “corrispondente per gli Affari                      arabi” di Channel 10. Io ho seguito le trasmissioni                      di Yehezkeli per anni, ed è stato difficile per me                      ricordare una sola parola da parte sua che non mettesse in                      ridicolo i musulmani in generale, o gli arabi in particolare.                      In questo egli non ha niente di straordinario rispetto ai                      nostri media. La maggior parte “dei corrispondenti per                      gli Affari arabi” sono ex allievi dell’Intelligence                      dell’Esercito, e sono parte della grande industria della                      propaganda contro gli arabi. Molti di loro godono della generosa                      assistenza di certe istituzioni finanziate da miliardari americani,                      la cui sola funzione è di avvelenare le sorgenti della                      pace e della comprensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi è l’ “informatore”?                      Fahmi Shabaneh, ex capo del servizio di sicurezza palestinese                      di Hebron, è stato presentato da Yehezkeli come un                      eroe pronto a morire per la causa della dirittura morale.                      Perché questo patriota palestinese vorrebbe apparire                      su tutti i media israeliani? Perché non ha presentato                      la sua “merce” a un giornale o ad una rete araba?                      L’obiezione che nessuno le avrebbe pubblicate non regge.                      Hamas avrebbe rifiutato? Questo materiale favorisce, di certo,                      l’occupazione israeliana.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, la qualità della rivelazione                      non dipende dai personaggi di Tzvi Yehezkeli e Fahmi Shabaneh.                      Informazioni incriminanti spesso provengono da fonti non proprio                      cristalline. Devono essere giudicate nel merito. Finora ho                      visto 5 trasmissioni su questo caso. Erano piene di accuse,                      ma senza prove. Shabaneh ha parlato di faldoni pieni di prove.                      Ha impugnato dossier e incartamenti. Ma non ha presentato                      nessun documento in maniera tale da consentire il loro esame.                      “Prova” significa, per esempio, la presentazione                      di un documento bancario in modo che sia possibile leggerlo                      come si deve, studiarlo nei dettagli e trarre le debite conclusioni.                      I documenti che sono apparsi sullo schermo per una frazione                      di secondo non hanno consentito niente di simile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora più sospetto è il videoclip                      che è stato girato, o almeno così si è                      detto, nell’appartamento di una donna palestinese che                      è servita come esca per Rafiq Al-Husseini, il capo                      di gabinetto di Abbas. Al-Husseini appartiene ad una delle                      famiglie più rispettabili di Gerusalemme. Secondo Shabaneh,                      Husseini e il suo segretario sono andati casa della donna,                      che aveva fatto domanda per un posto di lavoro nello staff                      di Abbas. Husseini le ha richiesto una prestazione sessuale,                      e lei ha aiutato Shabaneh a mettere a punto una trappola per                      lui. Quando la telecamera mostra Husseini in compagnia del                      segretario e della donna in cerca di lavoro, lui le dice che                      “Arafat era un ladro, Abbas è un ladro, sono                      tutti dei ladri”.</p>
<p style="text-align: justify;">È plausibile che il numero due del                      gabinetto del presidente palestinese abbia parlato in questo                      modo a una sconosciuta, una semplice donna in cerca di lavoro                      e in presenza di un testimone? Oso dire di avere fiuto per                      certe “rivelazioni”. A questo punto, dopo aver                      visto le trasmissioni, la mia impressione è che la                      faccenda sia sospetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza dubbio, c’è molta corruzione                      ai vertici dell’Autorità Palestinese. Era già                      cominciata ai tempi di Yasser Arafat. Lui di per sé                      era onesto. I beni materiali e la bella vita non gli interessavano.                      