progetto 2002/2003

CAMPO PROFUGHI DI SHU’FAT

Le motivazioni

Il Volantino

Il Progetto

Budget

Aggiornamento, integrazioni e riepilogo finale


UN PROGETTO. LE MOTIVAZIONI

PALESTINESI: UN POPOLO DI PROFUGHI
I CAMPI PROFUGHI
PROLIFERAZIONE DEI CAMPI PROFUGHI
IL DIRITTO AL RITORNO E L’UNRWA
L’EBRAICIZZAZIONE DI GERUSALEMME
IL CAMPO PROFUGHI DI SHU’FAT

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PALESTINESI: UN POPOLO DI PROFUGHI

Non esiste un censimento ufficiale aggiornato del popolo palestinese. Si valuta però che i Palestinesi siano approssimativamente nove milioni:

1.200.000 risiedono sul territorio occupato nel 1948, cioè su quel territorio che viene internazionalmente riconosciuto come Stato d’Israele (così come configurato prima della guerra dei sei giorni del 1967), in particolare nella zona della Galilea (Nazareth, Akri, Jafa, Haifa…) e nella zona del triangolo (area centrale di Israele);

1.200.000 vivono nella Striscia di Gaza, zona ad altissima densità popolare. Un milione circa è concentrato in alcune città (Gaza City, Khan Younis, Rafah…) e in otto campi profughi (Jabalia, Beach, Nuseirat, Bureij, Deir al-Balah, Maghazi, Khan Younis, Rafah), nei quali vive il 55% circa della popolazione;

2.500.000 circa vivono in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Su questi territori sono presenti diciannove campi profughi (Aqabat Jaber, Ein el-Sultan, Shu’fat, Am’ari, Kalandia, Deir Ammar, Jalazone, Fawwar, Arroub, Dheisheh, Aida, Beit Jibrin, Far’a, Camp No.1, Askar, Balata, Tulkam, Nur Shams, Jenin) che ospitano circa il 27% della popolazione;

quasi 4.000.000 risiedono fuori dalla Palestina. Una piccola percentuale vive in Canada, Australia, USA ed Europa, un’altra parte in vari Paesi arabi (Paesi del Golfo, Irak, Libia, Algeria….), ma la maggioranza vive nei Paesi arabi limitrofi (Libano, Giordania, Siria), principalmente nei campi profughi (12 in Libano, 10 in Giordania, 10 in Siria).

IN ULTIMA ANALISI UN’ALTISSIMA PERCENTUALE DI PALESTINESI VIVE NEI CAMPI PROFUGHI FUORI E DENTRO LA PALESTINA

I CAMPI PROFUGHI

I primi campi profughi palestinesi nascono nel 1948 in seguito alla proclamazione dello Stato d’Israele (15 maggio 1948).I fondatori dello Stato d’Israele, così come tutti i loro successori, hanno sempre affermato e sostenuto il concetto che “la Palestina è una terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Quel famigerato slogan fu coniato nel 1897, al Congresso di Basilea (Svizzera), che ha sancito la costituzione del movimento sionista, con l’obiettivo di creare in Palestina lo Stato d’Israele, e di un fondo nazionale ebraico per finanziare tale progetto. Per rendere il suddetto slogan effettivo, le bande sioniste (Stern, Haganah e Irgun, nelle quali hanno militato tutti i personaggi più importanti della politica israeliana: Sharon, Shamir, Begin, ecc.) e successivamente lo Stato d’Israele non hanno esitato a disseminare il terrore utilizzando tutti i mezzi possibili per cacciare dalla Palestina i suoi legittimi abitanti: i Palestinesi.
Emblematico è il massacro di 254 palestinesi a Deir Yassin il 9 aprile 1948, commentato così da Menahem Begin (all’epoca capo dell’Irgun e poi negli anni ‘80 primo ministro dello Stato d’Israele): “Il massacro non solo fu giustificato, ma senza di esso non ci sarebbe stato Israele”. In quegli anni, i sionisti occuparono 474 centri arabi palestinesi, 385 dei quali furono rasi al suolo e quindi scomparvero letteralmente dalla carta geografica. Alla proclamazione dello Stato d’Israele e in seguito alla prima guerra arabo-israeliana (1948/49), circa 520.000 Palestinesi, secondo fonti israeliane, ma un milione, secondo i Palestinesi, fuggirono o furono espulsi sotto il fuoco delle armi israeliane, dal territorio del nascente stato ebraico. Dovettero abbandonare da un giorno all’altro le loro case, il loro lavoro, la loro vita, ma soprattutto la loro terra in: Gerusalemme Ovest, Nazareth, Acri, Jafa, Haifa e in molte altre città. Si stabilirono soprattutto in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, oltre che in Giordania, Siria e Libano. Una piccola percentuale trovò rifugio in Egitto, Iraq ed in vari stati della penisola arabica.

