L’Occupazione – Vivere in Palestina
Pubblicato nel 2007 (Edizioni Ombre Corte), il libro “L’Occupazione – Vivere in Palestina”, è un reportage fotografico nato dall’incontro di due giovani italiani, Michele Trotter, fotografo trentino, e Pietro Luzzati, videomaker torinese, impegnati in un progetto di cooperazione internazionale ad Hebron, e dalla loro volontà di condividere le immagini e i momenti vissuti in una Terra in cui la vita quotidiana scorre in una maniera molto particolare e sconosciuta a molti.
Il Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese di Torino e la Rete ECO (Ebrei Contro l’Occupazione) hanno curato l’edizione del libro che vuole essere un contributo, non solo umano ma anche economico, a chi da decenni richiede il rispetto dei più elementari diritti umani; infatti, il ricavato della vendita del libro servirà per finanziare un progetto per migliorare le condizioni sanitarie di Marda, un villaggio a nord della Cisgiordania imprigionato tra il Muro e numerosi posti di blocco che rendono quasi impossibili gli spostamenti per raggiungere le scuole, i posti di lavoro e l’ospedale più vicino.
Il libro raccoglie cinquanta foto, alcune di esse sono state utilizzate per realizzare una mostra. Ciò che le immagini comunicano sorvola il frastuono assordante delle discussioni politiche, delle immagini sanguinose e dei bollettini di morti ammazzati dei notiziari. Sono immagini che non hanno bisogno di parole, da guardare in silenzio e che lasciano ammutoliti. Descrivono momenti di una qualsiasi giornata in un qualsiasi villaggio o città palestinese che trascorre tra le barriere più disparate fatte di cemento, di metallo, di filo spinato, di soldati in assetto di guerra; barriere fatte dei lunghissimi tempi per percorrere poche decine di chilometri su sentieri impensabili e con mezzi impensabili… magari a dorso di un asino; barriere di disprezzo che piove giù come immondizia lanciata sulle strade percorse dai palestinesi. C’è un altro filo che percorre le foto e che lega gli sguardi e le rughe dei vecchi con i sorrisi fieri dei ragazzi ed è la dignità silenziosa e pacifica di milioni di palestinesi che quotidianamente resistono.
Con alcune (30) delle foto raccolte nel libro è stata realizzata una mostra.
Perché “L’occupazione – vivere in Palestina
Ci conosciamo nel settembre 2006 nella città palestinese di Hebron, all’interno di un progetto di cooperazione internazionale denominato MedHebron (http://www.medhebron.net): Michele Trotter, 27 anni, fotografo trentino e Pietro Luzzati, 30 anni, videomaker torinese. Nasce subito una reciproca stima ed amicizia già dalle prime ore. Una volta rientrati in Italia, molto colpiti dalla pesante realtà in cui vivono gli abitanti dei Territori Occupati, volendo continuare il nostro impegno a riguardo, entriamo in contatto con il Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese di Torino e con ECO (Rete Ebrei contro l’Occupazione), realtà esistenti e operanti da diversi anni in Italia. Decidiamo in breve tempo di pubblicare questo volume fotografico nel tentativo di raffigurare l’ormai “normale” quotidiano di milioni di palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana.
È stato difficile scegliere fra le diverse centinaia di foto, perché ognuna di esse denunciava un aspetto della vita dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana, ma nessuna delle foto scelte mostra bambini ammazzati o sangue versato: non per questo sono meno vere, meno dure, o forse ancor più significative. Crediamo che raffigurare il quotidiano sia importante, anche per uscire dai cliché tipici dei media, in cui se non si mostra il morto ammazzato non si fa colpo.
Partendo quindi da questa concezione della rappresentazione del quotidiano, abbiamo ritenuto che la città di Hebron fosse un ottimo esempio di che cosa voglia dire vivere sotto occupazione. Quasi tutte queste fotografie infatti sono state scattate in quella zona e dintorni. Hebron (Al-Khalil in arabo) si trova a sud di Gerusalemme (Al-Quds in arabo). Per raggiungerla utilizzando le strade riservate agli israeliani impieghi poco più di 20 minuti. Per i palestinesi i tempi sono molto più lunghi perché devono passare per strette e tortuose strade disseminate di check point e improvvisati posti di blocco. Spesso si devono inventare nuovi passaggi, ormai sempre più rari.
Questa situazione vale chiaramente per tutta la Palestina. Da Hebron a Ramallah, per esempio, ci vogliono più di 2 ore (quando va bene) a bordo dei taxi collettivi palestinesi, tra stradine con infiniti sali e scendi e numerosi check point. Invece, percorrendo le strade riservate agli israeliani si impiegano poco più di 45 minuti. Generalmente gli insediamenti dei coloni israeliani si trovano subito all’esterno delle città e dei villaggi palestinesi, ma Hebron fa eccezione perché ce ne sono ben quattro all’interno della città, tutti abitati dai più estremisti, arroganti e violenti rappresentanti del movimento dei coloni israeliani… se ne possono contare 500, accompagnati e difesi da più di 2.000 soldati.