Su questo era come David Ben-Gurion e Menachem Begin, solo                      in circostanze infinitamente più difficili. Mentre                      le persone attorno a lui si costruivano case signorili, lui                      non aveva una casa di sua proprietà.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta, a Tunisi, si vantò con                      me di vivere a bordo degli aerei. Questo lo aiutava ad evitare                      attentati contro la sua vita (per decenni, la sua vita è                      stata in pericolo mortale in qualsiasi momento) e a risparmiare                      tempo. Il suo conto bancario “privato” serviva                      ad assicurargli il controllo personale del denaro, una larga                      parte del quale era speso per scopi clandestini, come l’acquisto                      di armi, il rifornimento di armi ai palestinesi nei campi                      profughi libanesi e la loro difesa contro le criminali Falangi                      Libanesi votate al loro annientamento, il mantenimento delle                      missioni in tutto il mondo che dirigevano lo scontro nell’arena                      diplomatica, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Arafat non combatté la corruzione                      dei suoi collaboratori. Penso che la considerasse come uno                      strumento di controllo sulle persone e sulle fazioni. Arafat                      pensava che le attività corrotte della sua gente lo                      avrebbero aiutato a controllarla, ma è un dato di fatto                      che la corruzione aiutò lo Shin Bet a comprare personalità                      palestinesi e a ricattarle, a corrompere le leadership e a                      indebolire la loro lotta per la liberazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La corruzione palestinese è abbastanza                      sciatta: dubbie transazioni congiunte con uomini d’affari                      israeliani, molti di loro ex governatori militari; provvigioni                      intascate, la vincita di dubbi appalti. Essa è trascurabile                      se paragonata, ad esempio, alla nostra onnicomprensiva corruzione                      legale. I nostri primi ministri lasciano la politica per un                      breve periodo e guadagnano decine di milioni utilizzando conoscenze                      e informazioni ottenute mentre erano in carica. Generali in                      pensione vendono armi e pagano tangenti in tutto il mondo.                      Venti oligarchi controllano praticamente l’intera economia                      israeliana, con il sostegno di ministri e alti funzionari                      da loro controllati. Per non parlare degli Stati Uniti, dove                      le lobby comprano senatori e membri del Congresso in modo                      abbastanza esplicito attraverso i finanziamenti delle campagne                      elettorali.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo al virtuoso Fahmi Shabaneh. Alcuni                      mesi fa la polizia israeliana lo aveva arrestato. Egli risiede                      nella parte orientale di Gerusalemme e ha una carta d’identità                      israeliana. Era stato accusato di essere al servizio dell’Autorità                      Nazionale Palestinese – un’accusa piuttosto assurda,                      visto che centinaia di abitanti di Gerusalemme Est lavorano                      per l’ANP. Dunque perché Shabaneh è stato                      arrestato? Per dargli credibilità nei circoli palestinesi                      e allontanare i sospetti da lui, alla vigilia della sua trasformazione                      in un eroe nemico della corruzione? Egli era stato rilasciato                      su cauzione (cosa abbastanza inconsueta in situazioni simili)                      e il suo processo era rimasto in sospeso.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso Shabaneh è un “buon arabo”,                      l’eroe dei media israeliani, che sono parte integrante                      della macchina ben oliata della propaganda. In tutto questo                      sordido affare, ci resta una domanda essenziale: qual è                      lo scopo? Dopotutto, chiunque decida di infangare la figura                      di Abbas sa che sta regalando potere ad Hamas, un movimento                      considerato dall’opinione pubblica palestinese incontaminato                      dalla corruzione. Mentre infligge un colpo mortale ad Abbas,                      col quale apparentemente vuole condurre i negoziati, Netanyahu                      sta facendo uno straordinario regalo ad Hamas, che invece                      non vuole negoziare. Bizzarro? Forse no.</p>