Alla fine della guerra, solo la metà della popolazione palestinese si trovava ancora nella terra nativa: circa 150.000 in Israele, 400.000 in Cisgiordania e 60.000 nella Striscia di Gaza. Quasi un milione di Palestinesi si erano trasformati in profughi.

COSÌ SONO NATI I PRIMI CAMPI PROFUGHI PALESTINESI

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PROLIFERAZIONE DEI CAMPI PROFUGHI

Partendo dal ‘48 fino al 1956, Israele continuò a distruggere sistematicamente villaggi palestinesi compiendo massacri nel territorio sotto il suo controllo, costringendo molti Palestinesi a fuggire aggravando così ulteriormente il problema dei profughi (ne è un esempio il massacro di 49 palestinesi a Kefar Qasim, un villaggio nella zona del triangolo, il 29 ottobre 1956).
Durante la Guerra dei Sei Giorni di giugno del 1967, Israele occupò la restante parte della Palestina (Gerusalemme Est, Cisgiordania e la Striscia di Gaza) insieme alle Alture del Golan siriane ed al Sinai egiziano, costringendo molti altri Palestinesi a fuggire, alcuni per la seconda volta (circa 250.000 dalla Cisgiordania e quasi 70.000 dalla Striscia di Gaza).
Aumenta così di nuovo il numero dei profughi che raggiungono la Giordania, la Siria ed il Libano, sovrappopolando i campi profughi…

PROFILO DEI PROFUGHI UFFICIALI

LOCALITÀ

CAMPI PROFUGHI UFFICIALI

PROFUGHI REGISTRATI DENTRO E FUORI I CAMPI

PROFUGHI REGISTRATI E RESIDENTI NEI CAMPI

GIORDANIA

10 1.639.718 287.951
LIBANO

12 382.973 214.728
SIRIA

10 391.651 109.466
CISGIORDANIA

19 607.770 163.139
STRISCIA DI GAZA

8 852.626 460.031
TOTALE

59

3.874.738

1.235.315

FONTE: sito UNRWA aggiornato al 30 giugno 2001

ORMAI TUTTO IL MEDIO ORIENTE RISULTA DISSEMINATO DI CAMPI PROFUGHI PALESTINESI!
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IL DIRITTO AL RITORNO

Risulta evidente che il nodo fondamentale della questione palestinese è quello dei profughi (circa la metà del popolo palestinese) e del loro diritto al ritorno: diritto sancito dalle risoluzioni dell’ONU e sempre negato da Israele (e non solo).
Infatti la risoluzione ONU n. 194 del 1948 (paragrafo 11) sancisce: “I rifugiati che intendono fare ritorno alle proprie case e vivere in pace con i propri vicini dovranno avere la possibilità di farlo al più presto possibile, e dovrà essere pagato un indennizzo per la proprietà di coloro che scelgono di non fare ritorno e per la perdita o il danneggiamento della proprietà, indennizzo che, in base ai principi del diritto internazionale o secondo giustizia, dovrà essere corrisposto dai governi o dalle autorità responsabili”.