Hebron è anche il luogo in cui è nata la prima colonia israeliana in Cisgiordania: Kyriat Arba.L’importanza di Hebron è dovuta al fatto che nella parte antica della città si trova la moschea Al-Haram Al-lbrahimi, che racchiude la tomba dei Patriarchi, luogo sacro per tutte le tre religioni monoteiste: cristiana, musulmana ed ebraica.
Il 25 febbraio 1994 questa Moschea è stata teatro di una strage di palestinesi in preghiera ad opera di un esaltato colono israeliano, Baruch Goldstein, che sparò sui fedeli arabi all’interno della moschea uccidendo 29 persone e ferendone 125. Nel 1997 Hebron è stata divisa in 2 parti ben definite: H1 e H2, la prima sotto controllo militare israeliano e la seconda sotto quello formale dell’Autorità Nazionale Palestinese. Anche la sacra moschea al suo interno è stata divisa in 2 parti da un muro: da un lato pregano i musulmani e dall’altro gli ebrei. Ovviamente durante le festività ebraiche la parte dedicata ai palestinesi sparisce, occupata da migliaia di fedeli e coloni. Per raggiungere la moschea bisogna addentrarsi nei vicoli della città vecchia dove abitano i palestinesi più poveri, che non possono permettersi di cambiare casa, o quelli che continuano a viverci per scelta, per continuare a combattere l’occupazione.
È normale incontrare in quei vicoli soldati israeliani in assetto da guerra che pattugliano la città. I coloni, spesso accompagnati dall’esercito,usano ogni metodo a loro disposizione per cacciare gli ultimi palestinesi residenti in quell’area, aggredendoli, perquisendoli e distruggendo ed occupando le loro abitazioni.
Un esempio documentato in queste pagine è quello dell’immondizia dal cielo, quella che i coloni dalle case adiacenti la città vecchia gettano per disprezzo nelle stradine percorse dagli arabi. Questi ultimi, per proteggersi, hanno steso delle reti metalliche sopra i vicoli, così sono costretti a camminare in un tunnel sotto mucchi di spazzatura. II periodo in cui ci siamo trovati nei Territori Palestinesi Occupati era particolarmente complesso. Si era da poco concluso l’attacco di Israele al Libano (agosto 2006). Hezbollah era in parte riuscito a resistere all’invasione israeliana e la popolazione palestinese ne era rimasta affascinata. Ovunque era possibile ascoltare esaltazioni dell’accaduto, con un po’ di malinconia rispetto alla mancanza di una leadership palestinese in grado di accompagnarli nella quotidiana lotta all’occupazione.
La popolazione era anche molto stanca ed esasperata dalla reazione del mondo occidentale alla vittoria di Hamas alle elezioni. Sosteneva che, comunque fossero andate le votazioni, queste erano state democratiche, ma che la loro democrazia non era piaciuta al mondo occidentale. La Palestina è praticamente uno dei pochi paesi arabi dove c’è libertà di parola, dove è possibile criticare il governo e i poteri forti. Molte persone con cui abbiamo parlato ci hanno confermato che questo voto era stato in effetti un voto di protesta contro i leader politici uscenti. Com’è noto, in breve tempo (dopo la vittoria di Hamas), sono stati bloccati la quasi totalità degli aiuti esteri ed il governo israeliano ha smesso di versare all’Autorità Nazionale Palestinese le tasse che le spettavano.
Il paese era ed è tuttora sull’orlo del collasso e la maggior parte dei dipendenti pubblici era in sciopero contro il governo da 7-8 mesi. Potremmo andare avanti ancora molto a descrivere la situazione quotidiana/politica/storica. È però molto importante per noi ricordare gli altri italiani che hanno vissuto con noi quei momenti e vorremmo dedicare questo libro in particolare ai ragazzi e alle ragazze palestinesi che ci hanno accolto e accompagnato in quei giorni.
Abbiamo notato in loro una fortissima voglia di imparare ed una forte dedizione allo studio. È noto infatti che dalle numerose università palestinesi nei Territori Occupati sono usciti e continuano ad uscire giovani preparatissimi. Ne sono un esempio i molti medici palestinesi presenti nel mondo intero. Tutti i giovani con cui abbiamo avuto a che fare erano iscritti all’università e s’impegnavano davvero. La fermezza di queste persone nel portare avanti gli studi ci ha fatto capire come lo studio e la cultura siano considerati un’arma molto forte nella lotta contro l’occupazione e nella voglia di costruirsi un futuro.
Le immagini che abbiamo scelto illustrano cosa vuol dire vivere e crescere sotto occupazione e comunque avere la forza e il coraggio di continuare. Questo è il messaggio che la Palestina ci ha regalato e ci siamo impegnati a trasmetterlo.
Michele e Pietro