<p><em><strong>* Uri Avnery </strong>è                      un giornalista e pacifista israeliano; è stato eletto                      tre volte alla Knesset, il parlamento israeliano; è                      fondatore del movimento ‘Gush Shalom’. L&#8217;articolo è stato tradotto e                      pubblicato dal sito www.medarabnews.com </em></p>
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		<title>La collaborazione con i nazi-fascisti della X Mas</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 20:12:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Italia - Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[da Il Manifesto
«Il primo incontro con gli israeliani risale all&#8217;aprile 1948. Yehuda Arazi è in procinto di lasciare l&#8217;Italia e sta affidando tutte le operazioni nella penisola alla collega Sereni, considerata ormai capace di gestire l&#8217;organizzazione da sola. Si mettono d&#8217;accordo su tutto. E, dopo una serie di colloqui per definire i particolari dell&#8217;operazione sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100216/pagina/16/pezzo/271597/">da Il Manifesto</a></p>
<p style="text-align: justify;">«Il primo incontro con gli israeliani risale all&#8217;aprile 1948. Yehuda Arazi è in procinto di lasciare l&#8217;Italia e sta affidando tutte le operazioni nella penisola alla collega Sereni, considerata ormai capace di gestire l&#8217;organizzazione da sola. Si mettono d&#8217;accordo su tutto. E, dopo una serie di colloqui per definire i particolari dell&#8217;operazione sulla base di quanto veniva chiesto da Tel Aviv, va a parlare con Ephraim Ilin a Milano. L&#8217;uomo d&#8217;affari di origine russa aveva appena acquistato dalla Cabi Cattaneo, per conto del Mossad, sei motosiluranti Mas, residuati bellici. Capriotti, munito di passaporto e identità nuovi &#8211; adesso è il signor Katz &#8211; controlla i mezzi e autorizza la loro spedizione in Israele. La guerra, quella vera, era da poco cominciata e i &#8220;maiali&#8221;, come erano chiamati nel gergo militare italiano i siluri a lunga corsa, sarebbero stati estremamente utili. Pochi giorni dopo Capriotti sbarca a Tel Aviv per incontrare i comandanti del primo gruppo israeliano dei mezzi d&#8217;assalto. Sono reduci da esperiente in Italia»</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;"><strong>Il paradiso DEL MOSSAD</strong></span></h2>
<p style="text-align: center;"><strong>GLI 007 D&#8217;ISRAELE IN AZIONE NELLA «BASE ITALIA» </strong></p>
<p>di <em>Roberto Livi</em></p>
<p style="text-align: justify;">In un libro appena uscito Eric Salerno racconta come il nostro sia sempre stato un paese in cui i servizi israeliani hanno potuto fare quel che han voluto (Zwaiter, Vanunu&#8230;).Fin dal 48 quando Ada Sereni disse a De Gasperi : «Il governo italiano deve chiudere un occhio e possibilmente due sulle nostre attività in questo paese»  <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100216/pagina/16/pezzo/271598/">&#8230;..leggi su Il Manifesto</a></p>
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		<title>Intervista a Gideon Levy</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 19:39:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
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		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Rapporto Goldstone]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
«Come parlare di pace e costruire colonie?» Israele non è una democrazia. Salvo che per gli Ebrei !
Gideon Levy, 22.12.2010 Fonte: L&#8217;Humanité &#8211; Colloquio con Gideon Lévy di Françoise Germain-Robin

Nato nel 1955, a Tel-Aviv, giornalista israeliano e membro della direzione del quotidiano Haaretz, Gideon Levy denuncia implacabilmente le violazioni commesse contro i Palestinesi e il ricorso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --> <!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } --></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;"><strong>«Come parlare di pace e costruire colonie?» Israele non è una democrazia. Salvo che per gli Ebrei !</strong></span></h3>