L’UNRWA

Nel 1949 per affrontare l’emergenza profughi e quindi per fornire assistenza (alimentare, sanitaria, sociale ed educativa) alle centinaia di migliaia di arabi palestinesi fuggiti dalle loro case e dalle loro terre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito con la risoluzione 302 un nuovo organismo: l’UNRWA (UNRWA – United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East – Agenzia di Soccorso e Lavoro delle Nazioni Unite per i Profughi della Palestina nel Vicino Oriente).

Secondo la definizione operativa dell’UNRWA: i rifugiati palestinesi sono coloro la cui residenza si trovava in Palestina fra giugno 1946 e maggio 1948 e che persero le loro case e i mezzi di sussistenza come conseguenza del conflitto arabo-israeliano del ‘48. I servizi dell’UNRWA sono disponibili per tutti coloro che rientrano in questa definizione, che sono registrati presso l’agenzia e che necessitino di assistenza. Questa definizione di rifugiato comprende anche i discendenti delle persone che sono diventate rifugiate nel ‘48. Nel 1950 il numero dei Palestinesi rifugiati e registrati era di 914.000.
Nel 2001 il numero dei rifugiati che rientrano in questa definizione e che quindi risultano registrati presso l’UNRWA è arrivato a 3 milioni e 800 mila e continua ad aumentare grazie alla crescita naturale della popolazione.

A questi occorre però aggiungere tutti gli altri profughi, divenuti tali dopo il 1948/49, soprattutto durante la guerra del ‘67. La guerra infatti ha provocato un’altra ondata di profughi: una parte era composta da profughi del ‘48 (costretti quindi ad emigrare per la seconda volta), ma il resto era originario della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Questi ultimi non sono registrati presso l’UNRWA e quindi non godono dell’appoggio di questa istituzione internazionale.
In sostanza presso l’UNRWA risultano registrati solo due terzi dei profughi palestinesi.

C’è da sottolineare che a partire dal 1991, gli aiuti internazionali per i profughi registrati presso l’UNRWA si sono ridotti del 30%.

L’EBRAICIZZAZIONE DI GERUSALEMME

Il governo israeliano, nell’ambito della sua politica di ebraicizzazione di Gerusalemme, ha sempre dichiarato in modo esplicito di voler mantenere i Palestinesi al di sotto del 30% dell’intera popolazione cittadina. Questo attraverso l’evacuazione progressiva di Gerusalemme dai suoi legittimi abitanti palestinesi e la costruzione di sempre più numerosi insediamenti per ospitare nuovi immigrati ebrei provenienti da varie parti del mondo: una vera e propria colonizzazione della città.
La gestione israeliana di Gerusalemme est è stata sempre caratterizzata dalla progressiva depauperizzazione della città e dall’esclusione sociale degli abitanti palestinesi attraverso:

  • l’esproprio e la distruzione delle case con varie motivazioni (prima di tutto la sicurezza)
  • la non concessione di licenze di costruzione
  • la confisca delle proprietà e dei terreni degli “assenti” (che non erano presenti nella città al momento dell’occupazione)
  • l’interruzione intermittente dell’energia elettrica e la sottrazione ed il controllo delle risorse idriche (servizi invece sempre garantiti ai quartieri israeliani)
  • ed altre misure repressive…

Inoltre fin dal 1967, Israele ha adottato la politica della revoca del diritto di residenza in Gerusalemme per i Palestinesi – nota localmente come “quiet tranfert”. Si tratta della confisca delle carte d’identità* dei Palestinesi residenti a Gerusalemme Est che non sono in grado di documentare il loro domicilio permanente in città. Decine di migliaia di abitanti in questo modo sono stati costretti ad andarsene.
La presenza palestinese in Città si è così progressivamente ridotta a piccoli agglomerati separati fra di loro da quartieri occupati da israeliani e da nuovi insediamenti.
* Subito dopo la guerra, in una sorta di censimento dei Palestinesi residenti in Gerusalemme, le autorità israeliane hanno rilasciato agli abitanti palestinesi le famose “carte d’identità azzurre” come documento che dimostrava la loro “presenza” in città al momento dell’occupazione.