<p style="text-align: center;"><em>Gideon Levy, 22.12.2010 Fonte: <a href="http://www.humanite.fr/2010-02-02_International_Gideon-Levy-Comment-parler-de-paix-et-construire-des">L&#8217;Humanité</a> &#8211; Colloquio con Gideon Lévy di Françoise Germain-Robin</em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span id="more-1399"></span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/GLevy.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1401" title="GLevy" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/GLevy.jpg" alt="" width="176" height="238" /></a>Nato nel 1955, a Tel-Aviv, giornalista israeliano e membro della direzione del quotidiano Haaretz, Gideon Levy denuncia implacabilmente le violazioni commesse contro i Palestinesi e il ricorso sistematico ad una violenza che disumanizza i popoli, aizzati l’uno contro l’altro. Gideon Levy occupa un posto particolare nella stampa israeliana, quello dell’imprecatore. I suoi editoriali e le sue cronache nel quotidiano Haaretz sono altrettanti atti d’accusa contro la politica di occupazione e colonizzazione del suo paese, Israele, contro i territori palestinesi. E’ uno dei pochi giornalisti che si sono espressi contro la guerra a Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">Di passaggio a Parigi, dove presentava la raccolta di suoi articoli pubblicata da Éric Hazan [1], ha dedicato un ampio spazio di tempo a L’Humanité.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Quando leggiamo i suoi articoli, ci diciamo che lei va giù pesante nella critica ad Israele, molto più di quanto non possa permettersi la maggior parte dei giornalisti francesi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Lo so, una volta ho rilasciato un’intervista a TF1 e dopo il giornalista mi ha telefonato per scusarsi di non poter diffondere i miei discorsi perché se lo avesse fatto sarebbe stato accusato di antisemitismo e avrebbe avuto delle noie. Io ho la fortuna di essere in un giornale che mi lascia piena libertà e mi ha sempre sostenuto, anche se capita spesso che dei lettori protestino e anche disdicano l’abbonamento a causa dei miei articoli.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Siete molti in questa situazione?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non sono proprio l’unico, ma quasi. C’è anche Hamira Hass. Oltre a noi due, non vedo altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- C’era anche Amnon Kapeliouk, che era un grande amico, ed è morto l’estate scorsa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Si, lui aveva aperto la strada molto prima di me. Lui era a Yediot Aharonot, ma non scriveva più in questi ultimi anni. Collaborava ancora con Le Monde Diplomatique. Una settimana prima della sua morte ha chiesto di parlarmi e io gli ho telefonato, ma il suo spirito non c’era già più.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Perché lei occupa uno spazio così particolare? E’ a causa della sua formazione?</em></p>
<p style="text-align: justify;">No. C’è un unico motivo per il mio atteggiamento. Alla fine degli anni ’80, al tempo della prima Intifada, ho cominciato a visitare i territori occupati, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Settimana dopo settimana, ho capito che si svolgeva un dramma, ma un dramma del quale nessuno in Israele voleva sentir parlare. Se non fossi andato nei territori occupati a quel tempo, non sarei diventato quel che sono. Sarei come la maggioranza degli Israeliani.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Il suo ambiente familiare è di sinistra?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Assolutamente no. A differenza di Hamira Hass, la cui famiglia era comunista, io vengo da una famiglia totalmente apolitica. I miei genitori venivano dall’Europa e appartenevano alla classe media. Mio padre era un Tedesco dei Sudeti, un tipico rifugiato. Ha vissuto sessant’anni in Israele senza riuscire a trovare il suo posto. Aveva lasciato tutto laggiù, la sua vita, i suoi genitori, la sua fidanzata. Aveva studiato diritto ma non ha potuto praticarlo in Israele, era troppo diverso. Ha lavorato in una fattoria. Ma non parlava mai di tutto questo. Aveva chiuso la porta del passato e non voleva affatto riaprirla. Era traumatizzato dall’esilio. Ha incontrato mia madre in Israele. Lei era nata in Cecoslovacchia ed era venuta nel 1939, all’età di sedici anni. Si sono incontrati nel 1945. Lei era infermiera, ma non ha mai esercitato. Si parlava tedesco in casa mia, ma non si parlava né del passato né di politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Dov’è nato?</em></p>
<p style="text-align: justify;">A Tel-Aviv. Amo questa città. E’ la mia città. Vi succedono molte cose, è molto viva. E’ contemporaneamente una Babele  e una bolla. Ho bisogno di questa bolla per riprendermi quando torno dai territori, a differenza di Hamira Hass che vive a Ramallah e detesta Tel-Aviv. Io, ne ho bisogno. Della sua agitazione, dei suoi caffè, della sua cultura, della sua atmosfera. Molti di quelli che vengono a manifestare la loro solidarietà con i Palestinesi non vanno mai a Tel-Aviv, si accontentano di passare per l’aeroporto. Fanno male. E’ molto diverso da Gerusalemme, dove la tensione è continua: tra Askenaziti e Sefarditi, tra laici e religiosi, con i Palestinesi. Ovunque uno si volti, a Gerusalemme, sente l’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> &#8211; Com’è diventato giornalista?<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Era uno dei miei sogni da bambino: volevo essere autista di bus, primo ministro o giornalista! Così ho fatto Scienze &#8211; politiche e durante il servizio militare ho lavorato per la televisione dell’esercito. Poi ho fatto un’incursione in politica, lavorando per Shimon Peres. Questo è durato dal 1978 al 1982, a 16 ore al giorno! All’epoca Peres era il capo dell’opposizione, avevo fiducia in lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora so che ha una grandissima responsabilità nella colonizzazione e in molte cattive cose. Mostra al mondo una bella immagine di Israele, ma è un bluff. Non ha meritato il Nobel per la pace. Come si può parlare di pace e al tempo stesso costruire colonie? E’ quel che si sta facendo ed è proprio lui che ha cominciato: era ministro della difesa quand’è stata costruita la prima colonia ad Hebron e lui ha lasciato fare. Chiunque costruisca colonie non vuole la pace, non può essere un uomo di pace.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Come spiega che la colonizzazione sia proseguita dopo gli accordi di Oslo, che si riteneva conducessero alla pace?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Perché non c’era una sola parola sulle colonie in quegli accordi. E’ uno dei motivi del loro fallimento. Penso che sia un grosso errore di Arafat non aver preteso l’arresto della costruzione di colonie. E’ un errore che capisco, perché voleva arrivare a qualcosa che fosse basato sulla fiducia reciproca, vedeva quello come un primo passo. Ma è un errore storico, perché, all’epoca, sarebbe stato più facile che adesso smantellare le colonie: ce n’erano molte meno, neanche la metà.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Che cosa pensa di questa frase di Mofaz [2] che dice che i suoi articoli su Haaretz provano che Israele è una democrazia?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho sentito questa frase. Ma non è una prova, e Israele non è una democrazia. Salvo che per gli Ebrei! Come ebreo è vero, ho tutta la libertà di scrivere ciò che voglio. Senz’altro più di quanta ne avrei in Europa. Non sono sicuro che se fossi stato cittadino di un paese europeo in guerra, mi avrebbero lasciato pubblicare un articolo contro la guerra fin dal primo giorno. E’ quel che ho fatto l’anno scorso, nel primo giorno della guerra contro Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Dove nasce questo suo proclamato amore per Gaza? E’ abbastanza controcorrente in Israele.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che amo, è il popolo di Gaza. E’ un popolo che trovo molto bello. Perché ha sofferto tanto, da tanto tempo, e ha saputo, dentro questa miseria e queste umiliazioni che gli sono state imposte, conservare la sua dignità e la sua umanità. La maggior parte degli abitanti di Gaza sono rifugiati del 1948, non bisogna dimenticarlo. Hanno vissuto per decenni cose orribili e non si sono abbattuti. Non sono dei grandi combattenti &#8211; e in ogni caso cosa possono fare contro la potenza dell’esercito israeliano? Ma loro resistono, cercando, malgrado tutto ciò che devono sopportare, di condurre una vita normale. In questo grande campo di concentramento che è la striscia di Gaza, loro sono molto poveri, ma restano umani e calorosi. Sono rinchiusi, ma restano aperti agli altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Come spiega che abbiano votato in maggioranza per Hamas  ?