IL CAMPO PROFUGHI SHU’FAT

NASCITA
EVOLUZIONE
SHU’FAT: I MOTIVI DI UNA SCELTA
DESCRIZIONE DEL CAMPO
LA STORIA DI UN ABITANTE DEL CAMPO

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LA NASCITA DEL CAMPO

Il campo di Shu’fat, una sorta di gemmazione demografica di Gerusalemme, dista circa 5 chilometri dalla Città Vecchia.
È stato costruito nel 1965/66 (quando Gerusalemme Est era ancora sotto l’amministrazione giordana), quindi 10 anni dopo tutti gli altri campi ufficiali in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, con lo scopo di raccogliere i rifugiati che vivevano in condizioni sanitarie precarie nel campo M’ascar della Città Vecchia di Gerusalemme (campo successivamente chiuso definitivamente).
Nel luglio del 1966, le prime 500 famiglie (circa 3.000 persone) sono state trasferite nel campo di Shu’fat.
Dopo la Guerra dei Sei giorni (1967) il campo di Shu’fat ospitò i profughi di Gerusalemme, in particolare quelli del quartiere magrebino spazzato via dalle autorità israeliane per costruire la spianata antistante al Muro del Pianto.
Il 27 giugno 1967, quindi a distanza di pochi giorni dalla fine della guerra, Israele annetteva la parte araba (est di Gerusalemme) definendo tale atto come la “Riunificazione di Gerusalemme”. Le autorità israeliane adottarono un certo numero di misure legislative ed amministrative che permisero di completare l’annessione della Città Vecchia e dei suoi dintorni. Infatti con un’ordinanza del 28 giugno 1967, il governo israeliano dichiarava che i suddetti territori (e tra questi anche il Campo Profughi di Shu’fat) ricadevano sotto la legislazione, la giurisdizione e l’amministrazione dello Stato d’Israele.
Shu’fat diventa così l’unico campo profughi all’interno dei confini ufficiali del comune di Gerusalemme e quindi sotto la diretta amministrazione israeliana.
Completando l’operazione, il 30/7/80 il Parlamento Israeliano ha dichiarato Gerusalemme “città intera ed unificata, eterna capitale dello Stato d’Israele”.

L’EVOLUZIONE DEL CAMPO

Negli anni successivi, dal 1967 fino ad oggi, la popolazione del Campo è cresciuta in maniera considerevolmente superiore al normale tasso di natalità (peraltro già molto alto) e sono mutate le caratteristiche demografiche.
Come conseguenza della politica di ebraicizzazione della Città, molti Palestinesi hanno dovuto abbandonare le loro case:
una parte si è insediata nelle immediate vicinanze della città, espandendo così i piccoli centri abitativi preesistenti. Alcuni di questi centri, secondo le ultime ipotesi di riorganizzazione territoriale, apparterrebbero alla Cisgiordania. Quindi i Palestinesi qui trasferitisi sarebbero destinati a perdere il loro diritto di residenza in Gerusalemme.
un’altra parte, che si trovava in condizioni economiche più disagiate, si è trasferita nel Campo Profughi di Shu’fat, già esistente e – come sopra descritto – incluso nell’area municipale di Gerusalemme.
Inoltre da quando Israele nel 1996 ha intensificato la campagna del “quiet transfer” e quindi la confisca delle “carte d’identità azzurre”, diverse migliaia di Palestinesi, provenienti dalla Cisgiordania dove si erano trasferiti negli anni ‘70/’80 alla ricerca di migliori condizioni di vita, hanno fatto ritorno al Campo di Shu’fat.
In conclusione, secondo stime degli stessi residenti, il Campo di Shu’fat ospiterebbe oggi dalle 20 alle 25 mila persone.
Questo costante ed ininterrotto flusso di nuovi arrivi non solo mette continuamente in discussione l’identità ‘esclusiva’ di rifugiati della popolazione del Campo, ma soprattutto contribuisce ad aggravarne di giorno in giorno le condizioni di vita, di per sé già precarie.