<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Perché erano delusi da Fatah e dall’OLP, che non avevano portato la pace promessa, né la sicurezza, né la fine dell’occupazione. Hamas era l’unica alternativa. I dirigenti di Hamas si presentavano come più puliti. Si attribuivano l’immagine di veri resistenti, mentre Fatah continuava ad accettare negoziati senza contenuto, “per l’immagine”, con Israele. A mio avviso, molti hanno votato per Hamas con rincrescimento, per disperazione, perché vedevano nero per il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- E lei, come lo vede lei?<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nero, e anche molto nero. Non solo per i Palestinesi. Anche per noi, Israeliani. Non ci sono prospettive, perché Israele non ha pagato alcun prezzo per l’occupazione e la colonizzazione dei territori palestinesi. Perciò, questo continuerà. Non c’è sufficiente pressione perché questo cambi, né dall’interno, dove l’area pacifista è molto debole, né dall’esterno. Obama non è riuscito a piegare Netanyahu e si disinteressa della questione. L’Europa lo segue e non fa niente. L’Europa porta una responsabilità molto pesante per quanto è capitato a Gaza e nella prosecuzione del blocco che strangola un milione e mezzo di Palestinesi. Essa aveva loro promesso che il blocco sarebbe stato tolto, che ci sarebbero stati fondi e mezzi per la ricostruzione. Continua a non esserci niente e Gaza è di nuovo completamente dimenticata. Ci vorranno di nuovo dei Qassam perché qualcuno se ne interessi? E’ questo che è terribile.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Non c’è speranza di vedere la giustizia internazionale occuparsene, dopo il rapporto Goldstone ?<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">No, gli Stati Uniti lo bloccheranno. Il rapporto dice che ci sono stati crimini di guerra, il che significa che ci sono dei criminali di guerra. Normalmente, dovrebbe essere Israele a giudicarli, come chiede il rapporto stesso. Ma Israele rifiuta e quindi deve essere il mondo a farlo. Dov’è oggi quel mondo che ha applaudito il giudice Goldstone quando si occupava dei Balcani e del Rwanda? Perché l’atteggiamento è così diverso quando si tratta di Israele? Eppure è lo stesso giudice, con la stessa competenza e la stessa serietà. Ma gli Americani non lo lasceranno andare fino in fondo perché sostengono Israele e perché hanno paura per se stessi, a causa dei loro propri crimini in Iraq e in Afghanistan.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Che ne è dei negoziati per lo scambio del soldato Shalit contro prigionieri palestinesi, tra i quali  Marwan Barghouti e forse anche Salah Hamouri  ?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo che ci sono 11.000 prigionieri palestinesi nelle nostre prigioni, che in maggioranza, come Salah Hamouri, non hanno fatto niente e sono prigionieri politici. Per quanto riguarda Barghouti, non sono sicuro che Israele accetti di liberarlo. Netanyahu lo considera una minaccia perché può diventare un partner per la pace. Io lo conosco molto bene. Siamo andati insieme a Strasburgo e in Spagna dopo Oslo. E’ un vero uomo di pace, ma ha sempre detto: “Se voi non volete smetterla con l’occupazione, noi condurremo la lotta armata” Credo che solo lui sia capace di riunificare i Palestinesi, ma non sono sicuro che Abu Mazen ci tenga molto a vederlo libero.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Il suo pessimismo è quindi totale?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>No. Credo che si debba essere realisti e credere ai miracoli. E anche che si debba agire, che si debba continuare a disturbare Israele, a punzecchiare la sua pelle d’elefante moltiplicando le campagne di solidarietà, svegliando l’opinione pubblica.<span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"> </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><br />
</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: xx-small;"><em>[1] Gaza, articoli per Haaretz, 2006-2009, di Gideon Levy, tradotti dall&#8217;ebraico da Catherine Neuve-Eglise. Éditions la Fabrique, 240 p.<br />
[2] Shaul Mofaz, generale, già ministro della Difesa ed ex capo di stato maggiore sotto Sharon, oggi è il numero due del partito Kadima di Tzipi Livni. E’ autore di un piano di pace che prevede la creazione provvisoria di uno Stato Palestinese, le cui frontiere diventerebbero definitive entro tre anni.</em></span></span></p>
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		<title>Palestina borderline</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 15:40:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Presentazione libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Dentro e fuori o sopra e sotto? 