Il Campo infatti è un cantiere sempre aperto. Spesso gli ultimi arrivati versano in condizioni ancor peggiori (economicamente, psicologicamente e culturalmente) di quelle di coloro che lo abitano da più tempo: ma per loro il Campo Profughi rimane l’ultima spiaggia, l’ultima possibilità.
Ovviamente i problemi che queste persone portano con sé, si sommano e spesso fanno da moltiplicatore ai profondi disagi già esistenti, innescando un processo di disgregazione e degenerazione che avanza rapidamente senza che si riescano a mettere in atto – nonostante gli sforzi e l’impegno della comunità – le necessarie azioni di arginamento e recupero.

SHU’FAT: I MOTIVI DI UNA SCELTA

I Palestinesi del Campo Profughi di Shu’fat sono isolati dal resto del loro popolo.
Teoricamente risulterebbero collegati con la Cisgiordania attraverso l’omonimo villaggio (Shu’fat Village), con il quale però non esistono comunicazioni stradali dirette.

L’obiettivo di Israele su questo Campo Profughi è più che chiaro: l’isolamento e poi lo smantellamento di Shu’fat per far spazio agli insediamenti che lo stanno accerchiando e soffocando.

Il Campo infatti è situato fra due grandi insediamenti: Pisgat Ze’ev e French Hill e quindi la sua ubicazione impedisce la completa chiusura dell’anello di insediamenti intorno a Gerusalemme Est. L’anello assicurerebbe ad Israele il completo controllo della Città isolando i suoi 200.000 residenti palestinesi dalla più ampia società in Cisgiordania.

Per questo la sopravvivenza del Campo è in serio pericolo.
Il Campo di Shu’fat non è quindi un campo profughi qualunque.

È emblematico perché:

  • è l’unico campo profughi dislocato all’interno dei confini municipali di Gerusalemme
  • è completamente accerchiato dagli insediamenti israeliani
  • è completamente separato (geograficamente e amministrati-vamente) dagli altri centri abitati palestinesi
  • è a grave rischio di sopravvivenza.

LA SUA PRESENZA RIBADISCE IL CARATTERE ARABO DI GERUSALEMME E IL DIRITTO DEI PALESTINESI A GERUSALEMME COME CAPITALE
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DESCRIZIONE DEL CAMPO

La superficie del Campo è di 203 dunum (1 dunum = circa 1.000 mq).
I dati riguardanti la popolazione sono discordanti.
Secondo i censimenti UNRWA nel 1999 i rifugiati registrati erano 8.684, ma la popolazione reale raggiungeva già i 18.000 abitanti.
Attualmente (nel 2002) si calcola che i residenti siano circa 25.000 (visto che molti palestinesi si sono insediati in questo Campo per i suddetti motivi politici e economici).
Quindi è ovvio che il Campo soffre di una tremenda sovrappopolazione.

La popolazione continua ad aumentare, ma non è pensabile alcuna estensione territoriale del Campo stesso. Il Campo di Shu’fat è sempre più soffocato dagli insediamenti colonici che lo circondano e continuano ad avanzare. L’area immediatamente limitrofa è riservata all’espansione del vicino insediamento Pisgat Ze’ew. Ai palestinesi, che cercano di costruire fuori dal Campo, risulta difficile, se non impossibile, ottenere licenze di costruzione dall’autorità israeliana. Le loro nuove abitazioni “abusive” rischiano regolarmente di essere distrutte, come è successo anche solo pochi mesi fa.

E all’interno del Campo la situazione è disastrosa. Le case vengono costruite letteralmente una sopra l’altra. Ci sono edifici di 6 o 7 piani costruiti su fondamenta sufficienti per sostenere uno o due piani. Alcuni vicoli fra i palazzi vicini sono stati ricoperti con tettoie per ricavare nuovi spazi abitativi. Le case sono tutte estremamente povere e in cattivo stato e le condizioni igienico-sanitarie sono al limite del collasso. Un’abitazione su cinque non ha la stanza da bagno e solo 2/3 sono quelle connesse alla rete fognaria.La viabilità risulta estremamente difficile. La strada principale che attraversa il Campo è talmente stretta che consente il passaggio di una sola macchina alla volta.
Inoltre, per motivi di controllo da parte israeliana, un unico ingresso consente di entrare ed uscire dal Campo. Questo ingresso è ovviamente sempre sovraffollato e soggetto a continui imbottigliamenti.