da Le Monde Diplomatique &#8211; Il Manifesto
di Nicola Perugini*
Saree Makdisi propone un&#8217;interessante analisi della questione palestinese in termini di «dentro-fuori», rimandando il lettore a un continuo gioco di specchi il cui sottofondo è costituito dal riprodursi di pratiche di assoggettamento in un progetto di uno «stato ebraico» di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Dentro e fuori o sopra e sotto? </span></h2>
<p><a href="http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Gennaio-2010/pagina.php?cosa=1001lm22.01.html">da Le Monde Diplomatique &#8211; Il Manifesto</a></p>
<p><em>di Nicola Perugini*</em></p>
<div id="testo" style="text-align: justify;">Saree Makdisi propone un&#8217;interessante analisi della questione palestinese in termini di «dentro-fuori», rimandando il lettore a un continuo gioco di specchi il cui sottofondo è costituito dal riprodursi di pratiche di assoggettamento in un progetto di uno «stato ebraico» di cui Israele ha fissato i confini etno-nazionali ma non quelli territoriali. <span id="more-1382"></span>Queste pratiche vengono analizzate nei luoghi del quotidiano, facendo luce sulle differenti tecniche procedurali, amministrative e burocratiche a cui Israele ricorre nella sua moltiplicazione di limiti di inclusione/esclusione dei palestinesi dentro e fuori dai territori occupati. Fuori è l&#8217;isolamento a cui sono sottoposti i palestinesi attraverso i regimi di strade separate, espropri , confinamenti, chiusure, muri, revoche di permessi di lavoro per «mancata collaborazione» con l&#8217;esercito, pressione psicologica ai checkpoint&#8230;  Fuori è quell&#8217;insieme di variabili «instabili e mutevoli» attraverso cui si afferma il controllo territoriale israeliano sulla Cisgiordania, su Gerusalemme e su Gaza. Da questo punto di vista Makdisi è molto lucido nel ricondurre il materializzarsi del cantonamento palestinese, almeno nella sua attuale forma particolarmente articolata, al processo di pace di Oslo e all&#8217;impreparazione della leadership palestinese (in particolare Arafat e Abu Mazen) in una sede di negoziato a cui gli israeliani erano arrivati con uno stormo di tecnici di vario genere (geografi, topografi, &#8230;) per «discutere nei minimi dettagli lo status di particolari città e villaggi». Fuori, con Makdisi, è un sistema di vincoli e restrizioni imposto ai palestinesi anche attraverso il subappalto della gestione della «sicurezza» e dell&#8217;«ordine pubblico» a un manipolo ristretto di politici palestinesi in cambio della promozione a «partner di pace» internazionalmente riconosciuto. Uno scambio i cui risultati si sono tradotti nell&#8217;intensificazione delle restrizioni e in un sollevamento dell&#8217;esercito di occupazione dai suoi obblighi in termini del rispetto dei diritti umani e civili.  Dentro è la penetrazione delle procedure di separazione israeliana all&#8217;interno della vita familiare dei palestinesi, attraverso l&#8217;utilizzo dello status speciale a cui sono sottoposti i cittadini di Gerusalemme Est come arma di distruzione dei legami coniugali, tra genitori e figli, tra parenti. Dentro è quindi l&#8217;oppressione esercitata nel profondo delle relazioni sociali di una popolazione marginalizzata mantenuta sull&#8217;orlo del collasso umanitario, una popolazione per cui l&#8217;amministrazione municipale costruisce reti idriche e fognarie al solo fine di evitare che i casi di colera e di malattie infettive si diffondano anche tra gli ebrei di Gerusalemme. Ma dentro e fuori sono anche i due poli di un confine sfumato che, se letto attentamente, fa implodere la finzione di due stati e due popoli, riconducendo la riflessione all&#8217;interno di una serie di continuità che caratterizzano tanto il non-stato di Palestina quanto lo stato di Israele, uno stato in cui il criterio dell&#8217;appartenenza etno-nazionale invalida il principio della cittadinanza e riproduce dinamiche di inclusione-esclusione differenziali: «Quel che avviene nei territori occupati è l&#8217;estensione di quanto accade all&#8217;interno dello stesso Israele, e lo stesso gioco di dentro-fuori che caratterizza la vita in Cisgiordania, caratterizza anche quella all&#8217;interno di Israele». Di qui la presa di posizione di Makdisi, estremamente argomentata, a favore di uno stato unico di Israele-Palestina come strada percorribile per la cancellazione della linea che separa dentro e fuori.</div>
<div><em><strong>note:</strong> Palestina borderline. Storie di un&#8217;occupazione quotidiana  Saree Makdisi Edizioni Isbn, 2009, 29 euro</em></div>
<div><em>*Il regista Nicola Perigini è regista autore, assieme a Marco Dinoi, del filamto</em> &#8220;Appunti per un lessico palestinese&#8221;</div>
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