Qualche anno fa, grazie ad un aiuto di 4.000$ da parte dell’Arabia Saudita, si è tentato di migliorare la rete viaria, ma il percorso che può portare a risultati consistenti è ancora lungo, anche perché, anziché attenuarsi e stabilizzarsi, il degrado sta aumentando in proporzione geometrica giorno dopo giorno.

Le uniche altre realtà in Palestina che possono competere con i primati negativi di Shu’fat sono il quartiere Silwan di Gerusalemme e la Striscia di Gaza. Sono impressionanti le analogie con il campo profughi libanese di Chatila.
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ALCUNI DATI STATISTICI SULLA POPOLAZIONE DEL CAMPO

Media componenti di ogni famiglia: 7,73

Età media: 17 anni

Tasso di natalità: 6,3 per 1.000 abitanti

Abitazioni connesse con la rete fognaria: 66%

Abitazioni senza stanza da bagno: 18,1%

Media di persone per stanza: 2,45

Nuclei con tre o più membri per stanza: 30,6%
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I SERVIZI ALL’INTERNO DEL CAMPO

I residenti non godono di nessun servizio erogato dal Comune di Gerusalemme con il pretesto che non pagano le tasse municipali.
L’unico “servizio” che il Comune offre loro è la demolizione delle loro case definite “illegali” o “abusive” in quanto sprovviste di licenza di costruzione.

I servizi disponibili sono gestiti principalmente dall’UNRWA, che ha le seguenti strutture all’interno del Campo:

  • un proprio ufficio
  • un centro giovanile
  • un ambulatorio (aperto al mattino)
  • una scuola elementare maschile (dove attualmente sono inseriti 643 alunni)
  • una scuola elementare femminile (con 865 alunne).

Accanto a queste ci sono alcune strutture indipendenti:

  • un comitato per i servizi pubblici
  • un comitato locale per i disabili e la loro riabilitazione
  • un centro delle donne
  • alcune scuole materne.
LA STORIA DI WA’EL MUHAMMAD ALI: UN ABITANTE DEL CAMPO

Wa’el Muhammad Alì, operaio attualmente disoccupato, è il più grande dei suoi fratelli.
È nato nella Città Vecchia di Gerusalemme da genitori rifugiati nel 1948.
Ha traslocato nel Campo di Shu’fat nel 1966, quando era ancora bambino.
Sua moglie, Ibtisam, è cresciuta nel campo.
La coppia ha 7 figli.
La loro casa è stata distrutta il 9 luglio 2001.
Avevano come progetto di condividere una palazzina a quattro piani con i sei fratelli di Wa’el e le rispettive famiglie.
Ora questa palazzina è stata distrutta e più di 30 persone sono ospitate presso parenti.
Wa’el ed i suoi fratelli avevano investito circa 90.000 dollari per costruirla.
Il terreno dove era stata costruita la casa era di loro proprietà e limitrofo alla casa dei genitori.
Wa’el non aveva inoltrato nessuna richiesta per la licenza di costruzione al Comune di Gerusalemme. A parte che tale licenza gli sarebbe costata circa 20.000 dollari, Wa’el era più che convinto che non sarebbe riuscito ad ottenerla in nessun caso.
Inoltre con una richiesta del genere avrebbe legittimato l’occupazione israeliana.
Al Comune di Gerusalemme giacciono centinaia, o forse migliaia, di ordini di demolizione di case palestinesi in attesa di essere eseguiti.
In quello stesso giorno, insieme alla casa di Wa’el, sono state demolite altre 13 case palestinesi.
Gli ordini di demolizione sono stati emessi la domenica e il lunedì mattina le case erano già distrutte, impedendo nei fatti la possibilità di fare ricorso.

Questa è una delle tante storie che racconta la quotidianità della vita dei Palestinesi sotto l’occupazione israeliana…